Venezia, Teatro La Fenice: Jeffrey Tate con Schubert e Casella

Venezia, Teatro La Fenice, Stagione Sinfonica 2016-2017
Orchestra del Teatro La Fenice
Direttore Jeffrey Tate
Franz Schubert: Sinfonia n. 7 in si minore D 759 “Incompiuta”
Alfredo Casella:  Sinfonia n. 3 op. 63
Venezia, 7 aprile 2017
È innegabile che l’Unvollendete Symphonie di Schubert è un opera di altissima poesia, un continuo sgorgare di sentimento, che trascende la classica struttura della forma-sonata, in cui pure è contenuto. Sull’“incompiutezza” di questo capolavoro si sono scritti fiumi d’inchiostro, e diverse tesi si sono formulate al riguardo. Comunque, al di là di ogni congettura più o meno plausibile, è del tutto evidente che, per quanto incompleta da punto di vista formale, la sinfonia schubertiana è, nella sostanza, un’opera “perfetta”, nel significato etimologico del termine: vale a dire, “realizzata in modo completo”. È dunque verosimile che lo stesso compositore – che già aveva iniziato uno Scherzo – si sia reso conto del fatto che qualsiasi aggiunta ai due movimenti portati a termine sarebbe stata pleonastica, non potendo eguagliarne la sublime pregnanza espressiva. Forse non è un caso che la Unvollendete, composta nell’ottobre del 1822, segua di pochi mesi la Sonata in do minore op. 111 di Beethoven, anch’essa in due soli tempi, ma analogamente “perfetta” sul piano espressivo.
Esemplare – anche tenendo conto di quanto abbiamo fin qui notato – l’interpretazione di Jeffrey Tate, che ha confermato le sue doti di raffinato interprete, ben note al pubblico veneziano, scegliendo una chiave di lettura profondamente analitica e meditata, in evidente controtendenza rispetto a una certa moda attuale di votarsi a una direzione fondata su un’agogica dall’implacabile concitazione, che si traduce non di rado in esecuzioni certamente d’effetto, ma – a nostro avviso – non abbastanza approfondite sul piano dell’interpretazione. Diversamente il Maestro di Salisbury, vero poeta della bacchetta – assecondato da un’orchestra attenta e coesa, quanto brillante nella parti solistiche –, cesella ogni particolare, anche attraverso un’equilibrata scelta di tempi, assolutamente adeguata al proprio taglio interpretativo, riuscendo altresì a mettere in valore l’elemento timbrico, costituente una delle caratteristiche peculiari (e innovative) di questa partitura, dove Schubert gioca molto proprio sul colore armonico, attingendo ad un’ampia tavolozza orchestrale. Una lettura tanto analitica ed espressiva ha permesso, tra l’altro, di cogliere l’essenza di questa sinfonia, nella quale i due movimenti tra loro apparentemente contrastanti – il misterioso e drammatico Allegro moderato in si minore e il più sereno Andante con moto in mi maggiore – sono in realtà profondamente correlati dal punto di vista sia ritmico che tematico, essendo le due facce di una stessa medaglia, a conferma, peraltro, di quanto lo stesso autore confessa, in una pagina famosa del del suo diario, poco prima di mettere mano alla composizione della Settima: “Per molti anni intonai canzoni. Ma quando volevo cantare l’amore non riuscivo a esprimere che il dolore e quando provavo a intonare il dolore ecco che si trasformava in amore”.
Il secondo titolo in programma per la serata, la Terza sinfonia di Alfredo Casella, apriva, invece, uno squarcio sul panorama musicale italiano novecentesco – uno dei temi-chiave dell’attuale stagione sinfonica –, un periodo in cui il nostro Paese (siamo nel 1940, in epoca fascista) iniziava la sciagurata avventura della guerra a fianco della Germania nazista. Sono innegabili le simpatie manifestate da Casella verso il fascismo, che gli apparve, fin dall’inizio, come un movimento “rivoluzionario” tanto nel campo politico che in quello artistico. Resta il fatto, comunque, che il musicista torinese non venne mai meno a quel ruolo di animatore della vita musicale e, in particolare, di divulgatore della musica d’oltralpe, che si era da tempo prefisso, forte dell’esperienza maturata nel suo giovanile soggiorno parigino, nel corso del quale si era formato alla scuola di Fauré ed era entrato in contatto con musicisti destinati a rinnovare il linguaggio musicale: dunque, ritorno all’ordine e recupero delle radici musicali italiane – secondo i dettami della politica culturale del regime – bypassando il romanticismo, che in Italia coincise con l’egemonia del melodramma –, ma anche un’inestinguibile curiosità per quanto di meglio e di nuovo presentava il panorama internazionale.
Anche l’ultima fatica sinfonica di Casella – commissionatagli, nel 1939, da Frederick Stock per celebrare i cinquant’anni dalla fondazione della Chicago Symphony Orchestra, a conferma della rinomanza internazionale di cui godeva l’autore – testimonia della sua vasta ed aggiornata cultura musicale, nonché, in particolare, della sua costante attenzione verso i grandi compositori stranieri, si può dire, senza preclusioni di sorta. Acuta sensibilità musicale, spiccato senso del colore orchestrale, attenzione ad ogni dettaglio hanno caratterizzato – sempre con l’ausilio di un orchestra “di solisti” in gran forma – l’interpretazione di Tate, alle prese con una monumentale partitura – monumentale anche nell’organico –, nella quale si coglie l’influenza di Mahler – un compositore, all’epoca poco noto in Italia, che Casella stesso aveva contribuito a far conoscere ai francesi negli anni in cui era a Parigi –, mentre certe ruvidezze nell’orchestrazione e l’ampio impiego delle percussioni possono far pensare, tra gli altri, a Prokoviev. Contrario ad ogni concezione romanticheggiante della musica strumentale come sfogo autobiografico e totalmente votato alla “musica pura”, è tuttavia verosimile che Casella – vista la data di composizione – abbia riversato nella sinfonia i propri turbamenti per la tragedia della guerra: questo potrebbe essere all’origine della contrapposizione, che percorre la partitura – ben marcata dal gesto direttoriale – tra blocchi dalla violenta sonorità e squarci di mesto lirismo, fino al radioso Rondò finale, carico di gioiosa speranza, dove i pensieri tristi riaffiorano solo per un attimo. Particolarmente struggente l’interpretazione di Tate del secondo movimento (Andante molto moderato, quasi Adagio), dove aleggia, appunto,  un’aura malheriana; sonoramente ritmico è risultato lo Scherzo, in cui fa capolino anche il sarcasmo di Šostakovič. Un successo pieno ha suggellato questa serata, che ha rappresentato, in particolare, un importante contributo per una più attenta valutazione di un musicista italiano, che in modo troppo frettoloso (e semplicistico) si è bollato come “fascista”.

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