Camille Saint-Saëns (1835 – 1921): “Proserpine” (1887)

Camille Saint-Saëns (1835 – 1921): “Proserpine” (1887)
Opera in quattro atti su libretto di Louis Gallet. Véronique Gens (Proserpine), Marie-Adeline Henry (Angiola), Frédéric Antoun (Sabatino), Andrew Foster-Williams (Squarocca), Jean Teitgen (Renzo), Mathias Vidal (Orlando), Philippe-Nicholas Martin (Ercole), Artavazd Sargsyan (Filippo/Gil), Clémence Tilquin (Una religiosa). Flemish Radio Choir, Edward Caswell (Maestro del coro), Münchner Rundfunkorchester, Ulf Schrimer (direttore). Registrazione. Münchner Prinzregententheater 7-9 ottobre 2016. 2 CD Ediciones Singulares  ES 1027.


La produzione operistica di Camille Saint-Saëns non ha mai goduto – con la sola eccezione del “Samson et Dalila” – di particolare fortuna. Non fa eccezione questa “Proserpine” andata in scena la prima volta nel 1887 e ritrovatasi subito al centro di roventi polemiche. Nel clima incendiato dei decenni successivi all’umiliazione di Sedan la cultura francese tendeva a concepire se stessa come unico freno all’imperialismo politico e culturale della Germania, ugualmente odiato nelle due incarnazioni di Guglielmo I e di Wagner. Proprio l’accusa di wagnerismo colpì l’opera di Saint-Saëns attirandogli gli strali di critica e pubblico. In realtà l’opera non ha nulla di wagneriano e solo l’attenzione all’elemento orchestrale e il trattamento sinfonico dello stesso – cosa che non stupisce in un grande sinfonista come il compositore parigino – e che era stata sempre presente in forme più o meno larvate in tutta la tradizione dell’opera francese molto più attenta di quella italiana all’aspetto strumentale. Quando poi l’opera fu ripresentata nel 1899 il pubblico francese che aveva conosciuto l’effettiva portata del verbo wagneriano rifiuto come superato il lavoro di Saint-Saëns.
Merito quindi della fondazione Palazzetto Bru Zane quella di proporre – dopo Les barbares  – anche questa settima opera di Saint-Saëns che all’ascolto rivela una particolare piacevolezza. Se non si può certo parlare di capolavoro ritrovato si è innegabilmente in presenza di una composizione di alto livello con musica di prima grandezza e che l’ascolto discografico permette di godere prescindendo dall’inconsistenza teatrale che dell’opera è il maggior difetto. Ricavato da una commedia in costume di Auguste Vacquerie del 1835 – e già non poco datata all’epoca – il libretto di Louis Gallet è di rara debolezza. L’opera francese non fa della stringente drammaticità verdiana una sua cifra propria ma ha sempre mantenuto la capacità di svolgere con grande coerenza i propri valori drammatici non facendosi limitare – ma sfruttando a scopo espressivo e ambientale – l’innegabile tendenza alla prolissità. Ma qui i primi due atti non riescono neppure a creare un vero colore locale che vada oltre una stilizzata superficie mentre l’esplodere delle passioni nel III atto accade senza che nulla l’abbia preparata. Il tormento del cavaliere Sabatino conteso fra l’amore carnale della cortigiana Proserpine e quello spirituale di Angiola sullo sfondo di una Firenze rinascimentale tutta di maniera precipita di colpo alla fine dell’opera senza ragioni apparenti lasciando più che comprensibili perplessità al pubblico.

Di conto la musica è bella, spesso bellissima. Tutta l’introduzione alla scena del Convento con il preludio con organo e l’”Ave Maria” (aggiunta per la ripresa del 1899) è una pagina di rara raffinatezza come la deliziosa Pavane del I atto mentre il grande monologo della protagonista e soprattutto il rovente duetto fra questa e Sabatino nel IV atto non sfigurerebbe nello stesso “Samson et Dalila”.
Ormai uno specialista nella riscoperta di titoli desueti Ulf Schrimer trova qui una partitura che gli permette di dare spazio alla sua naturale propensione coloristica, per la luminosità dei colori orchestrali, per la ricchezza timbrica e cromatica fornendo una lettura musicalmente squisita in cui gli strumentisti della Münchner Rundfunkorchester confermano la loro straordinaria qualità musicale.
L’elemento più debole del cast è forse la protagonista. Véronique Gens è cantante di classe ed esperienza qualità che anche qui non mancano di farsi valere. Musicalissima, raffinata fraseggiatrice manca però dell’autentica vocalità di soprano Falcon che il ruolo richiede, la voce è delicata ma manca dell’autentica zampata ferina che certi passi sembrano esigere mentre sul piano meramente vocale all’ottimo settore acuto corrisponde un registro medio grave più povero e meno sicuro. Resta una prestazione più che godibile ma le polveri danno l’impressione di essere inumidite.
Ottimo il Sabatino di Frédéric Antoun bel tenore lirico e squillante capace però di trovare il giusto accento epicheggiante nel grande duetto con Proserpine del IV atto. Luminosa e angelicata come si confà al ruolo l’Angiola di Marie-Adeline Henry. A tratti un po’ grossier ma di notevole rilevanza vocale lo Squarocca di Andrew Foster-Williams in un ruolo per altro caratterizzato da un taglio di gusto popolareggiante dove qualche inflessione poco raffinata non è impropria. Ottime le prove del coro e delle numerose parti di fianco.
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