Ricordando Ildebrando Pizzetti a 50 anni dalla morte – II: “Fra Gherardo”

“Certamente, la prima idea germinatrice di Fra Gherardo deve farsi risalire, come per Fedra e Dèbora, a quel periodo di tempo intercorso tra il 1903 e il 1907, durante il quale, come abbiam detto nelle pagine precedenti, Pizzetti elaborò intensamente e travagliosamente gli elementi morali, estetici e tecnici che dovevano condurlo parecchio tempo dopo alla realizzazione sempre meglio affermata e compiuta del suo ideale drammatico[1]!.
Fra Gherardo, ultimo lavoro della trilogia della redenzione, può essere considerato l’opera in cui le aspirazioni di Pizzetti a un’arte veramente umana e drammatica sembrano aver trovato la piena realizzazione; in Fra Gherardo, infatti, sono facilmente riconoscibili tutti i caratteri che già in fieri erano presenti nella Lena. Non è difficile riscontrare fra le due opere molte analogie non solo per quanto riguarda i personaggi principali, ma anche per gli elementi ambientali. In Lena Pizzetti aveva rappresentato un ambiente contemporaneo e emiliano, con persone semplici, contadini impegnati nella quotidiana dura lotta della vita, ma tali da poter essere elevati ad una forma di caratterizzazione tipologica dal significato universale; ancora una volta in Fra Gherardo Pizzetti, spinto da profondi sentimenti affettivi, rievoca la terra natia e sembra aver quasi cercato l’occasione di esaltarla con il canto. Egli  trasse l’argomento dal Chronicon parmense di Salimbenedi Adam in cui è descritto un certo Gherardino Segalello, umile frate fondatore della Congrega degli Apostolici, la cui vita sembra oscillare tra la sciocca ingenuità e l’esaltazione. Il frate, avendo denunciato l’ipocrisia di buona parte dell’ambiente clericale del tempo e predicato, altresì, la necessità morale e religiosa di ripristinare i semplici costumi tradizionali, fu condannato a morte e fatto morire sul rogo. Pizzetti, tuttavia, riscrivendo liberamente la vicenda, dà una rappresentazione completamente diversa della personalità del protagonista nel quale sembrano incarnarsi tutte le debolezze e i peccati della vita. Alla fine anche Fra Gherardo, a sua volta colpevole di aver commesso gravi peccati determinati, sia pure in parte dal fanatismo religioso, è redento dall’amore, che, unico vincitore sulle debolezze umane, gli permette di esclamare:

un pover uomo
io ero, un peccatore…
Ma voglio bene a tutti, a tutti, a tutti[2]

 Ultima opera della serie di tre lavori che appartengono a quella che si può chiamare la trilogia della redenzione, Fra Gherardo fu composto da Pizzetti in due anni, dal 1925 al 1927; compiuto il libretto nel 1926, la partitura fu stesa dal 18 settembre del 1926 all’11 settembre del 1927 e l’opera vide le scene il 16 maggio 1928 al Teatro alla Scala di Milano sotto la direzione di Arturo Toscanini con Florica Cristoforeanu (Mariòla), Irene Minghini-Cattaneo (madre), Ebe Stignani (1°voce di donna/fraticello), Antonin Trantoul (Gherardo) e Salvatore Baccaloni (gentiluomo/podestà), Edoardo Faticanti (vecchio/vescovo).
