Modena, Teatro Comunale “Luciano Pavarotti”: “Faust”

Modena, Teatro Comunale “Luciano Pavarotti”: “Faust”

Modena, Teatro Comunale “Luciano Pavarotti”, Stagione lirica 2017 /18
“FAUST”
Dramma lirico in cinque atti di Jules Barbier e Michel Carré da Faust di Goethe.
Faust FRANCESCO DEMURO
Mèphistophélès RAMAZ CHIKVLADZE
Marguerite DAVINIA RODRIGUEZ
Valentin BENJAMIN CHO
Sièbel NOZOMI KATO
Marthe SHAY BLOCH
Wagner MATTEO FERRARA
Orchestra dell’Opera Italiana
Coro della Fondazione Teatro Comunale di Modena
Direttore Jean-Luc Tingaud
Maestro del coro Stefano Colò
Progetto scenico Anagoor
Regia Simone Derai 
Scene e costumi Simone Derai, Silvia Bragagnolo
Video Simone Derai, Giulio Favotto
Luci Lucio Diana
Modena, 1 dicembre 2017
Il Teatro Luciano Pavarotti di Modena, per la stagione operistica in corso, sceglie di realizzare un nuovo allestimento del Faust di C. Gounod, dramma lirico in 5 atti, dal Faust di Goethe, su libretto di Jules Barbier e Michael Carré, a 200 anni dalla morte del compositore. La prima, andata in scena il 1 dicembre 2017, si avvale della coproduzione dei teatri di Piacenza e Reggio Emilia.
La regia dello spettacolo viene affidata a Simone Derai che, supportato dal collettivo Anagor da lui fondato, frima per la prima volta la regia di un’opera lirica assieme agli assistenti Marco Menegoni e Moreno Callegari. Anagor si occupa principalmente di progetti teatrali con una fortissima connotazione letteraria, la cui peculiarità è l’utilizzo di video come estensione dell’elemento scenografico che, per come vengono concepiti, si trasformano in essenziali materiali di scena. L’ambientazione, ispirata all’omonimo film di F.W. Murnao, è indicativamente collocabile nel rinascimento tedesco. La scena, fissa, è costituita da una grande scatola cubica grigia che di volta in volta ospiterà i cinque luoghi in cui vengono ambientati i cinque atti: lo studio del dottor Faust, la piazza, la casa di Margherita, la Chiesa e la prigione. Un luogo grigio ed enorme, spesso deserto, animato da personaggi che si muovono nello spazio dando vita sentimenti diversi in una continua alternanza di luci e ombre, che sembrano a volte materializzarsi. Ogni atto è preceduto da proiezioni video, realizzata da Anagor, che sono il tratto distintivo e interessante dell’intera produzione scenica, spesso completamente svincolati dalla linearità della vicenda e che fungeranno da intervalli. L’idea è quella di creare un momento di sospensione in preparazione all’atto successivo, in una sorta di connessione sentimentale che predisponga il pubblico a una profonda meditazione nei confronti delle tematiche dell’opera ovvero la morte, il dolore, il bene, il male, la sofferenza, la vecchiaia. L’edizione scelta prevede i tagli di tutti i balletti mentre contempla l’aggiunta della seconda aria di Faust. Interessante e al contempo provocatoria e allegorica, la scelta di alcuni costumi e in particolare quello del diavolo Mefistofele, in calzamaglia gialla munita di una vistosa conchiglia fallica, a torso nudo, col chiaro intento di mettere in risalto una fisicità eccessivamente trabordante dell’interprete, quasi a volerne sottolineare una cattiveria sopra le righe e volutamente grottesca. Tra i cantanti, quasi tutti debuttanti nei rispettivi ruoli, sono da menzionare il Faust del tenore Francesco Demuro, dotato di buona dizione, musicalità, morbidezza del fraseggio e presenza scenica. A un primo ascolto forse Demuro non sembra maturo per un ruolo tecnicamente tanto complesso che richiederebbe una voce più presente e un maggior controllo del registro acuto che, a tratti, risulta forzato. La Margherita di Davinia Rodriguez si staglia perfettamente nella cornice registica e scenografica per grazia e phisique du role. La voce, dal bel timbro brunito, tratteggia una Margherita vocalmente complessivamente debole, evidenziando vistosamente tre registri vocali di cui il medio grave e gli acuti, penalizzati da una emissione completamente intubata ,che ne preclude la morbidezza e la costringe a forzare la zona acuta. Apprezzabile la facilità dei piani e dei i pianissimi. Scenicamente sicura e vocalmente molto bene impostata, la Siebel di Nozomi Kato, mentre un po’ opaca è apparsa la prestazione del baritono Benjamin Cho, che tratteggia un Valentin scenicamente molto credibile a cui non corrisponde la stessa sicurezza vocale, in particolare nel registro medio basso. Più sonora giunge alla platea la vocalità del Mefistofele del basso Ramaz Chilkviladze, tecnicamente ben impostato e scenicamente a proprio agio. Corretti il Wagner di Matteo Ferrara e apprezzabile la Marthe di Shay Bloch. Il Maestro Concertatore Jean-Luc Tingaud, fornisce una lettura sufficientemente accurata dell’opera nonostante qualche difficoltà emersa a tratti nel mantenere l’insieme tra orchestra e palcoscenico, spesso costringendo gli interpreti a tempi eccessivamente dilatati. L’orchestra viene contenuta tra colori che non vanno mai oltre il mezzo forte, scelta che non si spiega se non in relazione alla scarsa presenza sonora degli interpreti stessi,dando l’idea di un Faust onirico,trasfigurato,un po’ lontano dalla tradizionale lettura che solitamente si ha del repertorio francese. Buona la prova dell’orchestra e del Coro che dimostrano come sempre di essere all’altezza della situazione. Festosa l’accoglienza del pubblico che tributa grandi applausi a tutti i protagonisti, al direttore e al coro ma riserva al regista qualche contestazione a scena aperta in relazione ai filmati e qualche fischio agli applausi finali. Complessivamente è uno spettacolo da vedere, molto originale e meditativo anche se un po’ deludente sotto il profilo strettamente musicale. Repliche: Teatro Valli Reggio Emilia, 7-10 dicembre 2017, Teatro Municipale Piacenza 15-17 dicembre 2017. Foto Rolando Paolo Guerzoni©

 

 


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