Parma, Festival Verdi 2017: “Stiffelio”

Parma, Festival Verdi 2017: “Stiffelio”

Parma, Teatro Farnese, Festival Verdi 2017
STIFFELIO
Melodramma in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave, dal dramma Le Pasteur, ou L’Évangile et le Foyer di Émile Souvestre ed Eugène Bourgeois.
Musica di Giuseppe Verdi
Stiffelio LUCIANO GANCI
Lina MARIA KATZARAVA
Stankar FRANCESCO LANDOLFI
Raffaele GIOVANNI SALA
Jorg EMANUELE CORDARO
Federico BLAGOJ NACOSKI
Dorotea CECILIA BERNINI
Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna
Direttore Guillermo Garcia Calvo
Maestro del coro Andrea Faidutti
Regia Graham Vick
Scene e costumi Mauro Tinti
Luci Giuseppe Di Iorio
Movimenti coreografici Ron Howell
Nuovo allestimento del Teatro Regio di Parma, in coproduzione con Teatro Comunale di Bologna
Parma, 6 ottobre 2017
Forse il più ingiustamente negletto tra i titoli verdiani meno popolari (nell’Ottocento lo ostacolarono questioni di censura, nel Novecento problemi editoriali e, oggi che si dispone di un’edizione critica attendibile, gli giocano contro la pigrizia mentale del pubblico che non vuole scoprire l’ignoto e dei direttori artistici che temono le platee vuote), Stiffelio è tornato a Parma nell’ambito del Festival Verdi; non nella sala del Regio, dove fu rappresentato l’ultima volta cinque anni or sono, bensì in quella alternativa del Teatro Farnese. E vi è tornato, cosa rara, per intero: infatti, quasi tutte le edizioni, dal vivo e incise, che questo titolo annovera, presentano tagli più o meno ingenti alle riprese melodiche; il festival Verdi, invece, sembra finalmente aver fatto dell’integralità delle esecuzioni un proprio punto d’onore, e ci si augura che a questo principio non venga meno in futuro, perché è una della ragioni che danno senso a una rassegna dedicata al più celebre degli operisti italiani, che non ha certo bisogno di festival per essere conosciuto nel mondo.
Un’altra ragion d’essere della rassegna, perseguita quest’anno con efficacia, si situa nel richiamare l’attenzione sui titoli meno conosciuti del catalogo verdiano con performance che ne valorizzino i pregi musicali. Nel caso di Stiffelio, questo è avvenuto senza ricorrere a voci di punta dello star system della lirica, bensì grazie all’impegno di solisti di vaglia, ancorché sinora di secondo piano, che hanno avuto l’opportunità, valorizzando Verdi, di valorizzare sé stessi; e non ci si stupirà, nell’arco di qualche anno, di vederli uscire dal giro “teatri di tradizione-cast alternativi” per affrontare ruoli protagonistici sulle grandi piazze. Il tenore Luciano Ganci dispone di uno strumento pregevole, robusto, squillante e di ottima proiezione, ideale per le peculiari condizioni nelle quali, come si dirà poco oltre, è avvenuta la rappresentazione. La complessa figura del sacerdote-marito tradito, fermo e autorevole nel proclamare il messaggio evangelico del perdono quanto facile allo scatto d’ira nella vita privata, è stata sbalzata con nitida lucidità e ricchezza di pathos. Altrettanto nitida è stata la figura di Stankar, suocero di Stiffelio che vuole convincere la figlia a nascondere al marito l’adulterio (che egli stesso si cura di punire uccidendo il seduttore): il baritono Francesco Landolfi ha infatti saputo ben fraseggiare il duetto con Lina, mettendo in luce l’ambiguità del suo atteggiamento severo e al contempo complice; così come l’aria del III atto, sia nel cantabile dolente – ove supera agevolmente l’ostacolo di una pasta vocale un po’ ruvida, non particolarmente adatta al canto legato su cui si fonda la melodia – sia nell’adrenalinica cabaletta rigonfia di sete di vendetta. Più discontinua, al confronto, è stata Maria Katzarava, inizialmente un po’ aspra e sfocata nel ruolo di Lina, poi ricca di intensità e calore nella preghiera del I atto, ove ha saputo ben dominare il generoso strumento; e questo, insieme al duetto col marito dell’ultimo atto, è parso il passo meglio interpretato dal soprano, ancorché gli applausi le siano fioccati più calorosi dopo «Ah dagli scanni eterei». Nel ruolo di Raffaele, l’occasionale amante di Lina, troppo spesso capita d’ascoltare tenori di dubbio valore; è stato perciò assai apprezzato trovare in Giovanni Sala una voce giovane, fresca e nitida che ha permesso di tratteggiare la virilità spavalda e l’atteggiamento sfacciato del seduttore. Una menzione merita ancora il basso Emanuele Cordaro per la grave autorevolezza conferita a Jorg, valorizzando il dettato della partitura anche in presenza di una lettura registica che lo privava dell’età avanzata e del ruolo di ministro religioso. Le compagini sinfonico corali, guidate da Guillermo Garcia Calvo e provenienti dal Teatro Comunale di Bologna, hanno garantito la coesione dell’esecuzione, che il direttore ha avuto il merito di governare pur nell’anomalo uso dello spazio teatrale; solo in un paio di momenti si è percepito un leggero scarto tra orchestra e solisti.