La vicenda del dramma si svolge in territorio parmense ed ha come protagonista Gherardo, un ricco tessitore che, spinto da vocazione religiosa, decide di distribuire ai poveri la somma ricavata dalla vendita di tutti i suoi beni comprendenti la casa di abitazione, le suppellettili e i telai di cui si serviva per la sua attività. In un afoso e imprecisato giorno di fine maggio 1260, nel cortile antistante la casa di Gherardo, un gruppo di mendicanti attirati dalla promessa della distribuzione di denaro, attende il suo arrivo. Gherardo, come promesso, distribuisce tutti i suoi soldi e, ormai preso dal desiderio di dedicare la sua vita alla predicazione religiosa, girando liberamente per il mondo, rivolge ai mendicanti il pressante invito a convertirsi e a pensare soprattutto alla salvezza dell’anima. Calano le prime ombre della sera e i rintocchi delle campane di una chiesa invitano i fedeli alle funzioni vespertine, quando Gherardo, dopo che i mendicanti sono andati via, si siede su uno degli scalini della sua casa. Egli crede di essere rimasto solo, ma all’incerta luce della sera scorge, in prossimità del pozzo, una fanciulla molto avvenente e dagli occhi belli e affascinanti. A Gherardo, che le chiede di presentarsi, ella dice di chiamarsi Mariòla, nome che poco dopo è chiamato dalla voce lontana di una donna che sta cercando la fanciulla per farla tornare a casa. Durante la conversazione, la fanciulla informa Gherardo di essere orfana in quanto la madre, una donna francese molto bella, era morta quando lei era ancora piccola e di suo padre, partito al seguito del re di Francia per combattere contro i Saraceni, si erano perse le tracce, aggiungendo che adesso vive con una zia di dubbia moralità. La donna era, infatti, una mezzana che pensava di barattare la verginità della fanciulla per una cospicua somma di denaro. Mariòla, conosciuta anche come La Francesina per via delle sue origini francesi, ricorda che nella città di Tolosa, ai piedi dell’altare della chiesa di Santa Marta, era raffigurato un uomo biondo che accarezzava una giovane donna inginocchiata ai suoi piedi. Gherardo precisa che il dipinto si riferisce al noto episodio evangelico della Maddalena che bagna i piedi di Gesù con le sue lacrime e li asciuga con i suoi capelli. Il pentimento per i peccati commessi, ma, soprattutto, il grande amore per Gesù la rendono meritevole del perdono divino. Ciò permette a Mariòla, nel corso della lunga conversazione con Gherardo, di compiere un’approfondita riflessione sull’essenza dell’amore che ritiene debba consistere nella scelta di donarsi generosamente e totalmente agli altri. Anche i poveri, a suo giudizio, sebbene non dispongano di beni materiali, possono porre la loro vita al servizio del prossimo, dimostrando, così, di possedere una ricchezza insospettabile, speciale e, soprattutto, incorruttibile;questa ricchezza è la stessa vita quando si è deciso di donarla per amore. La fanciulla si fa cullare dalla dolcezza dei ricordi, dei sogni e dei desideri dell’adolescenza e appoggia affettuosamente la testa sulla spalla di Gherardo, quasi a volervi cercare una forma di protezione; subito dopo, ascoltando le note di una canzone provenienti da lontano e da lei conosciuta nell’infanzia, si commuove, scoppia in lacrime e si avvinghia a Gherardo, supplicandolo di portarla via, nella casa dove visse bambina e dove avrebbe aspettato l’arrivo del padre. Anche Gherardo non può sottrarsi alla commozione del momento e stringe a sé la fanciulla, ma, subito dopo, in preda al terrore, la allontana da sé e le ordina di andar via. Egli, infatti, era divenuto di nuovo preda di quel fanatismo religioso che gli faceva pensare alla donna come alla sede di tentazioni illusorie e ingannevoli, per quanto allettatrici. Nonostante le suppliche e i singhiozzi di Mariòla, Gherardo non desiste dal suo proposito di cacciarla via, pur sapendo a quali pericoli la espone costringendola ad uscire in piena notte con il rischio di farle fare brutti incontri. La fanciulla si vede, così, costretta ad attraversare il portone che separa il cortile dalla strada ed esce inghiottita dalle tenebre. Dapprima in lontananza e poi sempre più vicino si sente il canto di due soldati di ventura ubriachi e intenzionati ad aggredire la giovane alla quale avevano già sbarrato il passo. Mariòla, terrorizzata dalle cattive intenzioni dei due soldatacci, grida aiuto con quanto fiato ha in gola e Gherardo, sentitala, si precipita in suo soccorso armato di un coltello e costringe i due malintenzionati a desistere