Vincenzo Bellini (1801-1835): “Bianca e Gernando” (1826)

Vincenzo Bellini (1801-1835): “Bianca e Gernando” (1826)

Melodramma in due atti su libretto di Domenico Gilardoni. Silvia Dalla Benetta (Bianca), Maxim Mironov (Gernando), Luca Dall’Amico (Carlo), Vittorio Prato (Filippo), Zong Shi (Clemente), Marina Viotti (Viscardo), Gheorghe Vlad (Uggero), Mar Campo (Eloisa). Virtuosi Brunensis e Camerata Bach Choir Poznań. Antonino Fogliani (direttore), Ania Michalak (maestro del coro). Registrazione live in concerto alla Trinkhalle, Bad Wildbad, Germania, 15 e 23 luglio 2016 in occasione del XXVIII Rossini in Wildbad Festival. 2 CD Naxos 8.660417-18
Il successo dell’Adelson e Salvini aprì a Bellini le porte del San Carlo, il cui impresario, sollecitato dal duca di Noja, presidente del Collegio di San Sebastiano e sovrintendente dei teatri napoletani, gli commissionò un’opera per rispettare una clausola del contratto d’appalto che prevedeva la messa in scena di una cantata o di un’opera di un ex allievo meritevole del collegio. Per questo lavoro Bellini rifiutò il librettista Tottola, non soddisfatto del testo dell’Adelson, e scelse l’esordiente napoletano Domenico Gilardoni che, privo di esperienza, gli rimediò il libretto di Bianca e Fernando, titolo mutato dalla censura in Bianca e Gernando per non profanare il nome dell’erede al trono come ricordato da Francesco Florimo che raccontò la genesi di quest’opera nella sua biografia dedicata al compositore catanese:
“Incoraggiato dalla splendida riuscita di quel suo primo lavoro [Adelson e Salvini], Bellini si pose immantinente intorno ad un’opera seria, Bianca e Fernando (che la censura cambiò in Gernando, affinché non fosse pronunciato il nome del Re invano), con parole di Domenico Gilardoni; che il duca di Noja come governatore del Collegio di Musica e Sopraintendente dei Reali Teatri e Spettacoli, gli fece comporre pel Teatro San Carlo. L’opera ebbe felicissimo incontro, ed il pubblico in folla accorreva tutte le sere al teatro per udire la seconda produzione di questo giovine allievo del Collegio, e giudicare del suo avvenire.
Bellini scisse quest’opera invece della solita cantata, che ogni primo alunno del Collegio soleva scrivere pel Teatro San Carlo, in forza di un diritto acquistato al Collegio dal signor Duca di Noja […]. Bellini scrisse un’opera, e non una cantata, perché questa gli pareva un lavoro senza interesse, e non bastevole alla manifestazione del suo genio, che pure voleva uscire dalle restrizioni della scuola e volare liberamente; e gli fu concesso, perché già il suo primo lavoro aveva palesato in lui l’artista geniale e non volgare. Quest’opera, concertata dalla Tosi, dal David e dal Lablache per essere rappresentata nella serata di gala del 12 gennaio 1826, per circostanze imprevedute fu differita a quella del 30 maggio successivo, e cantata dalla Lalande assieme col Rubini, Lablache, le due sorelle Mazzocchi, Berettoni, Benedetti e Chizzola.
In quest’opera, per la quale fu gratificato dell’impresario Barbaja di ducati 300, si vedeva sviluppato quel germe che già era apparso nell’Adelson e Salvini” (F. Florimo, Bellini: Memorie e lettere, Firenze, Barbèra, 1882, pp. 12-13).
Come accennato da Florimo, l’opera avrebbe dovuto vivere la sua première in un’occasione di grande importanza: i festeggiamenti per il sedicesimo compleanno dell’erede al trono del Regno delle Due Sicilie, Ferdinando, figlio di Francesco I, che ricorreva il 12 gennaio 1826. Il primo anniversario della morte del nonno, Ferdinando I, avvenuta il 4 gennaio 1825, indusse il nuovo re, Francesco I, a sospendere tutti i festeggiamenti in onore del figlio, compresa la serata di gala al San Carlo con la rappresentazione dell’opera di Bellini per la quale era stato scritturato un cast d’eccezione formato da Adelaide Tosi, da Giovanni David e da Luigi Lablache. Per un esordiente come Bellini l’insolita commissione del San Carlo costituiva una grande occasione per dare una svolta alla sua carriera, come ricordato sempre dallo stesso Florimo che riportò le parole del compositore:
“Questa Bianca, che ho studiato e scritto il meglio che ho potuto, spero mi apporterà fortuna e mi aprirà la strada ad un bell’avvenire. Ah! quanto ne sarà contenta la diletta del mio cuore [Maddalena Fumaroli]! Dopo il successo, se Dio lo benedirà, rinnoverò le istanze per ottenere la sua mano, e spero che non la vorranno negare a chi abbia trionfato in San Carlo: vedremo!!» (Ivi, p. 103).
