opera di firenze: “la rondine”

Opera di FirenzeStagione 2017-2018
“LA RONDINE”
Opera lirica in tre atti
Libretto di Giuseppe Adami
Musica di Giacomo Puccini
Nuovo allestimento
Prima rappresentazione a Firenze in occasione del centenario della prima di Montecarlo
Magda EKATERINA BAKANOVA
Ruggero MATTEO DESOLE
Lisette HASMIK TOROSYAN
Rambaldo STEFANO ANTONUCCI
Prunier MATTEO MEZZARO
Perichaud DARIO SHIKMIRI
Gobin RIM PARK
Crèbillon ADRIANO GRAMIGNI
Yvette FRANCESCA LONGARI
Bianca MARTA PLUDA
Suzy GIADA FRASCONI
Un maggiordomo GIOVANNI MAZZEI
Rabonnier ANTONIO CORBISIERO
Georgette ELENA BAZZO
Gabriella TIZIANA BELLAVISTA
Lolette THALIDA MARINA FOGARASI
Tre soprani/tre ragazze ELENA BAZZO, TIZIANA BELLAVISTA, THALIDA MARINA FOGARASI
Quattro tenori DEAN DAVID JENSSENS, CARLO MESSERI, HIROKI WATANABE, ALFIO VACANTI
Un giovine ALFIO VACANTI
Voce di sopranino DELIA PALMIERI
Figuranti speciali ELENA BARSOTTI, GAIA MAZZERANGHI
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Valerio Galli
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Regia, luci, scene e costumi Denis Krief
Assistente regista Pia di Bitonto
Assistente scenografa e costumista Angela Vasta

Firenze, 17 ottobre 2017

Si è aperta la stagione lirica dell’Opera di Firenze con una serata caratterizzata da grande affluenza e grande successo di pubblico, richiamato da un evento artistico e mondano unico e ricco di interesse: La rondine di Puccini è andata in scena nella sua prima assoluta fiorentina, organizzata proprio nell’anno del centenario. La rondine aveva visto infatti la luce a Montecarlo nel marzo del 1917, con Gilda Dalla Rizza e Tito Schipa creatori dei ruoli di Magda e Ruggero, per finire, dopo un rapido giro di premieres in Europa in America, tra i titoli pucciniani meno rappresentati e di conseguenza meno cari al pubblico.
La Rondine è un’opera particolare nel panorama pucciniano, venne commissionata nel 1913 dai dirigenti del Karl Theater, un teatro viennese dedito al genere leggero e doveva pertanto essere inizialmente Operetta; Puccini durante la lunga gestazione e la solita battaglia per il libretto la trasformò in Opera semi-breve articolata in tre atti; nel frattempo scoppiava la I Guerra Mondiale e con essa il sentimento antigermanico e antiaustriaco nei popoli d’Italia, Francia e Inghilterra.
Quindi all’inizio ci furono fattori contingenti che raffreddarono l’accoglienza e limitarono la diffusione della nuova creazione pucciniana – un’opera lieve e disimpegnata che nasce in un momento di tragedia cupa, come se ignorasse la carneficina che sta spazzando via il mondo allegro e fatuo che la anima, le accuse di scarso patriottismo, se non di tradimento, rivolte a Puccini per la sua collaborazione con il teatro di un paese nemico – ma ci sono anche motivazioni intrinseche, punti di debolezza che hanno fatto sì che La rondine rimanesse la più dimenticata in mezzo a tanti capolavori.
La critica nel tempo l’ha variamente giudicata, stroncata e parzialmente rivalutata, ma il primo a capire qual era il nodo da sciogliere, l’intoppo teatrale e di conseguenza musicale, che rendeva faticoso il volo della “rondinella”, fu Puccini stesso, che negli anni successivi ne elaborò una seconda versione e poi subito una terza, poi le accantonò entrambe e tornò alla prima che pure non lo soddisfaceva, sempre intervenendo sul terzo atto, sulle modalità e sulle ragioni del commiato, nel tentativo di rendere più credibile e più leggera la fine di un amore che era nato con straordinaria felicità e naturalezza.
