Cronache del MI.TO.: l’inaugurazione di Torino con Ingo Metzmacher

Cronache del MI.TO.: l’inaugurazione di Torino con Ingo Metzmacher

Torino, Teatro Regio – MI.TO. Settembre Musica 2017 – 40a Edizione
“QUATTRO PAESAGGI”
Gustav Mahler Jugendorchester
Direttore Ingo Metzmacher
Pianoforte Jean-Yves Thibaudet
Anna Clyne: “This Midnight Hour” per orchestra – Prima esecuzione in Italia
George Gershwin: Concerto in fa per pianoforte e orchestra
Antonín Dvořák: “Nel regno della natura”, ouverture da concerto op. 91
Maurice Ravel: Suite n. 2 dal balletto “Daphnis et Chloé”
Torino, 4 settembre 2017

Quarant’anni è l’età giusta per ritornare alla natura, ossia per ricominciare dalla realtà che ci circonda, anziché consumarsi in idee di pura astrazione o in memorie dolorose. L’aspirazione di MI.TO. 2017 si potrebbe ridurre così, purché la sintesi servisse soltanto a stimolare esperienze sonore variegate, confrontabili tra di loro oppure no. Certo, l’inaugurazione torinese quest’anno risente di un motivo di festa in più, dal momento che ricorrono proprio i quarant’anni dell’invenzione di Settembre Musica, la raffinata rassegna creata da Giorgio Balmas nel 1977, solo di recente trasformata nel festival delle due città. Ogni concerto ha un titolo connesso al tema dell’annata, Natura appunto, e quello inaugurale si configura come polittico di paesaggi sonori. Scegliere un tema unificante per un festival che si dipana in decine di concerti e spettacoli è un’operazione impegnativa e forse rischiosa: il pubblico esigente finisce sempre per ricercare, mentre ascolta, le ragioni della scelta e indagare le attinenze al tema. Tutto questo stimola la riflessione critica, ma distoglie un po’ l’attenzione dalle qualità assolute di un brano, soprattutto in quelli non annoverabili nei cataloghi di musica “a programma”. Nel caso della natura le maglie sono così larghe che in quasi ogni titolo si può ritrovare qualche elemento di pertinenza (più cervellotico, ma anche stimolante sul piano storico e politico, appare invece il tema di Lucerna per l’estate 2017: Identität). Se poi MI.TO. si apre con il paesaggio e le sue varietà, rientrano nella rassegna anche i paesaggi urbani, ossia le città, che intuitivamente si sarebbe portati a contrapporre alla natura … Ma tant’è: alla fine quel che conta è il pregevole suono della Gustav Mahler Jugendorchester diretta da Ingo Metzmacher. Orchestra e direttore ottimi, la prima per la freschezza e la precisione, il secondo per l’annosa esperienza con la musica del XX e XXI secolo; il pezzo d’apertura, infatti, è una composizione di Anna Clyne del 2015, scaturita da due suggestioni poetiche. La congiunzione del Baudelaire delle Fleurs du mal alla poesia spagnola di Juan Ramón Jiménez denota un intento abbastanza intellettualistico: pensando al valzer malinconico di Armonia della sera della raccolta parigina e alla definizione della musica come «donna che corre nuda a perdifiato per la notte pura» di Jimenez, Clyne elabora un moto perpetuo molto meccanico (che non dà affatto l’idea di paesaggio naturale, bensì chiaramente cittadino), quasi provocatorio nella parodia del cromatismo wagneriano alla Rheingold. Alle viole tocca poi subire distorsioni di tono (l’immancabile tentazione dello stile cinematografico) che immettono nella partitura uno scarto stilistico: nel finale si profila una melodia popolare rielaborata in tutta libertà armonica. Il direttore si impegna a sottolineare i colori notturni del pezzo, corrisposto molto bene da ottoni e fiati della Mahler. Il pubblico torinese, a sua volta, apprezza con entusiasmo, soddisfacendo abbastanza presto la principale curiosità del programma. A seguire, si ascolta una interpretazione molto interessante del concerto per pianoforte di Gershwin con Jean-Yves Thibaudet: pianista e direttore concordano sull’opportunità di concentrarsi sui valori musicali, anziché esasperare gli effetti imitativi di suoni e rumori della città. Il discorso orchestrale guadagna in chiarezza, mentre il pianista, attento com’è alle sonorità e ai volumi, dialoga quasi timidamente con il coro degli strumenti, senza concedere nulla al solo piacere dell’esibizione. Anche le inflessioni jazzistiche del II movimento (Adagio. Andante con moto) sono modulate in maniera tenue, risuonando più come un raffinato stilema raveliano (influsso del Daphnis et Chloé che chiuderà il programma?). La città gershwiniana di Metzmacher e Thibaudet, in altre parole, conosce momenti di spegnimento e di poca vitalità; appare più malinconica del solito (struggente l’assolo dello xilofono), e quindi più vera. Nell’Allegro agitato finale la puntuale resa del virtuosismo pianistico si completa con una perorazione di grande effetto complessivo (sebbene nessuna esecuzione riesca mai a redimere la debolezza strutturale di questo concerto … ma la questione a questo punto riguarderebbe Gershwin e le sue scelte). Ai grandi applausi solista e direttore rispondono con un fuori programma a quattro mani di totale delizia: la Berceuse iniziale della Suite Dolly di Gabriel Fauré.
L’ouverture Nel regno della natura di Dvořák potrebbe essere il succo dell’intero festival: la rappresentazione di una natura “ruspante” – come argutamente la definisce Stefano Catucci nella presentazione – induce Metzmacher a sonorità corpose, in cui i rintocchi soavi sono sommersi da elementi massicci. In Ravel, invece, il direttore si concentra sullo studio dei colori e dei timbri; ed è dall’originalissimo e fittizio paesaggio greco di Daphnis et Chloé (non il balletto completo ma la Suite n. 2) che si sprigionano le suggestioni naturalistiche più convincenti e moderne; dall’assolo del flauto ai momenti di pieno orchestrale, tutto brilla di straordinaria intensità: colori vividi e cangianti, suono di incrollabile fermezza e al tempo stesso di riposante dolcezza. Grande e condivisibile successo; ma perché, accanto alle composizioni anglosassoni contemporanee, non osare anche qualche ripresa italiana di ambito naturalistico? Quale edizione di MI.TO. occorrerà attendere per riascoltare, per esempio, La divina foresta di Rosario Scalero, poema sinfonico del 1932? Al posto del prevedibile Dvořák avrebbe qualificato molto meglio il programma inaugurale con una prospettiva anche italiana, nata da suggestioni poetiche dantesche e dannunziane.   Foto © FLICKR.COM

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1 comment

  1. Adele Rovereto

    Concordo pienamente con la splendida recensione di Curnis, soprattutto per quanto concerne la paura di affrontare un grande autore, non così noto al pubblico come Scalero, il cui poema sinfonico sarebbe stato semplicemente perfetto per la prima. Forse la paura di apparire “provinciali” uscendo da schemi più tradizionali?

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