“Madrid en Danza” 2017: “Tristano e Isotta” del Ballet du Grand Théâtre de Genève

“Madrid en Danza” 2017: “Tristano e Isotta” del Ballet du Grand Théâtre de Genève

Madrid, Teatros del Canal, Temporada 2017-2018
“TRISTANO E ISOTTA”
Balletto ispirato a Tristan und Isolde di Richard Wagner
Ballet du Grand Théâtre de Genève
Libretto Daniel Dollé
Coreografia Joëlle Bouvier
Scenografia Émilie Roy
Costumi Sophie Hampe
Luci Renaud Lagiero
Isotta MADELINE WONG
Tristano GEOFFREY VAN DYCK
Re Marke ARMANDO GONZÁLEZ BESA
Testimone SARA SHIGENARI
Corpo di ballo del Ballet du Grand Théâtre de Genève
Madrid, 30 novembre 2017

Il festival “Madrid en Danza” raggiunge nel 2017 la 32a edizione, ed è questo il terzo anno che «GBopera» fornisce ai suoi lettori una piccola cronaca della rassegna; l’esperienza è sempre molto ricca, sia per lo spettatore locale alla ricerca di un repertorio internazionale e raffinato sia per il cronista che confronta analoghe iniziative in città e stati differenti. A Madrid c’è sempre un fondo di flamenco, rivisitato secondo stili diversi e coniugato alla danza contemporanea, ma a partire da questa base nazionale imprescindibile il programma si apre come sempre alla fusione di danze tradizionali con il teatro, gli effetti audiovisivi della performing art, la sperimentazione tipica della modernità. Ogni anno il programma e gli ospiti sono d’una qualità molto alta; sarà sufficiente menzionare alcune compagnie presenti per farsi una idea del livello tecnico in gioco e degli interlocutori a cui punta la direzione artistica del festival: Kor’sia (Spagna-Italia), Aterballetto, Fondazione Nazionale della Danza (Italia), Malucos Danza (Spagna), Compagnie Virginie Brunelle (Canada), Ballets del Teatro Bolshoi di Mosca e dei Teatri Mariinsky e Mikhailovsky di San Pietroburgo (Russia), Kirilov Milev-Akiyama (Bulgaria-Giappone) e ancora tante altre.
Non c’è modo migliore per iniziare la cronaca di questa edizione che con la storia sempre appassionante di Tristano e Isotta: la leggenda medioevale che risale alla seconda metà del XII secolo ha sempre affascinato la cultura europea e le arti di ogni epoca, ma il Ballet du Grand Théâtre de Genève si è concentrato dichiaratamente sulla più celebre versione musicale del mito, ossia il Tristan und Isolde di Richard Wagner. Chi conosce bene la struttura dell’“opera d’arte totale” wagneriana sa bene che non è facile convertire in pura coreografia tutto lo sviluppo di una partitura tanto complessa come quella del Tristan. In realtà, non soltanto gli ingredienti narrativi fondamentali della vicenda (il mare, il progetto di vendetta, un re tradito, un amore scaturito da una pozione magica, la morte finale degli amanti) ma anche la straordinaria fortuna in altri ambiti (dalla letteratura agli affreschi preraffaelliti del castello di Neuschwanstein, fino al dipinto surreale di Salvador Dalí del 1944) hanno fatto sì che i personaggi di Tristano e Isotta diventassero conosciuti al pari di Orfeo ed Euridice, Romeo e Giulietta, Faust e Margherita, come coppia simbolo di amore immortale e universale. La versione della compagnia svizzera fruttò nel 2015 al Ballet du Grand Théâtre il premio per la Miglior Coreografia attribuito dalla critica francese; a due anni di distanza si può dire che tale premio sia senza dubbio meritato, grazie a un lavoro raffinato, squisito e creativo. L’intera coreografia si basa sulla musica originale di Wagner, al punto che i personaggi danzano esattamente in corrispondenza del canto e degli interventi musicali, senza alcun tipo di prevaricazione rispetto alla drammaturgia originale. Sul piano quantitativo la selezione si presenta equilibrata, dato che le quattro ore e mezza della partitura si riducono a circa 90 minuti di musica danzata, senza