Venezia, Teatro La Fenice: si ripropone “La Sonnambula”

Venezia, Teatro La Fenice: si ripropone “La Sonnambula”

Venezia, Teatro La fenice, Lirica e balletto, Stagione 2016-2017
LA SONNAMBULA”
Melodramma in due att, Libretto di Felice Romani, dal ballet-pantomime “La somnambule ou L’arrivée d’un nouveau seigneur” di Eugène Scribe.
Musica di Vincenzo Bellini
Il conte Rodolfo ROBERTO SCANDIUZZI
Teresa JULIE MELLOR
Amina IRINA DUBROVSKAYA
Elvino SHALVA MUKERIA
Lisa SILVIA FRIGATO
Alessio WILLIAM CORRÒ
Un notaro ROBERTO MENEGAZZO
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Direttore Fabrizio Maria Carminati
Maestro del Coro Claudio Marino Moretti
Regia Bepi Morassi
Scene Massimo Checchetto
Costumi Carlos Tieppo
Light designer Vilmo Furian
Allestimento Fondazione Teatro La Fenice
Venezia, 30 giugno 2017
La Sonnambula torna sul palcoscenico del Teatro La Fenice nello stesso allestimento andato in scena nel 2012. Allora nel ruolo della protagonista trionfò Jessica Pratt, questa volta offre la voce e il gesto ad Amina Irina Dubrovskaya, che è una vecchia conoscenza del pubblico della Fenice, avendo già cantato in anni recenti nell’Elisir d’amore e nella Traviata e, più indietro nel tempo, in altre opere, tra cui Il Rigoletto. Quello di Amina è un ruolo, a dir poco, arduo, che nella seconda metà del Novecento ha impegnato interpreti del calibro di Maria Callas, Joan Sutherland, Renata Scotto e, prima, di Toti Dal Monte. Comunque, la giovane interprete ha dimostrato di possedere appieno i mezzi vocali per affrontare questa parte, in cui – come sempre in Bellini – l’abbondanza di abbellimenti non è mai fine a se stessa, ma contribuisce a delineare, al pari delle arie, il carattere del personaggio o una particolare situazione psicologica. Il difficile sta proprio in questo: padroneggiare perfettamente, fino a farle dimenticare, le difficoltà tecniche rappresentate dalle agilità, per far sì che queste ultime – lungi dall’essere mero saggio di bravura – assumano una carica espressiva, vicina a quella delle arie e delle loro lunghe quanto sublimi melodie. A questo proposito, l’interpretazione della Dubrovskaya è apparsa certamente impeccabile sotto il profilo tecnico: l’esecuzione di trilli, roulades, note picchettate è avvenuta senza che si percepisse il minimo sforzo, con una vocalità nitida e precisa, caratterizzata da estrema facilità negli acuti, oltre che da un timbro brillante e omogeneo. Tuttavia, a nostro avviso, si è colta, sul piano espressivo, una certa freddezza, un non sempre adeguato coinvolgimento emotivo, che forse faceva pensare alla prassi interpretativa legata a un passato ormai piuttosto lontano, prima – per intendersi – della straordinaria lezione di tecnica al servizio dell’espressività, offerta da Maria Callas. L’interpretazione offerta dal soprano siberiano rimane, comunque, ragguardevole: vi hanno contribuito anche la dizione chiara e il fatto di avere quello che si dice “le physique du rôle”, il che certo non guasta mai. Più intensa, ovviamente, la sua interpretazione delle due arie “Come per me sereno” nel primo atto e Ah, non credea mirati” nell’ultimo, salutate – dopo la rispettiva cabaletta – da applausi a scena aperta. Le ha corrisposto uno Shalva Mukeria – presente anche nel Cast del 2012 – ugualmente a suo agio nel ruolo di Elvino, grazie alla sua voce proiettata verso l’acuto, ma nel contempo piuttosto corposa, che conserva la brillantezza anche nella zona grave come si è potuto apprezzare nella celeberrima “Prendi, l’anel ti dono”, nel successivo duetto “Son geloso del zefiro amante”, oltre che in “Tutto è sciolto” e nella successiva cabaletta. Anche per il tenore georgiano si può rilevare che la sua interpretazione, non è stata del tutto convincente sul piano espressivo, senza nulla togliere alla sua ottima impostazione vocale.
