Venezia, Teatro La Fenice: Myung-Whun Chung trionfa con la Quinta di Mahler

Venezia, Teatro La Fenice: Myung-Whun Chung trionfa con la Quinta di Mahler

Venezia, Teatro La Fenice, Stagione Sinfonica 2017-2018
Orchestra del Teatro La Fenice
Direttore Myung-Whun Chung
Corno obbligato Konstantin Becker
Gustav Mahler: Sinfonia n. 5
Venezia, 10 novembre 2017
Una serie di incontenibili ovazioni è stata tributata dal pubblico, che gremiva in ogni ordine di posti il Teatro La Fenice, al maestro Myung-Whun Chung e all’orchestra del teatro veneziano, alla fine dell’esecuzione della Quinta sinfonia di Mahler: un atto liberatorio dopo tanta emozione, tanto soffrire e gioire sulle note di questo monumentale edificio sonoro. Mai, prima di Mahler, una sinfonia era risultata così pregnante di significati extramusicali, cosicché un grande esegeta del compositore boemo, Quirino Principe, ha potuto affermare, con un pizzico di provocazione, che la sua musica è “altamente impura”, nel senso, appunto, che “ogni tema, ogni semplice motivo di due note, ogni suono isolato sono carichi di significati poetici, filosofici, persino sociali e irti di polemica”. Ancora Principe, riguardo alle sinfonie di Mahler, ritiene che in esse il discorso musicale si svolga immancabilmente tra due estremi, dallo studioso identificati freudianamente in Eros e Thanatos. Il che appare alquanto evidente anche nella Quinta sinfonia, fondata sul bipolarismo Morte-Vita. Composta tra il 1901 e il 1902, essa inaugura una nuova serie di lavori sinfonici, in cui, diversamente da quanto avviene in quelli precedenti, non vi è più la determinante presenza del Lied. sia esso cantato o solo citato dall’orchestra. Nondimeno, l’assenza di di un testo letterario e di un programma è compensata da una totale chiarezza dal punto di vista strutturale: la sinfonia è in cinque movimenti, ma lo stesso compositore suggerisce una suddivisione in tre parti – la prima costituita dai primi due movimenti, la seconda dallo Scherzo, la terza dall’Adagietto e dal Rondò-Finale –, una suddivisione, che facilita la possibilità di cogliere in questa partitura un percorso evolutivo, nei suoi vari passaggi, dalla morte alla vita.
Quanto alla lettura del capolavoro mahleriano, proposta da Chung, si può affermare che essa era ispirata ad un principio di equilibrio e compostezza stilistica, derivante anche da un raffinato lavoro di lima, teso a smussare ogni eccessiva asprezza del suono come ad assicurare la massima chiarezza e sobrietà nel mettere in valore gli elementi strutturali della colossale partitura. Ne risulta un Mahler sottratto a quelle che alcuni, considerando talune esecuzioni, ritengono essere forzature troppo smaccatamente espressionistiche, che finiscono per ipertrofizzare la costruzione del compositore boemo. Ciò non toglie che l’interpretazione del direttore coreano sia stata veramente doviziosa di sottolineature e sfumature, grazie anche al determinante contributo dell’orchestra che, con la sua eccellente prestazione, ha saputo corrispondere alle intenzioni dell’autore, che la utilizza in tutte le sue potenzialità, esigendo in molti casi dagli strumentisti interventi a livello solistico. In particolare la prima tromba, Piergiuseppe Doldi, ha brillato di luce propria nel celebre assolo, che apre la sinfonia, annunciando la Trauermarsch: un intervento – variamente ripetuto nel corso del primo movimento – che si snoda, a partire da una serie di memorabili terzine “in levare”, costituendo una lugubre fanfara, che evoca, in modo “teatrale”, un’atmosfera funerea. Perfettamente coesi, i violini e i violoncelli hanno, poi, intonato, con giusto accento, la successiva melodia più pacata, basata su un tema di carattere contrapposto, secondo lo schema della forma-sonata: un pianto sommesso e rassegnato, che più avanti assumerà i tratti di un lacerante urlo di dolore, preannunciando il clima tempestoso del successivo Stürmisch bewegt.
In questo, che è il primo vero movimento della sinfonia – aperto da un breve ostinato dei bassi, cui fa seguito un motivo serpeggiante su scale ascendenti e discendenti – si sono imposti, per lo smalto perlaceo dell’insieme, i primi violini, cui è affidata l’esposizione del primo tema, mentre i violoncelli hanno presentato con coesione e morbidezza il secondo tema molto più lento, corrispondente a una citazione quasi letterale, dell’episodio cantabile dell’inizialeTrauermarsch. Tutta l’orchestra si è, successivamente, cimentata con particolare vigore nella successiva ampia sezione, caratterizzata da una violenza espressiva pressoché sconosciuta a tutto il repertorio sinfonico precedente. Poi, dopo l’ottimistica ripresa, le brunite armonie degli ottoni sono risuonate nell’inno trionfale, in forma di corale, proposto da Chung con adeguata gioiosa solennità, per quanto si tratti di un’effimera vittoria, dato che il movimento si conclude riproponendo l’urlo di dolore del precedente movimento, che risuona nuovamente, seppur attutito e progressivamente sempre più debole, fino al colpo secco in pianissimo dei timpani.
Il corno obbligato si è imposto nello Scherzo – probabilmente il più lungo mai scritto – del tutto estraneo alla tematica svolta dalla prima parte della sinfonia, e perciò distanziato, rispetto ad essa, da una lunga pausa. Si tratta di uno Scherzo sui generis privo di ogni intento parodistico o caricaturale, il cui interesse precipuo è costituito dalla complessa elaborazione tematica e dai ripetuti interventi del del corno obbligato, suonato egregiamente da Konstantin Becker, che ha sfoggiato le sue doti di solista, eccellendo, in pressoché tutta la sua prestazione, quanto ad intonazione e qualità del suono, fin dal danzante tema iniziale, di origine popolare, nobilitato da un prezioso controcanto. Di notevole suggestione è risultato l’Adagietto – pausa meditativa, percorsa da intenso lirismo, dove Mahler sembra prospettare la possibilità di una pacificazione, di una malinconica, rassegnata accettazione dell’esistente –, di cui Myung-Whun Chung ha saputo rendere, senza ridondanza,l’atmosfera incantata, assecondando le indicazioni dell’autore, che prescrive una diffusa instabilità nella scansione agogica.
Un essenziale intervento del corno ha legato, senza soluzione di continuità, all’Adagietto il successivo Rondò, dove hanno brillato le varie sezioni dell’orchestra: i legni con i loro interventi “sospesi”, in apertura di movimento, che sfociano nell’inno in forma di corale del secondo movimento, qui affidato ai clarinetti; gli archi, che nell’irresistibile sviluppo del Rondò, si sono validamente segnalati nella vivacissima fuga, oltre che nella rievocazione, in forma di variazione, del tema cantabile dell’Adagietto; infine, gli ottoni, cui è affidato il già citato corale, alla maniera di Bruckner, che si è nobilmente stagliato sulla parte finale dell’ampia sezione contrappuntistica, che conclude parossisticamente la sinfonia. Applausi ed ovazioni incontenibili – come si è detto – al direttore e ai musicisti.

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