“Die meistersinger von Nürnberg” al Teatro alla Scala di Milano

“Die meistersinger von Nürnberg” al Teatro alla Scala di Milano

Milano, Teatro alla Scala, stagione lirica 2016/2017
“DIE MEISTERSINGER VON NÜRNBERG”
Opera in tre atti.
Libretto e Musica di Richard Wagner     
Eva  JACQUELYN WAGNER
Magdalene  ANNA LAPKOVSKAJA
Hans Sachs MICHAEL VOLLE
Sixtus Beckmesser MARKUS WERBA
Stolzing ERIN CAVES
David PETER SONN
Pogner ALBERT DOHMEN
Kothner  DETLEF ROTH
Hans Foltz MIKLOS SEBESTYEN
Der Nachtwächter WILHELM SCHWINGHAMMER
Hans Schwarz DENNIS WILGENHOF
Hermann Ortel  JAMES PLATT
Konrad Nachtigal  DAVIDE FERSINI
Balthazar Zorn MARKUS PETSCH
Kunz Vogelgesang IURIE CIOBANU
Augustin Moser STEFAN HEIBACH
Ulrich Eisslinger NEAL COOPER
Die Lehrbuben  Oreste Cosimo*, Aleksander Rewinski**, Jungyun Kim**Geremy Schuetz*, Francesco Castoro*, Santiago Sanchez**,Omer Kobiljak, Katrin Heles**, Alice Hoffmann**, Dorothea Spilger*, Franziska Weber**, Sofiya Almazova**, Mareike Jankowski*
*Allievi dell’Accademia Teatro alla Scala
**Allievi del Mozarteum Salzburg
Coro e Orchestra del Teatro alla Scala
Direttore Daniele Gatti
Maestro del Coro Bruno Casoni
Regia  Harry Kupfer
Scene Hans Schavernoch
Costumi Yan Tax
Luci  Jürgen Hoffmann
Coreografia Derek Gimpel
Video Designer Thomas Reimer
Produzione Opernhaus di Zurigo
Milano, 26 marzo 2017         
I Meistersinger von Nürnberg sono, come tutti sanno, un’opera saldamente costruita attorno alla figura del protagonista, Hans Sachs. Tuttavia, raramente ci è stato dato di verificare questa centralità del personaggio principale, come nel caso dell’edizione scaligera, di importazione zurighese, che in questi giorni è in cartello a Milano e dove il baritono tedesco Michael Volle (applauditissimo), più che dell’interprete principale assume il ruolo del vero mattatore, a gloria e – parzialmente – a scapito del valore di questo allestimento. Che in definitiva, è una produzione di classe, solidamente impiantata nella tradizione tedesco orientale, senza retoriche bayreuthiane, né scandalose eversioni, lontano dalla grandeur e dagli effetti speciali di altre produzioni kupferiane (il famoso Ring del ‘91 con Barenboin), con un cast decoroso (a parte alcune flessioni che vedremo), solidamente fondato su una conduzione musicale di alto livello, un’orchestra tirata a lustro, costumi e scene gradevoli e pubblico numerosissimo ed entusiasta: insomma uno di quegli spettacoli che – in questi periodi di crisi – siamo ben felici di vedere e ascoltare, piuttosto della processione degli epicedi in morte della cultura e della musica, privi di fondi adeguati.
Uno spettacolo dotato pertanto di quell’aurea discrezione, che tutti i frequent flyer dell’opera dovrebbero amare, anche se con alcune pecche che è impossibile omettere, forse legate al caso, ma certamente meritevoli di essere sanate, in vista di allestimenti futuri, più equilibrati. Ci riferiamo in particolare alla scelta nel ruolo del nobile poeta-innamorato von Stolzing, del tenore americano Erin Caves, chiamato a sostituire per l’intero calendario delle repliche il canadese Michael Schade, e dimostratosi clamorosamente insufficiente per la parte, sia da un punto di vista vocale che da un punto di vista interpretativo, a causa di una  pochezza tecnica pari solo alla marmoreità del suo gesto e alla stridente, perfino ironica, inadeguatezza fisica in tanta sfilata di teutoniche dimensioni dei vari partner. Possibile che non fosse possibile scritturare un artista in grado di offrire maggiori garanzie? Al cospetto di tanta modestia, emerge – come già detto – e trionfa il Volle baritono, ma non sfigurano, le interpretazioni di  Jacquelyne Wagner (Eva) e Peter Sonn (David). Anna Lapkovskaja è una Magdalene aggraziata, molto piacevole, anche se un po’ limitat nell’estensione vocale. Decisamente più ricca e più solida la performance di Pogner, Albert Dohmen, una chicca nell’aria Das schöne Fest, Johannistag. A parte, una menzione d’onore al Sixtus Beckmesser di Markus Werba, che conferma il livello medio alto dello spettacolo con una prestazione, al di là del ruolo facile allo scivolamento caricaturale, molto centrata, di grande equilibrio e forza. La regia – come già detto – è sicura, priva di grandiosità, ma senza cadute di tono. L’impressione finale – con i trionfi del III atto – è che Kupfer voglia uscire indenne dalle vischiose polemiche pro o contro la cultura tedesca, nelle quali invece – come è noto – vorrebbe buttarsi a capofitto l’autore dei Meistersinger. Tra l’evocazione del nazismo e l’esaltazione della Kulturkampf, l’ormai anziano regista, qui «tradotto» da Derek Gimpel, sembra voler optare per una lettura nazional religiosa, lontana da quell’animosità che spesso la conclusione di quest’opera di Wagner ha indotto. Una scelta più che condivisibile, oltre che filologicamente fondata. Di Daniele Gatti e dell’orchestra della Scala non c’è molto da aggiungere al già noto. Una sicurezza e un piacere che con gli anni cresce e che – appunto – è la base sulla quale costruire e se possibile rafforzare la fama internazionale di un grande teatro. Di rilievo e in linea con l’orchestra anche la decisiva presenza del coro, guidato con equilibrio da Bruno Casoni. Foto Marco Brescia & Rudy Amisano

 

 

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