Opera di Firenze: “La Sonnambula”

Opera di Firenze: “La Sonnambula”

Opera di Firenze – Stagione 2017-2018
“LA SONNAMBULA”
Melodramma in due atti
Libretto di Felice Romani
Musica di Vincenzo Bellini
Il Conte Rodolfo NICOLA ULIVIERI
Teresa GIADA FRASCONI
Amina LAURA GIORDANO
Elvino SHALVA MUKERIA
Lisa GIULIA BOLCATO
Alessio MIN KIM
Un notaro CARLO MESSERI
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Sebastiano Rolli
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Regia Bepi Morassi
Scene Massimo Cecchetto
Costumi Carlos Tieppo
Luci Vilmo Furian
Firenze, 22 novembre 2017
Va in scena all’Opera di Firenze una Sonnambula targata Venezia, nata qualche anno fa da uno staff di professionisti in forza al Teatro della Fenice. Si tratta di uno spettacolo dal bell’impatto visivo, dall’estetica curata nei minimi dettagli, appagante per l’occhio, rassicurante, adatto anche agli spettatori meno amanti di innovazioni e stravolgimenti. La regia di Bepi Morassi è infatti assolutamente tradizionale nel seguire e illustrare rispettosamente il testo del libretto, non ha trovate strane, né bislacche né particolarmente acute, è una lettura onesta, puntuale, che si segue con piacere e in assoluto relax: non impegnando nella decifrazione di significati reconditi permette di dedicarsi con mente fresca all’ascolto della musica. L’unico aspetto originale, se così si può dire, è rappresentato dalla trasposizione temporale: la vicenda si svolge in un ameno villaggio svizzero come prescritto, ma, anziché nel XIX secolo, negli anni 30 del Novecento, con tutto ciò che comporta in termini di costumi e scene. Ci troviamo quindi sulle Alpi agli albori del turismo sciistico, non si arriva a cavallo ma in funivia o in pullman, i costumi dal sapore folkloristico sono sostituiti da tenute sportive d’antan, con pantaloni alla zuava, scarponcini, ghette, colli di pelliccia e arcaici sci di legno, tutto molto ben ricostruito nelle fogge, con colori armonici ed eleganti; la locanda si trasforma in un albergo più moderno e più chic, la scena si anima di villeggianti più che di popolani. Lo spostamento cronologico nel complesso non disturba, perché come spesso succede nell’Opera e ancor più spesso in Bellini, il motore dell’azione, ciò che effettivamente conta, sono sentimenti eterni come l’amore, l’invidia, la gelosia, che l’uomo esprime in qualunque tempo e in qualunque situazione contingente viva; in fondo l’ignoranza popolare nei riguardi del sonnambulismo, che rende possibile l’equivoco e che più si addice a dei rozzi valligiani che a dei turisti alto-borghesi, è un semplice dettaglio. L’insieme dei costumi di Carlos Tieppo e delle scene di Massimo Cecchetto, illuminate dalle luci funzionali di Vilmo Furian, probabilmente non si imprime nella memoria per la particolare altezza espressiva, non ha momenti di teatro che fulminano lo spettatore per poesia o drammaticità, ma costituisce uno sfondo efficace e garbato, all’occorrenza divertente, perché La Sonnambula ha la particolarità di intrecciare in un modo tutto suo, la corda elegiaca con quella brillante.
Da questo punto di vista, si fa decisamente apprezzare la direzione di Sebastiano Rolli, nella capacità di centrare e restituire il tono singolare originato dalla fusione dell’ingenuità popolare, che si esprime ora nei ritmi danzanti del festeggiamento, ora in certe atmosfere cupe da romanzo goticheggiante, e della tenerezza, ma anche dell’intensità a tratti lancinante, del sentimento di Amina ed Elvino, ricostituendo un’unità drammaturgica dal passo teatrale compatto. Ovviamente gli è di prezioso supporto una compagine di professionisti di livello, quale è l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, come al solito in gran forma; sono magnifici, tanto per fare un esempio, l’oboe che dialoga con Elvino e il violoncello che sostiene una sesta sotto il canto di Amina in un “Ah non credea mirarti” purissimo, eppure commovente, grazie anche alle validissime voci. Il Coro, diretto come di consueto da Lorenzo Fratini, offre una prestazione ugualmente ottima.
La coppia di protagonisti, come accennavo poco sopra è di grandissimo interesse: si tratta di due cantanti dalle caratteristiche piuttosto diverse, per età, personalità, rapporto con questo titolo, una coppia che sulla carta poteva anche sembrare non troppo ben assortita, e che invece all’atto pratico ha dato vita, dal punto di vista musicale e vocale, ad una unione veramente notevole.
