Torino, Teatro Regio:“Kát’a Kabanová” di Leoš Janáček

Torino, Teatro Regio:“Kát’a Kabanová” di   Leoš Janáček
Torino, Teatro Regio, stagione lirica 2016-17
“KÁT’A KABANOVÁ”
Opera in tre atti su libretto di Leoš Janáček da “L’uragano” di Aleksandr Ostrovskij
Musica di Leoš Janáček
Katěrina Kabanová ANDREA DANKOVA
Tichon Ivanyč Kabanov ŠTEPHAN MARGITA
Marfa Ignatěvna Kabanová REBECCA DE PONT DAVIES
Boris Grigorjevič MISHA DIDYK
Savjol Prokofjevič Dikoj OLIVER ZWARG
Váňa Kudrjáš ENRICO CASARI
Varvara LENA BELKINA
Kuligin LUKÁŠ ZEMAN
Gláša LORENA SCARLATA
Fekluša SOFIA KOBERIDZE
Una donna tra la folla ROBERTA GARELLI
Direttore Marco Angius
Maestro del coro Claudio Fenoglio
Regia Robert Carsen ripresa da Maria Lamont
Scene e costumi Patrick Kinmonth
Luci Robert Carsen e Peter Van Praet
Coreografia Philippe Giraudeau
Produzione Opera Vlaanderen (Anversa/Gand)
Torino,  18 febbraio 2017
Secondo titolo del ciclo poliennale che il Teatro Regio dedica a Leoš Janáček, questa edizione di “Kát’a Kabanová” si è rivelata uno degli spettacoli più compiuti ed emozionanti visti nelle ultime stagioni sul palcoscenico subalpino, una perfetta alchimia fra tutte le parti che ha portato alla nascita di un episodio destinato a restare nella storia recente del teatro (e con cui stride solo un’affluenza di pubblico decisamente sotto tono rispetto a quanto la produzione avrebbe meritato).
Sotto la guida di Marco Angius i complessi orchestrali del Regio suonano splendidamente: il direttore, da grande conoscitore del repertorio moderno e contemporaneo, non tende a smorzare le asprezze della scrittura janacekiana, ma ne esalta i valori espressivi e teatrali. Quella di Angius è una lettura lucida e nervosa, capace non solo di esaltare la ricchezza timbrica e cromatica della scrittura del maestro moravo, ma soprattutto di valorizzarne la forza strutturale e la modernità espressiva. Seppur non così significativamente impegnato, il coro contribuisce ottimamente alla riuscita complessiva con gli importanti interventi fuori scena del III atto.
Il cast è poi fra i migliori ipotizzabili nell’equilibrio di tutte le componenti e nella perfetta fusione di tutti gli elementi fra loro. Andrea Dankova è una Kát’a intensa e palpitante. La voce è sostanzialmente quella di un soprano lirico non flebile, ma anzi robusta e sonora che le permette di dominare la densità dell’orchestra e se a tratti si palesa qualche asprezza, questa non guasta, ma contribuisce a costruire un personaggio scavato e sofferto che anche nei momenti apparentemente più lieti sembra sempre serbare il presagio della sventura che incombe. Il totale controllo della prosodia ceca le permette di rendere al meglio gli intensi, sofferti monologhi della protagonista; quando la musica lo richiede, inoltre, la voce sa anche adeguarsi all’abbandono lirico del finale, dove esplode in un canto pieno, bellissimo, luminoso, ma sempre attraversato da laceranti tensioni espressive. L’elegante figura scenica completava perfettamente l’identificazione del personaggio.
Al suo fianco emergeva la bellissima voce di Lena Belkina come Varvara, mezzosoprano dal timbro caldo e pastoso sorretto dall’inappuntabile tecnica di una belcantista di talento, capace di adattare le proprie doti a un tipo di scrittura così diverso rispetto a quello in cui siamo soliti ascoltarla. L’interprete è poi molto efficace e riesce a trasmettere alla perfezione quel sentore di una giovinezza ancora palpitante di emozioni e speranze che è la cifra più caratteristica dell’unico personaggio (insieme all’amato Váňa) chiamato a portare un raggio di speranza in una realtà tanto cupa e soffocante.