Ruggero è un ragazzo di provincia che giunge a Parigi e si innamora di Magda, amante e mantenuta di un ricco banchiere, in cerca di un’avventura adolescenziale e di un amore ‘vero’, finalmente romantico e non interessato. I due fuggono insieme, ma la scarsità di mezzi e, soprattutto la prospettiva di una vita coniugale in campagna, dedita alla cura della casa e dei figli sotto l’occhio vigile della suocera, inducono Magda a rompere il rapporto e a tornarsene a Parigi e alla vecchia vita, per il bene di tutti.
La lievità, la freschezza, il brio che animano i primi due atti, intessuti di episodi brillanti che si intrecciano al sentimento ma non al sentimentalismo, avrebbero dovuto nel terzo trascolorare in malinconia e condurre ad un finale mestamente rassegnato, senza troppe lacrime; invece scorie moraleggianti, Magda che vorrebbe solo andarsene alla svelta e invece si accusa e si umilia, Ruggero che si dispera, appesantiscono e rendono lento il passo teatrale dell’epilogo.
Per il resto La rondine è un’opera deliziosa, piena di momenti di musica e di teatro riuscitissimi, non solo il “Sogno di Doretta” che è un’aria di un’originalità e di una bellezza melodica tale da contendere il primato alle migliori creazioni pucciniane, ma tutte le scene di assieme dei primi due atti, il brindisi “Bevo al tuo fresco sorriso” che inizia con un piccolo assolo di Ruggero e si amplia in un grande concertato, l’altro assolo di Magda “Ore dolci e divine”, tra l’arioso e il canto di conversazione, gli episodi buffi affidati a Lisette e Prunier, la piccola, delicatissima aria di Ruggero “Dimmi che vuoi seguirmi alla mia casa” e così via.
È un’opera deliziosa a patto che se ne centri lo spirito: come Puccini aveva già avvertito dopo le esecuzioni italiane, da lui giudicate sbagliate, La rondine “è opera leggera, a tinte tenui” il rischio in agguato è quello di appesantire, scadendo appunto nel sentimentalismo, che è o dovrebbe essere estraneo alla partitura.
Il giovane direttore Valerio Galli fa un ottimo lavoro in tal senso, ottenendo dall’eccellente Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino una ricchezza di colori sgargiante, con un passo spedito, brillante e asciutto, che valorizza appieno la leggerezza, l’allegria, le atmosfere frivole ed eleganti che si riflettono nell’estrema raffinatezza della scrittura. Anche le aperture melodiche del “Sogno di Doretta” sono ricondotte entro un tempo piuttosto serrato e sottratte alla retorica di certe esecuzioni in sede di concerto, che sarebbe incongrua con la lettura complessiva.
L’aspetto da curare meglio è l’equilibrio sonoro: in certi momenti l’orchestra copre le voci.
Purtroppo la nuova sala dell’Opera di Firenze, per caratteristiche geometriche non perfette in particolar modo del “golfo mistico”, ha dimostrato una certa tendenza a far salire dall’Orchestra un muro di suono che imprigiona le voci in palcoscenico; occorre prestare una speciale attenzione per evitare questo inconveniente.
Il Coro del Maggio diretto da Lorenzo Fratini, largamente impegnato nelle scene di assieme, fornisce una prestazione di alto livello, con la consueta precisione ritmica e di intonazione e la bellezza e compattezza di suono.
Il cast vocale, quasi tutto formato da giovani e giovanissimi, se da un lato non offre capolavori di sottigliezza interpretativa, si dimostra però una compagnia omogenea, formata da elementi ben preparati, dalla vocalità solida e soprattutto capaci di cogliere e restituire la freschezza, la semplicità e l’entusiasmo dei giovani protagonisti.
Ekaterina Bakanova presta a Magda una voce di peso medio e di bel timbro, in particolare nel settore centrale. Il registro acuto, specie nel primo atto, presenta qualche opacità, forse per una spinta di troppo dovuta all’emozione. La Bakanova è dotata di un’ottima musicalità, che si traduce in un fraseggio incisivo, partecipe, ma misurato; ha inoltre un’ottima presenza scenica, recita e si muove con naturalezza.