e a liberare la ragazza. Scampato il pericolo, mentre i due si allontanano cantando e sghignazzando, Gherardo e Mariòla sono ora di nuovo l’uno di fronte all’altra. La ragazza lo guarda con i suoi grandi occhi nei quali si può avvertire lo stupore e la trepida attesa per le decisioni che l’uomo vorrà prendere. Gherardo, affascinato dalla bellezza della fanciulla e intenerito dal suo sguardo implorante protezione e aiuto, le si avvicina, le rivolge dolci parole affettuose, la prende in braccio e la conduce in casa. La lunga notte è addolcita dall’amore che li fa diventare un corpo e un’anima sola. La notte d’amore dovrebbe rappresentare il primo passo di un cammino esistenziale da compiere insieme con la consapevolezza di poter affrontare serenamente le sfide della vita e, altresì, con la segreta speranza di poter condividere i momenti di gioia che, certo, non sarebbero mancati. Ma non è così! Questo progetto di vita in comune è destinato a fallire sul nascere, in quanto Gherardo, preso di nuovo dai suoi scrupoli religiosi e convinto che la passata notte d’amore sia da condannare come un gravissimo peccato mortale capace di pregiudicare la salvezza eterna della sua anima, alle prime luci dell’alba esce da casa raggiunto poco dopo da Mariòla i cui sentimenti sono diametralmente opposti. Lei, infatti, è felice di essersi donata totalmente e senza riserve all’uomo amato ed è, altresì, consapevole che non avrebbe mai dimenticato e tanto meno rinnegato un’esperienza amorosa di cui non si sarebbe mai pentita. Così, all’invito di Gherardo di pregare la Madonna perché interceda per ottenere il perdono del peccato commesso, Mariòla risponde che è pronta a pregare la Madre di Dio, ma non per chiedere il perdono di un peccato che lei non considera e non avrebbe mai considerato tale. Gherardo, tuttavia, è irremovibilee, volendo allontanare da sé la ragazza definitivamente, le ordina di andar via e di lasciarlo in pace. Mariòla, con l’animo colmo di angoscia e con il dolore di chi vede finire sul nascere una meravigliosa storia d’amore, obbedisce e si allontana verso la città fino a sparire alla vista. Gherardo, ormai preso dal desiderio di espiare il suo peccato, inizia un percorso religioso che lo porta ad aggregarsiad una schiera di flagellanti e a fondare l’ordine dei Fratelli Apostolici ai quali affida il compito di predicare sotto la sua paterna guida le verità evangeliche. Diventa, così, Fra Gherardo e, pellegrinando di città in città, acquista fama di predicatore santoda cui i fedeli accorrono in numero via via crescente.
Passano nove anni e Gherardo, in una delle sue tante peregrinazioni, si sposta da Faenza alla sua città natale di Parma dove giunge la sera del 16 luglio 1269. Nella città non mancano le tensioni sociali, in quanto il popolo, sottoposto alle continue e non più tollerabili angherie del podestà, dell’aristocrazia, del vescovo e del clero, anela alla libertà ed è pronto a seguire chi si assuma il compito di tentarne il riscatto sia pure attraverso la ribellione violenta. La notizia dell’arrivo di Fra Gherardo si diffonde presto fra il popolo, per cui si ha un frenetico accorrere di persone che sempre più numerose desiderano vederlo e riceverne la paterna benedizione. La fama della sua santità lo aveva preceduto ed era stata corroborata dalla notizia del compimento di alcuni miracoli, tra cui la difesa della popolazione anconetana inerme dai pirati che, sbarcati numerosi da tre navi, stavano per assalirla. Fra Gherardo, secondo il racconto fatto da Fra Simone, uno dei Fratelli Apostolici, aveva tracciato sulla sabbia una croce al cui cospetto i Masnadieri prima avevano fermato la loro marcia, poi si erano inginocchiati, infine si erano ritirati prendendo la via del mare. In un’altra occasione, trovandosi a Faenza, aveva guarito un bambino morente, restituendolo alla madre che, per gratitudine, aveva consegnato ai Fratelli Apostolici, come dono di carità, tutti i suoi gioielli. Fra Gherardo è ora al cospetto della folla e, parlando ai Parmensi, passa dagli argomenti a carattere religioso a quelli socio-politici e afferma il principio che il popolo, quando è sottoposto alle angherie dei potenti, ha il diritto di ribellarsi e di lottare fino al conseguimento della vittoria. Il popolo, dopo aver ascoltato il discorso, si divide tra chi inveisce contro il frate e chi vorrebbe farne il capo della ribellione, mentre il vescovo e il podestà avrebbero voluto arrestarlo per condannarlo come eretico e mandarlo al rogo qualora non avesse abiurato sottoponendosi