“L’Italiana in Algeri” al Teatro Massimo di Palermo

“L’Italiana in Algeri” al Teatro Massimo di Palermo

Palermo, Teatro Massimo, Stagione Lirica 2017
“L’ITALIANA IN ALGERI”
Dramma giocoso per musica in due atti su libretto di Angelo Anelli.
Musica di Gioachino Rossini
Mustafà SIMONE ALAIMO
Elvira MARIA FRANCESCA MAZZARA
Zulma ISABEL DE PAOLI
Haly GIOVANNI ROMEO
Lindoro PIETRO ADAINI
Isabella MARIANNA PIZZOLATO
Taddeo VINCENZO TAORMINA
Orchestra e Coro del Teatro Massimo di Palermo
Direttore Gabriele Ferro
Maestro del coro Pietro Monti
Maestro al fortepiano Giuseppe Cinà
Regia Maurizio Scaparro
Scene Emanuele Luzzati
Costumi Santuzza Calì
Luci Bruno Ciulli
Allestimento del Teatro Massimo di Palermo
Palermo, 23 novembre 2017
Suona come un preludio alle celebrazioni per il 150° dalla morte di Gioachino Rossini il ritorno al Teatro Massimo, dopo 17 anni, di una delle opere del compositore pesarese in assoluto più rappresentate: l’Italiana in Algeri. Rivive per l’occasione il fortunato allestimento del 2000 che anche questa volta riesce a trasmettere compiutezza ed equilibrio visivo allo spettacolo, merito innanzitutto delle scene di Emanuele Luzzati, scomparso nel 2007 e ricordato con affetto dal regista Maurizio Scaparro tra le note di regia del programma di sala. Attraverso il movimento di pannelli traforati su un piano inclinato, ricoperto da tappeti dai ritmi geometrici, il nostro occhio è subito catturato dalla forza cromatica dei preziosi costumi realizzati da Santuzza Calì – con l’assistenza di Paola Tosti – che gli attori sfoggiano con movenze delicate e sinuose nella scena iniziale al palazzo del bey d’Algeri. La fuga prospettica conduce poi a perdersi tra le tinte indefinite del fondale: i colori si mescolano tra loro richiamando alla memoria certe tele di Rothko e, insieme alle luci pastose di Bruno Ciulli, assegnano al mare un ruolo da protagonista, sottolineandone l’importante funzione di elemento di raccordo tra i due mondi.
I contrasti cromatici, così ben funzionali sulla scena, trovano un degno contraltare sonoro in questo esempio rossiniano di turquerie musicale: la particolare dimensione dinamica e timbrica in cui si è mossa l’Orchestra del Teatro Massimo, è stata un banco di prova per il maestro Gabriele Ferro che ha dimostrato abilità nel dare il giusto risalto agli elementi folkloristici (uso della “banda turca”, scrittura musicale inusuale, …) bilanciandoli con quelli prettamente classici che richiamano il mondo italiano. Il tutto muovendosi all’interno di un meticoloso equilibrio formale fatto di simmetrie musicali e drammaturgiche che la regia, grazie anche alla collaborazione e all’esperienza di Orlando Forioso, ha assecondato con spontanea naturalezza.
Spigliatezza e disinvoltura hanno caratterizzato anche l’interpretazione vocale e attoriale dell’intero cast, composto prevalentemente da giovani talenti siciliani, a loro agio sia nei numeri chiusi che nei momenti destinati all’azione, dove il recitativo ha giovato dell’accompagnamento al fortepiano del maestro Giuseppe Cinà. Elegante la presenza scenica di Elvira e Zulma, le cui voci fresche ma tecnicamente sicure sono affidate a Maria Francesca Mazzara e Isabel De Paoli: ne risulta un buon connubio timbrico la cui efficacia vien fuori soprattutto nei numeri d’insieme, come il quartetto con Haly, Mustafà della scena prima del primo atto, in cui gli intrecci vocali sono assecondati dal movimento a incastro delle due coppie in scena. Molto applaudita dal pubblico di questa Prima – ed effettivamente soddisfacente – la prestazione del giovane tenore siciliano Pietro Adaini nei panni di Lindoro: il suo timbro leggero, brillante e ricco di armonici si unisce ad una tecnica che, nonostante alcune esitazioni iniziali e ad una dizione non proprio perfetta, rende la sua performance adatta a questo ruolo. Protagonista indiscussa della serata – così come il suo personaggio lo è nell’opera – è stata il mezzosoprano palermitano Marianna Pizzolato, che ha saputo calarsi nel ruolo di Isabella con stupefacente disinvoltura: nella cavatina di sortita del primo atto “Cruda sorte”, ma anche in quella “Per lui che adoro” del secondo atto, l’attrice ci presenta una donna elegante e solare, sicura di sé nonostante la gravità della situazione, capace di mutare a suo vantaggio il corso degli eventi soggiogando con l’arma della seduzione chiunque le capiti sulla strada. Tutto questo è riflesso nella padronanza che la Pizzolato dimostra avere della propria voce, muovendosi nell’ambito del suo registro – anche nelle zone più gravi – con una scioltezza che non trasmette a chi la ascolta alcun tipo di sforzo tecnico. Nel duetto con Taddeo del primo atto (“Che ho da risolvere?”), raggiunge con Vincenzo Taormina – basso buffo, anche lui palermitano – un’intesa timbrica dai toni delicati, che conferisce un suono d’insieme caldo e morbido, nonostante la connotazione comica del finto zio (che in certi momenti ha forse sconfinato un po’ troppo nel farsesco). Convincono infine le prestazioni di Giovanni Romeo, nei panni del capitano dei corsari algerini Haly, e di Simone Alaimo, interprete di Mustafà anche nella già citata Italiana palermitana del 2000, perfettamente calato nel ruolo anche se un po’ arrugginito nei fraseggi. I due condiscono l’opera di quella peculiarità comica ed esotica funzionale a movimentare l’azione fino al raggiungimento dell’apice rossiniano in cui hanno la meglio lo stupore e la confusione generale; a questo proposito è bene spendere ancora qualche parola per il Coro del Teatro Massimo che, diretto come sempre dalle mani esperte del maestro Piero Monti, nel celebre finale del primo atto “Va sossopra il mio cervello”, ha dato prova di grande equilibrio sonoro, senza mai sovrastare le voci soliste e anzi intessendo con loro e con l’orchestra un grande quadro contrappuntistico di delirio organizzato. 

 

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