Il suo partner Matteo Desole è meno dotato di magnetismo fisico, ma, come interprete di Ruggero, la cosa non guasta, perché il suo personaggio acquista vivacità e credibilità da un gioco scenico più impacciato e meno fluido: è pur sempre un ragazzo di campagna piovuto all’improvviso a Parigi in un ambiente al quale è estraneo. Dal punto di vista vocale il giovanissimo tenore non ha molte sfumature ma esibisce un mezzo solido, sonoro, dal timbro bello, compatto e all’occorrenza squillante, a suo agio lungo tutta l’estensione richiesta. La sua prova è nettamente positiva.
Decisamente interessante è la Lisette di Hasmik Torosyan, in cui interpretazione vocale e bravura scenica concorrono a costruire un personaggio pepato, frizzante, una ragazza di carattere, che l’età e l’estrazione rendono per forza di cose ingenua e naif, opportunamente divertente, proprio la “pennellata” che Puccini desiderava dalla soubrette.
Altrettanto interessante è il Prunier di Matteo Mezzaro, che non ha il tipico timbro chiaro dei tenori caratteristi, ma anzi ha uno strumento piuttosto denso e corposo, che suggerisce maturità, il che non disdice, dal momento che il poeta è un disincantato uomo di mondo, concreto e alieno dai sentimentalismi, in contrapposizione con l’ingenuo Ruggero. Del pregevole quartetto di protagonisti è probabilmente l’attore più spigliato e brillante.
Stefano Antonucci, Rambaldo in scena, si presenta un po’ appannato e sottotono nella vocalità, ma scenicamente disegna un personaggio maturo, giustamente compassato e dal gesto signorile.
Tutti all’altezza del compito si rivelano i molti personaggi di contorno, tra i quali si segnalano il Perichaud di Dario Shikmiri, la Bianca di Marta Pluda e la Suzy di Giada Frasconi.
Denis Krief, alla cura di regia, luci, scene e costumi, lavora con un piccolo budget e riesce a creare una messa in scena elegante e creativa, spostando l’azione in avanti, in un’epoca contemporanea non esattamente precisata e puntando su una essenzialità quasi minimal, con costumi acquistati nei negozi più a buon mercato di Firenze, eppure vivaci e chic, pochi elementi, una scatola gigante che rappresenta la sezione di una mansarda parigina, arredata con mobili contemporanei nel primo atto, nel secondo lo stesso elemento, in sostanza un trapezio rettangolo aperto, a suggerire l’allestimento interno del locale alla moda e per l’ultimo atto una casetta stilizzata, come quelle che disegnano i bambini, in cui prende corpo e poi si sgretola il sogno fanciullesco dell’amore di Magda e Ruggero.
Il fondale è animato da gigantografie, prima dei tetti di Parigi, poi di una notte scintillante di luci, poi del mare della Costa Azzurra e praticamente è tutto.
L’uso sapiente delle luci e i movimenti dei personaggi e del coro fanno il resto, dando vita ad uno spettacolo forse non memorabile, ma indubbiamente efficace e, non dimentichiamolo, low cost, sempre visivamente gradevole, ricco di trovate sobriamente divertenti, talvolta poetiche, come all’inizio del terzo atto, in cui, con grande semplicità e freschezza, i due novelli amanti appaiono in scena, in pigiama lui in camicia da notte lei, parlano d’amore e si scambiano abbracci e carezze sul candido letto disfatto, appena prima che si palesi l’impossibilità di un futuro insieme e il sogno luminoso si veli di tristezza.
Il pubblico della prima, che era anche una prima assoluta e un evento di apertura di stagione, era stavolta molto variegato nell’età e nella provenienza e numerosissimo, composto da appassionati, diversi turisti, personalità cittadine della cultura e non solo, qualche vip e qualche aspirante tale; il Teatro era praticamente esaurito. Nei finali d’atto e alla fine dell’opera tutti hanno manifestato entusiasmo e grande apprezzamento per lo spettacolo in generale e per gli interpreti; grandi consensi ha raccolto anche il direttore.

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