Detto questo, c’è il rischio, anzi, quasi la certezza, che la produzione di Stiffelio del Festival Verdi non sia ricordata per l’esecuzione musicale integrale di ragguardevole livello, bensì come “lo Stiffelio di Graham Vick”. Fin dalla fase promozionale, infatti, l’attenzione è stata focalizzata sulla componente visiva dello spettacolo, che ha voluto essere rivoluzionaria sia quanto al merito sia, soprattutto, quanto al metodo. Nel Teatro Farnese è stata abolita la separazione tra palcoscenico e platea, sostituita da uno spazio scenico unico, nel quale attori e spettatori (tutti in piedi, nonostante i biglietti dal prezzo non propriamente popolare) potevano muoversi e interagire più o meno liberamente. Il “più o meno” è d’obbligo, perché è inevitabile che uno spettacolo teatrale, tanto più se di teatro d’opera si tratta, abbia delle proprie esigenze, le quali confinano la possibilità di interazione ad ambiti ben delimitati (la possibilità di avvicinarsi ai solisti e, ogni tanto, di stringere loro la mano; o di dare un’occhiata ai libri e ai DVD presenti sui banchetti di scena) anche da parte degli spettatori più intraprendenti; costringono i cantanti ad esibirsi su piattaforme che fungono da palcoscenici mobili; e impongono la presenza di direttori di scena che invitano il pubblico a liberare gli spazi dove deve passare un corteo di comparse. L’impressione, comunque, è che, trascorsa la prima mezz’ora, gli spettatori abbiano perso la smania di rendersi attori, e si siano accontentati di assistere alla performance voltandosi di volta in volta verso i solisti impegnati a cantare. Un esperimento si può tentare, ed è anche bene che una tantum si tenti, tanto più che l’acustica del Teatro Farnese lo ha reso possibile senza comprometterne la riuscita musicale; ma è lecito dubitare che questa possa essere una strada per la regia d’opera degli anni a venire. Il maggiore merito che questo tipo di spettacolo ha avuto, a modesto giudizio di chi scrive, è stato quello di richiedere un lungo iter di prove, i cui frutti si coglievano nella cura con cui gli interpreti si identificavano nei propri personaggi. Quanto alla lettura registica in sé, Vick ha scelto la via dell’attualizzazione della vicenda verdiana; e non di un’attualizzazione generica, bensì di una precisa identificazione tra la fantomatica setta degli Assasveriani e i gruppi cattolici pro-family dell’Italia di oggi (Sentinelle in piedi, Family Day), guidati da sacerdoti di rito latino (che Stiffelio sia sposato resta incoerente, a meno di immaginarlo come prete ex anglicano, coniugato e in seguito passato al Cattolicesimo) e disturbati dai blitz delle Femen ucraine che scoprono manifesti femministi. Il regista immagina che questi gruppi siano intolleranti e violenti, ma pullulino di coppie clandestine (eterosessuali e omosessuali), pronte a fare di nascosto quello che pubblicamente condannano; e fa coincidere il finale (dove Stiffelio, letto il passo evangelico del perdono dell’adultera, perdona la moglie) con una scena nella quale le coppie clandestine si svelano in pubblico, vengono rimossi i manifesti a favore della famiglia e rimane soltanto il messaggio inalberato dalle Femen, «I’m a woman, not a womb». Per Vick sarebbe questo il vero senso evangelico del perdono? Credo che qualsiasi teologo dissentirebbe. Inoltre, si tratta di una sovrapposizione di significati che ben poco ha da condividere con la drammaturgia di Verdi, tutta incentrata sul conflitto interiore tra lo Stiffelio-ministro religioso e lo Stiffelio-marito, e sul contrasto tra la sua missione pubblica e la sua incapacità di mettere in pratica i propri insegnamenti nella vita privata; contrasto che egli risolve interiorizzando e accogliendo il precetto evangelico che in precedenza sapeva solo proclamare. Sarebbe un peccato se un allestimento gratuitamente provocatorio mettesse in ombra i reali meriti che la produzione parmense ha avuto da un punto di vista musicale. Foto Roberto Ricci

 

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