Pesaro, 38° Rossini Opera Festival 2017: “Torvaldo e Dorliska”

Pesaro, 38° Rossini Opera Festival 2017: “Torvaldo e Dorliska”

Pesaro, Teatro Rossini,  38° Rossini Opera Festival
TORVALDO E DORLISKA”
Dramma semiserio in due atti di Cesare Sterbini.
Musica di Gioachino Rossini
Edizione critica della Fondazione Rossini, in collaborazione con Casa Ricordi, a cura di Francesco Paolo Russo.
Duca d’Ordow NICOLA ALAIMO
Dorliska SALOME JICIA
Torvaldo DMITRY KORCHAK
Giorgio CARLO LEPORE
Carlotta RAFFAELLA LUPINACCI
Ormondo FILIPPO FONTANA
Orchestra Sinfonica G. Rossini
Coro del Teatro della Fortuna di Fano
Direttore Francesco Lanzillotta
Maestro del coro Mirca Rosciani
Regia Mario Martone
Scene Sergio Tramonti
Costumi Ursula Patzak
Luci Vincenzo Raponi
Pesaro, 15 agosto 2017
Non è facile assistere a teatro a una rappresentazione di Torvaldo e Dorliska ed è un gran peccato, perché, anche se i capolavori di Rossini sono altri, l’opera è di grande interesse e piacevolezza, la musica è sempre pregevole, tra auto-imprestiti e anticipazioni, la vicenda è incalzante, il libretto è di buon taglio, i personaggi sono solidi, ben caratterizzati. Particolarmente affascinanti sono il sinistro protagonista, il Duca d’Ordow e il suo astuto servitore Giorgio. Torvaldo e Dorliska segna il debutto di Rossini sulla scena romana, nel giorno di Santo Stefano del 1815, e la sua prima collaborazione con Cesare Sterbini, autore del libretto del “Barbiere di Siviglia” che andrà in scena dopo appena due mesi – solo due mesi prima aveva avuto battesimo l’”Elisabetta regina d’Inghilterra”, tali erano i ritmi di lavoro di Rossini in quegli anni giovanili. Si tratta di un’opera semiseria, in cui all’interno di una vicenda drammatica, ma a lieto fine, agiscono uno o più personaggi marcatamente brillanti.
Dal punto di vista tematico si tratta di una pièce à sauvetage, genere che Rossini aveva già messo in musica in un lavoro della primissima giovinezza, “L’inganno felice”, poi nel “Sigismondo” – entrambi su libretto del Foppa – e che avrebbe ancora adottato in una delle sue opere maggiori, “La gazza ladra”. Il modello letterario deriva dallo scrittore inglese del ‘700 Samuel Richardson e dalla sua “Pamela o la virtù premiata”, romanzo al quale il mondo dell’opera ha ampiamente attinto, come Cherubini per la sua Lodoïska. Proprio alla Lodoïska, anziché risalire direttamente alla fonte, si ispira Cesare Sterbini per costruire il suo salvataggio di una povera fanciulla, Dorliska, e del suo amato consorte Torvaldo dalle grinfie di un tiranno tanto innamorato quanto sanguinario; ad aiutarli, aizzando contro il signore tutto il popolo stanco di essere vessato, è il bonario ma astuto Giorgio, personaggio buffo nei dialoghi e nella scrittura vocale. È una trama semplice che l’atmosfera gotica e la suspense rendono avvincente.
Certo è che se l’altra sera al Teatro Rossini l’attenzione e l’interesse non hanno accusato il minimo calo e non sono state nemmeno per un attimo minate dalla sonnolenza per tutte le quasi tre ore di spettacolo, bisogna riconoscere grande merito alla messa in scena: un lavoro eccellente, esteticamente bello nelle scene di Sergio Tramonti e nei costumi di Ursula Patzak, pieno di intelligenza e di rispetto del pubblico e del testo, in cui il regista Mario Martone ha profuso buon senso e mestiere, quel saper fare mai inutilmente appariscente, che però approda all’alta qualità per la strada più diretta e più razionale. Non che lo spettacolo manchi di creatività, che non ci siano idee. Anzi! Ci sono solo quelle utili e non di più. Martone, ad esempio, usa disinvoltamente gli spazi della platea, vista l’angustia del palcoscenico del Rossini, ma lo fa in maniera funzionale e, direi, geniale, senza assumere alcuna posa trasgressiva, e così riesce a suggerire i diversi luoghi in cui l’azione si svolge, senza cambi di scena. Allo stesso modo il colpo di teatro del lancio di volantini rossi dal loggione è perfettamente integrato con il momento drammatico in cui il popolo decide di far giustizia del tiranno; l’episodio scenico della scalata del pero corrisponde esattamente a ciò che è scritto nel libretto, e così via.
