“Lucia di Lammermoor” al Teatro Lirico di Cagliari

Teatro Comunale – Stagione Lirica e di balletto 2017
“LUCIA DI LAMMERMOOR”
Dramma tragico in due parti (e tre atti) su libretto di Salvadore Cammarano
Musica di Gaetano Donizetti
Enrico LUCA GRASSI
Lucia MARIGONA QERKEZI
Edgardo MATTEO DESOLE
Arturo MURAT CAN GUVEM
Raimondo GIANLUCA MARGHERI
Alisa LARA ROTILI
Normanno MAURO SECCI
Orchestra e Coro del Teatro Lirico
Direttore Salvatore Percacciolo
Maestro del coro Gaetano Mastroiaco
Regia, Scene, Costumi e Luci Denis Krief
Allestimento del Teatro Lirico di Cagliari
Cagliari, 13 maggio 2017      
Andare a sentire il “secondo cast” spesso è interessante, talvolta sorprendente. Almeno se lo stesso è assemblato in maniera intelligente, omogenea e, soprattutto, costituito in maggioranza da giovani dotati e di spiccata personalità. È stato questo il caso della replica al Teatro Lirico di Cagliari di Lucia di Lammermoor, capolavoro di Gaetano Donizetti ed evidente archetipo della convivenza tra elementi astratti belcantistici e una sensibilità proiettata ormai a un maggiore realismo, sia nella scrittura vocale che nell’incalzante drammaturgia di stampo romantico. Archetipo a causa della sua perdurante popolarità, ma non certamente unico esempio: da tempo sappiamo, anche grazie alla Donizetti Renaissance, come certe caratteristiche siano comuni a varie opere del compositore bergamasco che solo adesso, faticosamente e a tratti, riescono a uscire dall’oblio. Tale ambiguità stilistica o, se preferiamo, l’evidente possibilità di leggere l’opera da angolazioni differenti, sembra essere alla base dell’ormai storico allestimento di Denis Krief che, apparentemente, non fa una scelta di campo ma si preoccupa solo di raccontare una storia, utilizzando come idea strutturale fondante proprio tale ambiguità. Ecco quindi un impianto scenico essenziale, indicativo, costituito da semplicissimi elementi geometrici rigorosamente anti realistici, combinabili con alcune varianti: il piano inclinato di appoggio, la contro parete di fondo, una paratia mobile, un velario (abilmente utilizzato per isolare Lucia, per esempio, nella scena della pazzia) e poco altro. Fondamentali le bellissime luci e proiezioni dello stesso Krief (così come scenografie e costumi) che rivestono lo scabro impianto con tagli inconsueti, spesso laterali, dando un rilievo differenziato di grande forza espressiva alle varie scene. Interessante anche il contrasto tra alcuni quadri collettivi, freddi, in piena luce, con i colori più tenui e caldi della maggior parte dell’opera. Utilizzati anche pochissimi elementi di arredo, come una scrivania, una panchina o dei tavoli da biliardo che, sperduti sul palcoscenico, sembrano assumere una valenza metafisica piuttosto che realistica o comunque funzionale. Anche i costumi, vagamenti indirizzanti verso un contesto militare da Grande Guerra, non si preoccupano troppo di una verosimiglianza storica (comunque abbondantemente tradita anche nel libretto di Cammarano) ma suggeriscono piuttosto ambientazioni oniriche più vicine a certe guarnigioni raccontate dal grande Dino Buzzati, superando in qualche modo le eterne diatribe sulla trasposizione delle indicazioni originali. La regia invece ha costituito il vero e proprio elemento realistico, con personaggi, pur depurati dalla gestualità più convenzionale, ricchi di pathos e di sfaccettature, con movimenti curati anche nei minimi dettagli, mentre Il coro è apparso più spersonalizzato e meccanico nei movimenti, costituendo quasi un’estensione astratta dell’impianto scenografico. Funzionava sempre questa lettura scenica su più livelli? Quasi: talvolta si è avuta la sensazione, tutt’altro che rara nelle regie odierne, della mancanza di coraggio per una lettura radicale e coerente fino in fondo, capace di essere perfettamente univoca con lo spirito dell’allestimento. Comunque uno spettacolo bello, chiaro e assolutamente godibile: meritato il premio Abbiati della critica conseguito nel 2000.
