Teatro dell’Opera di Roma: “La Bella Addormentata” di Jean-Guillaume Bart

Teatro dell’Opera di Roma: “La Bella Addormentata” di Jean-Guillaume Bart

Roma, Teatro dell’Opera di Roma, stagione di balletto del Teatro dell’Opera di Roma 2016-2017
“LA BELLA ADDORMENTATA”
Balletto in un prologo e tre atti
Musica di PëtrIl’ičČajkovskij
Coreografia Jean-Guillaume Bart
Aurora REBECCA BIANCHI
Principe GIACOMO LUCI
Orchestra, Primi Ballerini, Solisti e Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma
Allievi dell’ottavo corso della Scuola di Danza diretta da Laura Comi
Direttore Carlo Donadio
Scene e costumi Aldo Buti
Allestimento del Teatro dell’Opera di Roma
Roma, 10 febbraio 2017
Attira ancora oggi un vasto pubblico la vecchia fiaba di Charles Perraultche narra della maledizione sulla principessa Aurora,punta da un fuso e caduta in un sonno lungo cent’anni insieme alla sua corte da cui la risveglierà il bacio di un principe.Emozionante vedere il Teatro Costanzi pieno di gente, fra cui molti giovani, tutti piacevolmente colpiti da una Bella addormentata veramente bella, che potremo rivedere prossimamente sul palcoscenico della Fenice di Venezia dal 10 al 14 maggio 2017 con lo stesso corpo di ballo. Si rimane innanzitutto incantati dalla finezza di scene e costumi, firmati da Aldo Buti, con le delicate sfumature di bianco, blu erosso, e con un malinconico telo trasparente (anche doppio all’occorrenza) che calando mostra i rami di un albero capovolto.
È naturalmente la musica di Čajkovskij che tocca le corde del nostro cuore, diretta egregiamente dal maestro Carlo Donadio, anche se gli occhi rimangono strabiliati per la bellezza della coreografia di Jean-Guillaume Barte per l’ottima esecuzione del Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera, curato da Eleonora Abbagnato.
Divenuto étoile dell’Opéra di Parigi nel 2000, dopo aver interpretato il ruolo del Principe Désiré nella versione della Bella addormentata di Nureyev, Bart si è ritirato dalle scene nel 2008 dedicandosi all’insegnamento e alla coreografia. Per la messa in scena di questo capolavoro della tradizione classica, creato da Marius Petipa nel 1890 al teatro Mariinskij in stretta collaborazione con il compositore russo e su richiesta dell’allora direttore dei Teatri Imperiali, Bart ha recuperato interamente la partitura con l’intento di dare una «coerenza drammatica» e «unità teatrale al lavoro, un senso drammatico, vero», come ha affermato durante la conferenza stampa del 4 febbraio scorso. Per far ciò il coreografo, ospite al Costanzi, ha sfruttato le qualità tecnico-espressive di ogni singolo ballerino, riuscendo effettivamente molto bene a tirar fuori il meglio dai giovani talenti del Corpo di ballo.
Nel Prologo, le variazioni delle fate, portatrici dei doni alla fanciulla Aurora per il suo battesimo, sono il primo assaggio di questa felice collaborazione fra coreografo e danzatori. Da segnalare l’esecuzione precisa e delicata di Federica Maine come Fata della Generosità (Bellezza) negli emboîtés e sautés sulle punte; particolarmente applaudita è la Fata del Temperamento, Arianna Tiberi, che dimostra forte personalità nei suoi développés. Deliziosa ed elegante è la Fata dei Lillà, interpretata da Elena Bidini, specialmente nelle controllate arabesques in diagonale.
Anche gli ensembles funzionano e si distingue decisamente per leggerezza e piglio la danza maschile dei Sei cavalieri delle fate nel Prologo; piacevolissimo spettacolo è il valzer delle sei coppie che ricreano uno stupendo movimento di ghirlande fiorite nel I atto, prima di lasciare la scena alla protagonista, la sedicenne Aurora – la prima ballerina Rebecca Bianchi – che nell’Adagio della rosa fa lustro di una tecnica fine e pulita mescolata a un’espressione di dolcezza e innocenza. Ma è soprattutto nel terzo atto, durante i festeggiamenti delle nozze di Aurora e del Principe Désiré, con il grandpas de deux, che la purezza della linea classica raggiunge tocchi di sottile virtuosismo unito a una vena drammatica altrettanto sottile, chiave per comprendere l’intero balletto. Il principe Désiré – già apparso in un secondo atto un po’ fiacco, dove sono le driadi in bianco le vere protagoniste – è davvero bravo ma non riesce a spiccare fra i tanti divertissements offerti allo spettatore in questo terzo e ultimo atto. Se è meno convincente la danza delle Pietre preziose, risultano particolarmente graziosi Cappuccetto rosso e il Lupo (Marta Marigliani e Michael Morrone), il Gatto con gli stivali e la Gatta bianca (Massimiliano Rizzo e Erika Gaudenzi).  Fra tutti si distingue Alessio Rezza come Uccello blu, ci lascia addirittura senza fiato per il suo volo davvero strepitoso nel brisé volé ripetuto più volte avanti e indietro, di cui riusciamo a percepire il tremore delle ali.
Brava anche Roberta Paparella nei panni della fata cattiva Carabosse, ma non abbastanza malvagia come dovrebbe. La fata del male, che nel passato era interpretata en travesti da Enrico Cecchetti, qui danza sulle punte in modo suadente insieme a un suggestivo gruppo di mostri vestiti di nero al suo seguito. La loro pantomima è tanto morbida e fluida – qualità richieste dalla coreografia di Bart, che sceglie di alleggerire il tessuto gestuale – da non essere del tutto convincente nel comunicare l’essenza malefica che simboleggiano.
Anche il programma di sala per questo balletto è particolarmente ricco: sinossi, apparato fotografico del cast attuale e delle precedenti versioni al Teatro dell’Opera, la favola di Perrault, due corposi saggi di Vittoria Ottolenghi e Concetta Lo Iacono, un’interessante intervista di Silvia Poletti al coreografo Bart, che nel racconto della sua ri-creazione della Bella addormentata si lascia andarea significativi dettagli riguardo alle scelte stilistiche adottate, utilissimi al lettore/spettatore per comprendere il punto di vista di un coreografo sul valore e sull’attualità del balletto e della tecnica classica, sulla necessità di studiare e recuperare lo stile dell’epoca ma allo stesso tempo «rendere ‘viva’ la danza» oggi. (foto Yasuko Kageyama)

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