A livello di presenza scenica, il dominatore è stato Roberto Scandiuzzi, che calca il palcoscenico da più di trent’anni: l’artista veneto si è dimostrato naturale e spigliato, compassato e nobile nel gesto, restituendoci un Conte Rodolfo credibile e autorevole, anche grazie ad una voce dal gradevole colore scuro, ancora duttile ed omogenea, che – evidentemente usata con intelligenza e ottima tecnica – sembra ancora non risentire dei tanti anni di carriera, che il basso ha alle sue spalle: garbatamente nostalgico in “Vi ravviso, o luoghi ameni, perde per un attimo il suo aplomb di fronte alle grazie di Lisa e della stessa Amina, per poi ritrovare la saggezza che compete a un uomo del suo rango e divenire il Deus ex machina alla fine della vicenda (“Degna d’amor, di stima/è Amina ancor”; “V’han certuni che dormendo”). Ottima la prestazione, nei panni di Lisa, dell’adriese Silvia Frigato – dotata di una voce dal timbro chiaro, in grado di affrontare autorevolmente le agilità – segnalatasi nelle sue due arie (“Tutto è gioia” e “De’ lieti auguri”). Buono il contributo di Julie Mellor (Teresa), che si è messa in luce soprattutto nelle scene finali, così come quello offerto da William Corrò e Roberto Menegazzo, rispettivamente Alessio e Un notaro. Coeso, chiaro nel fraseggio, duttile il coro, che nell’opera ha un ruolo di primaria importanza, complice ancora una volta il maestro Moretti.
Piuttosto allineata con una certa tradizione è risultata la lettura di Fabrizio Maria Carminati, che si sofferma sui momenti lirici e amplifica la vena idiliaco-pastorale dell’opera, rallentandone a volte, forse un po’ troppo, la sequenza drammatica; in ogni caso assecondando il più possibile le esigenze del canto. Questa impostazione si è rivelata, a nostro avviso, un tantino incoerente rispetto alle scelte registiche, che invece tendono a superare la visione tradizionale – in base alla quale l’opera si fonda totalmente sul potere del canto, risultando così statica sul piano drammaturgico – per tentare un approccio, appunto, più “teatrale”, che metta in evidenza gli intrecci, le dinamiche, le azioni. A tale scopo Bepi Morassi fa in modo che gli interpreti recitino sempre e comunque, anche durante le arie più celebri (ad esempio, Amina, nel primo atto, telefona, e nel prosieguo balla con Elvino al suono della Radio). A ciò si aggiunge il forte rilievo dato alla connotazione geografica. L’opera si svolge in una Svizzera da cartolina illustrata, nel corso di un inverno degli anni Trenta: inizialmente nel solarium di un hotel di buon livello, dove arriva la funivia che trasporta il Conte; successivamente, per fare un altro esempio, presso un bosco, dove si raduna il coro, formato da sciatori, che si accingono a prendere l’autobus. Coloratissime le scene ideate da Massimo Checchetto, in cui si alternano paesaggi alpestri a interni dell’albergo; eleganti e di pregevole fattura i costumi di Carlos Tieppo, che contribuiscono non poco alla contestualizzazione della vicenda; indovinate, nella loro naturalezza, le luci di Vilmo Furian. Certo, spostare la vicenda in epoca diversa, creare un’ambientazione innovativa implica sempre qualche sfasatura rispetto al libretto: questo accade – come già notammo nel 2012 – anche nella messinscena firmata da Bepi Morassi, nondimeno l’impatto visivo risulta tutt’altro che sgradevole. Successo pieno per tutti – soprattutto ovviamente per la protagonista e i ruoli principali – con applausi interminabili a fine serata. Foto Michele Crosera

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