alcun tipo di pausa o interruzione. Sul piano visivo, come un ciclo di pitture sacre che all’interno di una chiesa medioevale illustra la vita di un santo o la Via Crucis, si susseguono dietro un velo dipinto con le onde del mare l’antefatto e la sintesi degli episodi più significativi della passione tra Isotta e Tristano: la futura regina in viaggio verso la Cornovaglia, un gruppo di persone adunate, un duello al termine del quale un uomo resta ucciso, una donna desolata in ginocchio. Poi si alza il velo e la scena appare nuda: in un angolo c’è una scala a chiocciola che evoca sia la nave sia il castello e lascia capire che c’è tutto un mondo da scoprire dietro a ogni simbolo. Quando un coreografo come Joëlle Bouvier fuoriesce dai cliché della danza accademica e crea un linguaggio suo proprio lo spettatore lo percepisce immediatamente: all’arrivo di Isotta in Cornovaglia le donne eseguono figurazioni e passi giocando continuamente su diversi livelli di altezza e angolazione ma sempre nello stesso punto del palcoscenico, mentre gli uomini si muovono intorno senza mai toccarle, esprimendo altre emozioni e altre aspettative. In effetti, l’utilizzo dello spazio riveste in quest’opera un interesse speciale perché ogni situazione ha un suo luogo specifico sul palco; soltanto i passi a due dei personaggi principali occupano tutto quanto lo spazio, dimostrando un’intenzione precisa nella presentazione della storia. Il suo filo conduttore è il personaggio chiamato Testimone, che appare sul palco portando ogni volta un elemento di grande drammaticità o di significato simbolico: una volta, per esempio, entra con una spessa corda, e con essa sembra disegnare un percorso sulla terra; quando egli scompare rientrano prima Isotta e poi Tristano, i quali si legano l’uno dopo l’altra agli estremi della corda, che simboleggia così la forza dell’amore e il destino di morte comune a entrambi (il melomane riconosce subito in questo Testimone una riscrittura del personaggio di Brangäne); la musica che accompagna questo lunghissimo passo a due è ovviamente il duetto d’amore del II atto dell’opera. Il fatto che di volta in volta Tristano e Isotta trascinino forte con la corda l’altro personaggio, fino a farlo volare o fluttuare come senza peso nell’aria, vuole significare la potenza dell’innamoramento, la reciproca trasfigurazione e l’annullamento dell’uno nell’altra, che sono appunto i temi fondamentali del duetto wagneriano. La coppia dei protagonisti offre un lavoro molto personale, riuscito sia sul piano tecnico sia su quello interpretativo: Madeline Wong è al di sopra di tutti per la pulizia dei movimenti e per la capacità di concludere ogni figura con estrema precisione; Geoffrey Van Dyck spicca per l’interpretazione, passando dal ruolo del soldato a quello di innamorato, dal guerriero all’eroe sublime capace di morire solo su di un mucchio di terra; Armando González Besa, nella parte di Re Marke, pur nel poco tempo in cui danza, brilla per l’intensità della coreografia assegnatagli: alla scoperta del tradimento reagisce in modo violento, ma senza far danno ad alcuno, restando così fedele all’indimenticabile profilo di nobiltà che Wagner aveva pensato per lui. Com’era da attendersi, dopo la morte per amore di Isotta e la conclusione della musica, il pubblico di Madrid libera un applauso di acclamazione per tutti gli artisti, richiamati per ben tre volte alla ribalta. La nota finale è per la bravura della costumista, Sophie Hampe, la quale nella scelta dei colori e dei modelli riesce a condensare la raffinatezza della storia e i vari contesti narrativi; sarebbe molto interessante vederla coinvolta in una produzione wagneriana a tutti gli effetti.   Foto Gregory Batardon

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