al giudizio delle autorità e della chiesa. Fra Gherardo, al cospetto del popolo, giura solennemente che lo guiderà nella lotta per la conquista della libertà, lo invita ad armarsi e a tenersi pronto e, quindi, calando ormai le prime ombre della sera, congeda la folla e si ritira con i suoi frati rimanendo, alla fine, solo con se stesso in prossimità della chiesa. È notte e Fra Gherardo è seduto accasciato sotto un olmo, quando si sente chiamare per nome da una donna vestita miseramente che gli si era avvicinata alle spalle. Egli, alzatosi e voltatosi, riconosce la voce di Mariòla, ne è atterrito ed emette un grido passando, subito dopo, da una forma di smarrimento alla violenza, dall’implorazione alla minaccia. Ritiene, infatti, che Mariòla lo abbia raggiunto per attuare una forma di vendetta o per farlo cadere nuovamente in tentazione, per cui, ancora una volta, le ordina di andar via, ma la donna, dimostrando una straordinaria grandezza d’animo e un amore così eccelso ed esclusivo da essere, per sua stessa ammissione, grande quanto il mondo, dichiara di volerlo solo consolare in quell’ora tremenda e lo informa del fatto che il loro innocente bambino, prima di morire, aveva voluto recitare le sue preghiere abituali insieme alla mamma. Per la prima volta nella sua vita di uomo orgoglioso e, per molti aspetti, vile, Gherardo sente scaturire, dal profondo del cuore, sentimenti di tenerezza, rimorso, pentimento, dolore, pietà e non può nemmeno immaginare che la donna alla quale ha fatto tanto male non abbia sentito il bisogno di maledirlo. Glielo chiede con forza, ma la donna risponde che non solo non lo ha maledetto, ma ha sempre chiamato il bambino con il nome del padre, Gherardo. L’uomo, dopo avere ascoltato il racconto della donna sulla vita di stenti e altresì sulle umiliazioni e sofferenze patite durante i nove anni precedenti, si commuove e scoppia in un pianto dirotto manifestando pentimento e dolore, ma anche amore per quella piccola grande donna al cui cospetto cade in ginocchio chiedendo perdono per le gravissime colpe commesse. Lei risponde di averlo già perdonato e di non aver mai cessato di amarlo. La volontà di non lasciarlo mai più, soprattutto in quelle ore drammatiche, e la consapevolezza di essergli sempre appartenuta, sono espresse da Mariòla in forma icastica con le seguenti parole: per la vita e per la morte, teco e tua.
È l’alba del 18 luglio 1269 e ore drammatiche si preannunciano per la città di Parma e per Gherardo che è arrestato, per ordine del podestà e del vescovo e in seguito alla delazione di un traditore, Fra Simone, appartenente alla sua stessa congregazione religiosa dei Fratelli Apostolici, con l’accusa di essere il sobillatore del popolo; inoltre, sospettato di eresia dall’autorità religiosa, nel caso in cui la sua colpevolezza fosse dimostrata, sarebbe condannato a morte sul rogo se si rifiutasse di abiurare alle sue idee. La guida della rivolta è, allora, assunta da Mariòla la quale non può impedire che, dopo l’arresto di Gherardo, nel popolo in tumulto comincino a serpeggiare rassegnazione e smarrimento, mentre non manca la contrapposizione fra i seguaci del frate, che vorrebbero proteggerla, e coloro che, ritenendo di essere stati traditi da lui e dalla donna, invocano per entrambi la morte. Intanto nella piazza presidiata da guardie armate fanno la loro apparizione le autorità civili e religiose che precedono il gruppo dei prigionieri tra i quali vi è anche Gherardo. Il vescovo, prendendo la parola, difende, in un lungo sermone, l’autorità dello Stato e della Chiesa e invita il popolo a reclamare i loro diritti senza il ricorso alla violenza che è sempre contraria sia alle leggi, in quanto causa di comportamenti delittuosi, sia alla morale religiosa in quanto fonte di azioni colpevoli. Poi, rivolgendosi a Gherardo, lo invita ad abiurare pubblicamente e solennemente alle sue dottrine se vuole salvare se stesso e gli altri prigionieri. In un primo momento il frate sembra disposto ad accogliere l’invito del vescovo, ma, quando gli si chiede di giurare sulla giustizia delle leggi e sull’autorità della chiesa come unica depositaria della verità, oppone un netto rifiuto perché, pur riconoscendo di essere stato peccatore ed eretico e di aver predicato la violenza invece dell’amore, non è disponibile, senza che la sua coscienza provi un sentimento di repulsione, ad ammettere che la menzogna possa essere scambiata per verità. Le sue parole assumono, quindi, un tono solenne quando dichiara:

Condannatemi, sì,
madatemi alle fiamme.