La prima di Bianca e Gernando, rinviata al 30 maggio dello stesso anno, fu un vero successo testimoniato non solo da Florimo:
“La Bianca e Gernando ebbe infatti un pieno successo: gli applausi che riscosse furono unanimi, spontanei e davvero incoraggianti” (Ibid.),
ma anche dalla critica ufficiale. In un articoletto apparso il 13 giugno 1826 sul «Giornale delle due Sicilie» si legge:
“Il suo stile ci sembra impresso di quella vivacità, talvolta un po’ soverchia della moderna musica, mentre non lascia d’esser in qualche modo regolato dal freno delle leggi più austere della musica antica. Ne’ i suoi concenti egli non sacrifica al senso il sentimento”. (M. R. Adamo – F. Lippmann, Vincenzo Bellini, Torino, Edizione RAI Tadiotelevisione Italiana (ERI), 1981, p. 49)
La composizione dell’opera non era stata semplice anche a causa del libretto che Domenico Gilardoni, alla prima esperienza con la forma melodrammatica, aveva tratto dal dramma, Bianca e Fernando alla tomba di Carlo IV, duca di Agrigento rappresentato al Teatro dei Fiorentini qualche tempo prima. Il testo poetico di Gilardoni, che, in seguito avrebbe scritto libretti per Donizetti (Otto mesi in due ore, Il Borgomastro di Sardaam e L’esule di Roma), Michele Costa, Luigi Ricci e Giovanni Pacini, mostrava una mano totalmente inesperta, come affermato giustamente da Francesco Pastura:
“In quel suo primo libretto si nota più la preoccupazione per la forma poetica anziché per la dinamica dell’azione. La poesia, costruita fine a sé stessa, si perde in giochi di rime e di ritmi, in inutili preziosità verbali e stilistiche; quel primo lavoro, insomma, oggi appare come una pretenziosa esercitazione di metrica, anziché un dramma per musica” (F. Pastura, Bellini secondo la storia, Parma, 1959, p. 84).
Bellini, consapevole dell’importanza della riuscita di quest’opera, non nascose le sue preoccupazioni all’amico Florimo:
“Nel 1826 il Donizetti scriveva Otto mesi in due ore al Teatro Nuovo e Bellini Bianca e Gernando al San Carlo, ed a me ripeteva sovente: «Ho davvero paura, caro Florimo, di scrivere un’opera nello stesso paese ove scrive un Donizetti: io sì poco esperto nelle composizioni teatrali, ed egli che tutta Italia saluta meritatamente egregio maestro». (F. Florimo, Op. cit., p. 130)
Le preoccupazioni e l’intenso lavoro di Bellini furono confermate anche da un altro biografo, Michele Scherillo, che ricordò:
“Lavorava egli intorno alla Bianca e Gernando, da mettere in scena al San Carlo; e da qualche giorno si scervellava per trovare il motivo della cabaletta di Bianca. Nel frattempo si eseguì al Collegio la Quinta sinfonia di Mozart in sol minore, e Bellini, dopo di averla udita, rivolto a Florimo gli disse: «La cabaletta è finita, ora vado a scriverla”. (M. Scherillo, Belliniana, nuove note, Milano, 1885, p. 60)
In realtà l’aneddoto riferito da Scherillo contiene diverse imprecisioni, dal momento che non esiste una Quinta sinfonia di Mozart in sol minore, essendo in questa tonalità la celebre K. 550 e la meno famosa K. 183.
L’opera, nonostante le preoccupazioni e i ripensamenti dell’autore in fase di composizione, fu, come accennato in precedenza, un successo alla prima grazie anche al cast di grande valore, anche se diverso da quello che l’aveva concertata per la serata del 12 gennaio. In esso, infatti, insieme a Henriette Méric-Lalande (Bianca), Arcangelo Berrettoni (Carlo), Luigi Lablache (Filippo) e Michele Benedetti (Clemente) figurava Giovanni Battista Rubini (Fernando), il grande tenore che sarebbe diventato il preferito di Bellini.
Rispetto all’Adelson, Bianca e Gernando, pur essendo la prova di un ancor giovane compositore, è un’opera certamente più matura nonostante le chiare influenze rossiniane riscontrabili sia nell’aria di Filippo (Allor che notte avanza) sia nel terzetto del primo atto (Di Gernando son le cifre) sia nel concertato del primo atto (Ah che l’alma invade un gel). In quest’opera, però, si afferma già quell’attenzione tutta belliniana per la parola del testo che viene sottolineata nell’aria di Gernando A tanto duol  (Es. 1), mentre la cabaletta Il brando immergere, che conclude, come di tradizione, la scena, presenta un ritmo di polacca che, pur addicendosi poco al testo, costituisce comunque la testimonianza di una mano sicura nel padroneggiare le caratteristiche stilistiche e formali del melodramma. Accenti tipicamente belliniani presenta infine l’elegiaca romanza di Bianca, Sorgi, o padre dell’atto secondo (Es. 2), anticipatrice di quelle melodie lunghe lunghe che costituiranno una caratteristica dello stile belliniano. Tra i brani più interessanti di questa prima versione si segnala anche il cantabile dell’aria di Filippo del primo atto, Da che tragge i suoi dì, caratterizzata da uno stile declamatorio preannunciante alcuni esiti che Bellini avrebbe raggiunto nella Straniera.