Purtroppo la direzione musicale dello spettacolo non è apparsa dello stesso livello; Salvatore Percacciolo ha condotto con buon mestiere ma senza mostrare veramente l’indispensabile capacità di condurre il cantabile e sostenere il palcoscenico con la giusta espressività e flessibilità. Il gesto tecnico è apparso anche preciso, ma fondamentalmente rigido, monotono e inadatto al legato, alle dinamiche e alle agogiche richieste dal testo. Pur senza pretendere chissà che finezze di concertazione in un’opera del genere, è comunque legittimo aspettarsi almeno il respiro e l’espansione del canto necessari alle tensioni della drammaturgia, altrimenti la noia è in agguato in ogni battuta. Anche l’equilibrio tra buca e palcoscenico non è sempre apparso ideale, con in particolare la grancassa che, forse per l’acustica relativa nel punto d’ascolto, è risultata spesso un po’ troppo al di sopra della dinamica generale.
Un’opera del genere ovviamente non può non avere due solidi interpreti amorosi per una complessiva buona riuscita: nei ruoli creati a loro tempo da Fanny Tacchinardi e Gilbert – Louis Duprez, Marigona Qerkezi e Matteo Desole non solo hanno saputo fugare i dubbi legati alla loro giovane età, ma sono andati al di là delle aspettative mostrando bellezza vocale, una tecnica già sicura e una maturità interpretativa sorprendente. I protagonisti dell’opera in qualche modo incarnano in primis il dualismo stilistico di cui sopra, non a caso rafforzato dalle storiche caratteristiche dei primi interpreti: a un soprano dalle colorature estreme, virtuosistiche, per un personaggio interamente costruito su un piano vocale astratto e anti realistico, si contrappone un tenore dalla vocalità piena e naturale, ormai avviato verso i classici ruoli eroici del melodramma verdiano. La Qerkezi ha mostrato un bagaglio tecnico ragguardevole e una vocalità ampia e omogenea in tutti registri, con un’avvertibile differenza nella zona del passaggio: meritati i calorosi applausi dopo la celeberrima scena della pazzia, eseguita con fluidità e una facilità sorprendente anche nell’insidiosa cadenza di tradizione col flauto. Giocava in casa (quasi) il tenore sassarese Matteo Desole, accolto da un’autentica ovazione alla fine dello spettacolo, che prosegue in una crescita tecnico-vocale ed espressiva di prim’ordine. Vocalità bella e piena anche nei centri, spiccata musicalità e doti attoriali fuori dal comune, anche per finezza d’espressione, sono le sue doti migliori. Di assoluto rilievo la sua scena finale: Tu che a Dio spiegasti l’ali ha avuto accenti capaci di autentica commozione pur nella sobrietà dei mezzi espressivi, perfettamente congrui con lo stile dell’epoca.
Buona la prova anche di Luca Grassi, nel ruolo di Enrico, che, pur non dotato di una vocalità particolarmente accativante, ha mostrato una solidità tecnica e interpretativa decisamente encomiabile. È un po’ troppo avvertibile talvolta la differenza tra il registro centrale e quello acuto, ma il personaggio appare comunque scolpito con un rilievo notevole, apparendo a suo agio nel delineare il ruolo più complesso e sfaccettato dell’opera: un peccato non averlo sentito nel duetto completo con Edgardo. Anche Gianluca Margheri, pur in una parte con un registro un po’ più grave della propria bella vocalità naturale, interpreta con fluidità e nobiltà di accenti il ruolo di Raimondo, apparendo fondamentale nell’equilibrio vocale e drammaturgico di tutto il palcoscenico. Un po’ più impacciato invece l’Arturo di Murat Can Guvem, tenore con una piacevole voce chiara e leggera, ma in questo caso non pienamente inserito nei meccanismi scenici. Professionali e calibrati anche gli interventi di Lara Rotili, nel ruolo di Alisa, e di Mauro Secci, che ben figura nella parte di Normanno. Il coro del Teatro Lirico, preparato da Gaetano Mastroiaco, risolve egregiamente tutti gli interventi, mostrando fusione e un’ottima vocalità specialmente nelle batterie maschili, mentre quelle femminili appaiono più precise e puntuali nei rigorosi movimenti registici. Equilibrate, pulite e ben guidate dalle prime parti, e con un’ottima intonazione, tutte le sezioni dell’orchestra che, ormai da tempo, conferma il buon livello professionale del Teatro in tutte le sue componenti. Caloroso il successo dello scarso pubblico presente: il magnifico pomeriggio di maggio e la settima recita, fuori abbonamento, non hanno certo favorito la migliore affluenza… Foto Priamo Tolu

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