Peccai contro la vita e contro Dio,
è vero: offesi il Cristo, predicai
non l’amore ma l’odio. Ma giurare
che la menzogna è verità non voglio.
Fratelli, o miei fratelli, una è la Legge,
una la Verità: donare senza chiedere,
e amare, amare, amare![3]

Intanto Mariòla, che, facendosi largo tra la folla, si era portata a ridosso della prima fila, viene spinta verso la piazza da alcune donne, colpita a morte proditoriamente da una di loro e muore fra le braccia di Gherardo che, liberatosi dalla custodia delle guardie, era accorso in suo aiuto. La donna, prima di esalare l’ultimo respiro, trova la forza di rivolgere all’uomo amato un’ultima intensa e commovente espressione d’amore: cuore del mio cuore. Gherardo depone a terra il corpo esanime della donna e, rivolgendosi al popolo e alle autorità civili e religiose, dice di incamminarsi verso la morte con sentimenti d’amore per tutti.
Una breve introduzione strumentale semplice e scarna dal punto di vista armonico con un doppio pedale di tonica e dominante che crea una struttura per sovrapposizione di quinte, come i costumi di Fra Gherardo, ambienta perfettamente l’opera, in quanto, come notato da Pilati, viene proposto il doppio tema[4] sul quale si basa l’intero dramma e al quale Pizzetti rimarrà in un certo qual modo legato dal momento che ne fece quattro variazioni per pianoforte nei Canti di ricordanza del 1943. È così ambientata perfettamente anche la statica scena iniziale, nella quale una Vecchia recita la Salve Regina su un’armonia poco tradizionale interamente giocata su un accordo di re senza terza. L’ingresso di Gherardo segna una svolta importante all’interno della partitura con l’orchestra che, riprendendo il tema di O buon cristiano, caratterizza il personaggio dal punto di vista musicale rivelandone l’animo, mentre l’uomo si produce in melismi in una scrittura ieratica e quasi ecclesiastica. Più “tradizionale” appare, nella scrittura, il racconto che fa Mariòla della sua vita; esso è interamente svolto su uno statico accordo di re senza terza che con l’aggiunta del mi si trasforma, in alcune battute, in un accordo per quinte sovrapposte.>
Nel secondo atto i due nuclei drammatici sono rappresentati dalla predica di Gherardo sul prossimo avvento del Cristo e dal dialogo e non duetto nel senso ottocentesco del termine con  Mariòla. Nel primo passo la scrittura cromatica e molto densa nella parte orchestrale esprime la tragicità della profezia del frate, mentre nel dialogo con la donna l’orchestra si produce in momenti di intenso lirismo con un fiorire di temi musicali nei quali si segnalano anche le tempestose scale cromatiche che rappresentano l’ansia e l’agitazione del momento.
La tragedia si consuma nell’atto terzo dove Gherardo prega il Podestà di risparmiare Mariòla che egli giudica una santa; la conclusione della scena iniziale è altamente drammatica con Gherardo che invoca Dio affinché gli dia la forza di superare la sua viltà. L’opera si conclude con la morte di Gherardo che, mentre viene condotto al supplizio, è accompagnato dalle preghiere quasi come un santo. Bellissimo è il celestiale finale nel quale sugli accordi iniziali dell’opera il popolo, inneggiando a Dio e alla Madonna, canta il Kyrie eleison e la Sancta Maria.
In allegato il libretto dell’opera

Il presente articolo è tratto dalla mia monografia, Ildebrando Pizzetti “Il mio amore per il teatro”, Monza, Casa Musicale Eco, 2013, pp. 66-74.
[1] M. Pilati, Fra Gherardo di Ildebrando Pizzetti, Bollettino Bibliografico Musicale, Milano, 1928, p. 46.
[2] I Pizzetti, Fra Gherardo, Ricordi, Milano, 1928, p. 124.
[3]Ivi, p. 121.
[4] Cfr. M. Pilati, Fra Gherardo di Ildebrando Pizzetti, Bollettino Bibliografico Muiscale, Milano 1928, p. 64.

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