Grande merito va ovviamente riconosciuto anche alla compagnia di canto che ha eseguito, interpretato e recitato con grande bravura e partecipazione. Strepitoso – non è una novità – è stato Carlo Lepore nei panni di Giorgio. La padronanza di uno strumento vocale limpido e sonoro, la dizione, la bravura nell’agilità e nel sillabato, la mimica, l’appropriatezza e la simpatia della recitazione, sinteticamente il talento di questo grande cantante-attore, che tra l’altro interpreta un personaggio-chiave, quasi sempre in scena, hanno dato un contributo fondamentale al risultato complessivo. Carlo Lepore ha avuto nel corso delle recite un problema ad un braccio e si è presentato con una fasciatura immobilizzante – eh sì, anche lui come Roberto Abbado – il che non ha intaccato minimamente la sua capacità di stare in scena e dominare la situazione; anzi è riuscito persino a dare un significato al fatto che Giorgio avesse un braccio al collo, indicando l’arto infortunato nel momento in cui il personaggio, in riferimento alla brutalità del suo padrone, dice “Se ti guarda ti spaventa/se ti tocca… il ciel ti scampi”, come dire… è capace di spezzarti le ossa.
Nicola Alaimo ha scolpito con autorità, carisma scenico e grande immedesimazione il suo Duca d’Ordow, personaggio suggestivamente bifronte, un innamorato incapace di farsi amare, che traduce in sopraffazione violenta la sua impotenza. Il tiranno altero e tracotante ha ricevuto grande rilievo dall’imponenza fisica e dalla vocalità generosa e potente, se non levigatissima, del baritono siciliano, l’amante si è avvantaggiato della sua capacità di addolcire l’emissione in improvvise mezzevoci e di trovare un tono appassionato e dolente. Una maggior cura della dizione non guasterebbe: non è che sia molto bello sentir pronunciare inzenzata invece che insensata.
Una bellissima prestazione ha offerto Dmitry Korchak nei panni di Torvaldo. Il tenore russo possiede una voce ampia e squillante, dalla salita agli acuti impavida, ma sa anche cantare piano e pianissimo mantenendo un suono morbido, dolce e allo stesso tempo timbrato e, cosa rara, è capace di filare in modo ortodosso, anche a notevole altezza. Inoltre ha ottime agilità e non ha problemi nel sillabato rapidissimo. Grazie al fraseggio nobile, alla sensibilità di interprete e alla bella presenza ha raffigurato un innamorato tenero e fiero dimostrandosi artista completo scenicamente e vocalmente. Salome Jicia ha uno strumento sonoro e penetrante e un timbro che sarebbe anche gradevole se l’emissione non rendesse il suono duro e leggermente tremulo, come costretto, non libero; a rimetterci sono prima di tutto i passaggi di coloratura, che risultano poco fluidi anche a causa di una certa tendenza a ‘mettere aria’ tra una notina e l’altra, le famigerate agilità ha-ha-ha che dispiace ascoltare, specie nel tempio del belcanto rossiniano.Per il resto la sua Dorliska si avvale di un’interprete musicale, sensibile e scenicamente pregevole, capace di modellare un personaggio dai forti sentimenti. Filippo Fontana mette in luce le sue note qualità, nel piccolo ruolo di Ormondo: ha una voce tenue e marcatamente chiara, dotata però di una proiezione e di una incisività di dizione che la rendono assolutamente “presente” e godibile; in più è intelligente e musicale, come interprete e come fraseggiatore. È anche piuttosto atletico e coraggioso nel cantare la sua aria del pero arrampicandosi sull’albero, che sotto il suo peso si piega e oscilla, per poi, senza mai smettere di cantare, abbandonare la presa e lasciarsi cadere da una bella altezza tra le braccia dei coristi che lo prendono al volo. Bravo! Raffaella Lupinacci raccoglie un considerevole e meritato successo personale, mettendo in evidenza, in particolare nella sua piccola aria, uno strumento molto interessante, ampio, timbrato, sicuro, di bel colore mezzosopranile. Il Coro del Teatro della Fortuna di Fano si disimpegna con onore, l’Orchestra G. Rossini di Pesaro, dopo un inizio leggermente incerto, con qualche imprecisione di intonazione e di ingresso, acquisisce compattezza e sicurezza, procedendo per tutta la recita con ottima tenuta. Il direttore Francesco Lanzillotta offre una lettura pulita, energica, soprattutto dal perfetto passo teatrale, riuscendo a ricondurre tutti gli episodi all’interno di un arco narrativo serrato, che non perde mai la tensione. Il pubblico comprende e premia con generosi applausi lo spettacolo e i solisti, l’orchestra, il coro il direttore; la piccola deliziosa sala del Teatro Rossini si anima di entusiasmo e molte sono le chiamate per tutti.
Da qui, fino al 22 agosto potete riascoltare le opere del Rof 2017

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