All’Opera di Roma una serata di danza francese, ma non troppo!

Roma, Teatro dell’Opera, stagione di balletto  2017-2018
“SOIRÉE FRANