Compagnie Käfig al Teatro Ristori di Verona

Compagnie Käfig al Teatro Ristori di Verona

Verona, Teatro Ristori, Danza – Stagione 2017/2018
“CORRERIA”
direzione artistica e coreografia 
Mourad Merzouki, in collaborazione con gli interpreti
assistente alla coreografia Laurence Pérez
direzione musicale AS’N
luci
 Yoann Tivoli
costumi 
Delphine Capossela
video Charles Carcopino
“AGWA”
direzione artistica e coreografia Mourad Merzouki
direzione musicale AS’N
Compagnie Käfig
luci Yoann Tivoli
costumi Angèle Mignot
produzione Centre Corégraphique National de Créteil et du Val-de-Marne/Compagnie Käfig
coproduzione Espace Albert Camus de Bron, con il sostegno dello Studio de la Maison des Arts de Créteil / Biennale de la Danse de Lyon, Espace Albert Camus de Bron / Nouveau Théâtre
du 8ème – Lyon, Centro Coreografico de Rio de Janeiro, Consulat de France à Rio de Janeiro
Verona, 14 febbraio 2018

Sembra essere nell’aria l’incipit di Eri con me di Battiato: “Siamo detriti, relitti umani, trascinati da un fiume in piena, che non conosce soste né destinazione”, finché dal buio appaiono figure che si muovono freneticamente in un continuo girotondo, senza un obiettivo di approccio ma consapevoli l’un l’altra di convivere in un mondo in cui si fa di tutto per emanciparsi, pur continuando a viverci. Sono i dieci performers brasiliani della compagnia Käfig che al Ristori riadatta due coreografie, già pluripremiate e altrettanto rappresentate nel mondo, che sono il frutto del bell’incontro delle strade artistiche dei danzatori con Merzouki. Infatti il coreografo francese, personalità di punta dell’hip-hop già dagli anni ’90, dal 2006 porta avanti quello che vuol essere un nuovo stile di danza contemporanea in cui la capoeira e la samba si miscelano all’hip-hop puro e alla breakdance grazie a un’inesauribile dose di invenzioni, improvvisazioni e linguaggio estetico. Già la colonna sonora dello spettacolo è un summa di contaminazione tra generi musicali, tra aulico e popolare. Si passa dai tamburelli dell’Ouazat al Kahira – L’Oiedu Caire (Mozart l’Egyptien) alla Batucada Brasileira riproposta battendo ritmicamente le mani per terra; dal ritornello musicale di Total Balthazar (Jean-Philippe Goude), usatissimo nell’hip-hop, alla tribale Canned (Neon Beige). Perfetta continuità simbiotica si ha invece tra i violini gitani di Korobushka, del quartetto d’archi tutto al femminile delle Bond, anch’esso famoso per il voler commistionare musica classica e pop, e l’ipnotica e arcinota Vuelvo al sur nella versione dei Gotan Project; da notare anche la ricerca di significato diegetico dei suoni: da quello dell’acqua a quello del ronzio di un proiettore cinematografico.
Mai come nelle rappresentazioni della Käfig il narratore è palese: il grande talento di Mourad Merzouki è innegabile (vedi la recensione di “Carte Blanches” sul ventennale della compagnia). Addirittura le sue coreografie sono oggi l’unica danza hip-hop ad essere annotata con il linguaggio Laban che è un sistema, inventato dall’omonimo coreografo ungherese, per cui “qualsiasi danza, indipendentemente dall’origine e dallo stile, può essere descritta, e quindi riprodotta, attraverso l’uso di un linguaggio con caratteristiche matematiche (basate sulle geometrie), o mediante un linguaggio simbolico. L’essenziale è che questo linguaggio venga compreso e decodificato” (cit.)
In “CORRERIA” o “della lotta contro il tempo” i ballerini si muovono come dentro a un fenachistoscopio a significare la frenetica e perenne corsa dell’uomo nella vita quotidiana, dagli albori del XX secolo, ovvero dall’invenzione del cinema con la fotografia in movimento. Ecco allora un uomo che corre sul posto riproducendo quello che vediamo proiettato su uno schermo che richiama alla memoria la corsa del cavallo di Muybridge. A seguire un vero e proprio exploit di inventiva nell’uso addirittura di protesi di arti inferiori impiegate nell’intento di moltiplicare le gambe, quindi la cinesi di una coreografia tra le più emblematiche dell’espressionismo estetico. Ma la ricercatezza del gesto, del suono e del loro abbinamento sembra non avere confini estetici se accompagnati da un forte richiamo simbolico, per cui in “AGWA”, dove l’acqua è un bene prezioso: il significante del rinnovamento cioè della ricchezza del corpo umano, i corpi ballano capovolti a terra, quindi ballano solo le dita e ballano addirittura solo le teste sotto a luci colorate bellissime. In questa seconda coreografia la scenografia di Lebreton è letteralmente invasa da un’infinità di bicchieri di plastica dentro i quali viene raccolto quel sorso prezioso d’acqua che viene bevuta dai magnifici dieci a ristoro della loro esibizione.
A fine spettacolo è concesso al pubblico un fuori programma con acrobazie di pura bravura per ringraziarlo per aver dato segno di apprezzare davvero molto il lavoro, quasi interrompendo le piéces in un continuo singhiozzo di applausi per tutto il tempo.

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