Rebecca de Pont Davies presta a Kabanicha la sua figura rigida e ossuta, che già dal primo apparire in scena  identifica l’inumana freddezza della matriarca; purtroppo anche la voce appare un po’ secca e povera di armonici. E’ però fraseggiatrice attenta che riesce a scavare nei declamati di forza che caratterizzano il personaggio e si dimostra attrice di straordinaria forza scenica, riuscendo così a costruire un personaggio di grande efficacia teatrale a prescindere da qualche fragilità vocale.
Ottimi i tre ruoli tenorili. Misha Didyk è un Boris Grigorjevič dalla vocalità robusta e sonora, compatta e omogenea su tutta la linea e affiancata da un’interpretazione in cui la schietta passionalità del personaggio si scontra con un senso di irrisolta frustrazione che è uno dei tratti più moderni del teatro di Janáček.
Štefan Margita sfrutta la sua voce particolare e le sue capacità di interprete e di cantante per far emergere alla perfezione la fragilità di Tichon Ivanyč Kabanov, il suo mondo di sentimenti sinceri, ma destinati a continua frustrazione di fronte alla soggiogante figura materna. Enrico Casari è un buon Váňa Kudrjáš, dotato di interessanti mezzi vocali e capace di esprimere tutto lo slancio ideale del giovane intellettuale contro la grettezza del mondo circostante. Potente e sonora la voce di basso-baritono di Oliver Zwarg, capace di rendere la tronfia e ipocrita prosopopea del mercante arricchito tutto teso a dare un’aria di rispettabilità alla sua vita in realtà corrotta e viziosa.
Ottime tutte le parti di fianco in cui troviamo Lukáš Zeman (Kuligin), Lorena Scarlata (Gláša), Sofia Koberidze (Fekluša) e Roberta Garelli (Una donna tra la folla).
Resta da dire dello spettacolo di Robert Carsen (ripreso per l’occasione da Maria Lamont) che resta una delle creazioni più suggestive e poetiche del regista canadese. Uno spettacolo di essenzialità assoluta – e non si finirà mai di ricordare quanto Carsen dia il meglio di sé in questi spettacoli realizzati per via di levare piuttosto che in quelli per via di mettere, dove suscita maggiori perplessità. Lo spettatore si trova di fronte ad uno spazio neutro, vuoto, riflettente che circonda un palcoscenico totalmente allagato, l’acqua del Volga che placido scorre insensibile alle meschine vite umane che si affannano sulle sue rive, ma anche simbolo cosmico di vita e di morte. Su di essa praticabili lignei montati e rimontati definiscono i vari ambienti in una visione meramente planimetrica, ma non per questo meno evocativa. A muovere questi elementi giovani donne  biancovestite, creature intermedie fra l’acqua e la terra, fra la realtà e il sogno, forse proiezioni multiple della stessa Kát’a o forse rusalke del fiume, specie ricordando l’antica tradizione russa che vedeva in esse gli spiriti della fanciulle morte, specie se di morte violenta o a causa di un amore infelice, quasi premonizione del tragico destino di Kát’a.
La recitazione è essenziale, ma resa ancor più intensa dalla mancanza di ogni platealità: momenti come l’ultimo addio fra Kát’a e Bori, con il grande fiume che scorre fra loro, simbolo di due solitudini destinate a non più incontrarsi,  sono  fra le scene più commoventi viste su un palcoscenico. Fondamentali per la riuscita dello spettacolo le luci firmate dallo stesso Carsen e da Peter Van Praet che avvolgono lo spettacolo in atmosfere di autentica poesia. I costumi senza tempo e senza spazio di Patrick Kinmonth contribuiscono al clima di rarefatta astrazione dell’insieme.
 
 
 
 
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