Non sono soltanto i loro timbri che si fondono particolarmente bene, ma proprio si realizza un incontro felice di musicalità, intenzioni espressive, qualità artistiche e vocali differenti ma curiosamente complementari. L’unico aspetto debole di questo connubio è quello visivo: così bella, giovane e fresca lei, non proprio affascinante, aitante e giovanile lui, anche per colpa dei costumi e di una parrucca, quest’ultima proprio terribile, che anziché valorizzarlo lo mortificano. Dell’Amina di Laura Giordano bisogna subito dire che si tratta di un debutto assoluto e certi piccoli particolari – qualche lieve imprecisione di intonazione nei recitativi, un paio di sopracuti non perfettamente a fuoco, tutti eventi occasionali e veniali – suggeriscono che la parte va ancora ‘rodata’; niente di strano considerando il fatto che si tratta di un grande ruolo ed un ruolo dalla vocalità insidiosa: basso, quasi mezzosopranile in molti cantabili, nelle parti virtuosistiche si impenna e spinge la voce agli estremi del pentagramma. Tuttavia la Giordano, come ha tante altre volte dimostrato, ha un’organizzazione tecnica semplice, salda ed efficace, un’ottima musicalità e quel quid di comunicativa e padronanza della scena in più che distingue un artista da un buon cantante; quindi qualche occasionale momento di resa vocale imperfetta passa decisamente in secondo piano e non le impedisce di disegnare un’Amina giovane, piena di vita, sempre vera e credibile sia nell’esultanza che nella malinconia, dotata di una figura scenica ideale e di un timbro luminoso e allo stesso tempo pieno, compatto, una voce che ha colore e calore anche nel registro medio-grave, lontana da un certo modello di soprano leggero pallidino e fisso, usuale in questi ruoli.
Shalva Mukeria ha una ventina d’anni in più, una lunga esperienza nel ruolo di Elvino ed è un belcantista di classe; la qualità del timbro non è sopraffina, ma pochi come lui oggi sono in grado di padroneggiare fino al virtuosismo uno strumento tenorile facile, all’occorrenza squillante, dotato di volume ragguardevole per un “tenore di grazia”, pieghevole a tutte le gradazioni dinamiche. Grazie a queste doti porta in scena un Elvino di grande eleganza e nobiltà, capace di sospirare a mezzavoce anche frasi acutissime, senza ombra di sforzo, sempre con suono soffice e perfettamente proiettato; il duetto “Son geloso del zeffiro errante”, ad esempio, è una meraviglia di suoni alati, di abbellimenti aggraziati e perfettamente eseguiti da parte di entrambi gli interpreti, capaci di rendere piena giustizia alla scrittura belliniana, ma in tutto il corso dell’opera la loro bravura e il loro affiatamento danno spettacolo. Nicola Ulivieri, dà vita a un Conte Rodolfo dalla presenza scenica magnetica e dalla recitazione particolarmente curata ed efficace; ha un timbro naturalmente bello, qualche frase acuta è un po’ “indietro” e i gravi estremi hanno poca consistenza, ma l’affettuosità del fraseggio, la signorilità e il prestigio della figura compensano e gli garantiscono un grande apprezzamento da parte del pubblico.
Molto brava e apprezzata è anche la Lisa di Giulia Bolcato, giovane soprano dalla voce non grande, ma ben educata, nitida e in possesso di tutto il bagaglio tecnico necessario per interpretare una parte sulla carta secondaria, ma di fatto ampia e articolata; particolarmente ben riuscita è l’esecuzione della sua seconda aria “De’ lieti auguri”. Il suo pretendente Alessio è interpretato da Min Kim, baritono giovanissimo, che non inizia troppo bene: la voce nel primo atto è fredda e restìa a correre; nel secondo atto prende quota e mette in mostra un timbro bronzeo piuttosto bello e pieno. Giada Frasconi, che interpreta Teresa, la madre adottiva di Amina, incappa in una serata non felice, nonostante le buone intenzioni espressive la voce appare oscillante, un po’ fuori controllo nelle dinamiche. Carlo Messeri canta con voce tenorile chiarissima ma sonora le poche frasi del notaro. Il Teatro, strapieno come da un po’ di tempo siamo felicemente abituati a vedere, dimostra entusiasmo nei confronti di tutti, senza esplosioni frenetiche per nessuno; per strano che possa sembrare, le ovazioni più lunghe e sonore le raccoglie il Maestro del Coro!

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