Bianca e Gernando narra le vicissitudini di Carlo, duca di Agrigento, relegato in carcere dall’usurpatore Filippo che, dopo essersi impadronito dei suoi domini, con un inganno ne sposa la figlia Bianca. Il figlio del duca, Gernando, ritornato in patria sotto le mentite spoglie di Adolfo, dopo aver carpito la fiducia di Filippo, a cui riporta la falsa notizia secondo la quale Gernando sarebbe morto e aver riconosciuto la buona fede della sorella, suscita una sommossa popolare grazie alla quale sconfigge l’usurpatore e riporta il padre nei suoi domini dopo averlo liberato dalla prigione nella quale era stato rinchiuso.
Registrata dal vivo il 15 e il 13 luglio del 2016 dall’etichetta Naxos in occasione della XXVIII edizione del festival belcantistico Rossini in Wildbad, questa incisione dell’opera di Bellini appare di buon livello sin dalla concertazione affidata alla bacchetta, esperta in questo repertorio, di Antonino Fogliani sul podio dei Virtuosi Brunensis. La sua concertazione si segnala, infatti, per una buona scelta sia dei tempi, grazie ai quali il direttore riesce a mantenere  sempre desto l’interesse, che delle sonorità orchestrali che non soverchiano mai le voci accompagnandole con attenzione e creando una certa armonia con esse. Il direttore italiano mostra, nelle sezioni affidate alla sola orchestra, come le introduzioni delle scene, una certa attenzione alla ricerca di un bel suono sia nei pieni orchestrali sia nei momenti che definirei quasi cameristici, come la breve sezione introduttiva dell’atto secondo. Le parti solistiche degli strumenti, sparse qua e là nella partitura, vengono connotate, inoltre, di una certa espressività che pone in risalto il lirismo dei temi belliniani. Buono è anche il cast vocale. Dotata di una voce omogenea in ogni parte del suo registro che personalmente ho avuto modo di apprezzare dal vivo al Teatro Massimo Bellini di Catania nella Sakuntala di Alfano, Silvia Dalla Benetta è una Bianca appassionata e, a volte, struggente, come nella romanza Sorgi, o padre dell’atto secondo. La sua è un’interpretazione convincente sostenuta da una buona padronanza del fraseggio e da una solida tecnica belcantista che le consente di affrontare le agilità con sicurezza e disinvoltura. Una buona tecnica contraddistingue anche la vocalità di Maxim Mironov (Gernando), dotato di una voce abbastanza omogenea nonostante il timbro non gradevolissimo e una tendenza a un certo vibrato stretto in particolare in certe emissioni in acuto. Il suo Gernando, pieno di slanci appassionati, appare convincente sul piano interpretativo e trova uno dei momenti maggiormente espressivi nella cavatina A tanto duol. Buona la prova di Luca Dell’Amico, un Carlo dotato di una buona padronanza del fraseggio e di una certa espressività che emerge nella cavatina, Da gelido sudore, del secondo atto. Un po’ troppo chiara risulta la vocalità di Vittorio Prato soprattutto in relazione alla sua parte, quella del cattivo Filippo che avrebbe richiesto forse un colore più scuro. L’artista però, cerca almeno di non strafare, fraseggia con una certa cura (anche se può sfoggiare ben pochi colori), si mostra attento alle dinamiche e riesce a dare un certo spessore al ruolo. Una performance tutto sommato corretta. Buona la prova anche di Zong Shi, un Clemente appassionato e attento alle dinamiche, e corrette quelle delle altre parti di fianco: Marina Viotti (Viscardo), Gheorghe Vlad (Uggero) e Mar Campo (Eloisa), la cui presenza è limitata al ruolo di pertichino nella romanza di Bianca, Sorgi, o padre. Buona, infine, anche la prova del coro Camerata Bach diretto e preparato da Ania Michalak.

 

Share This

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *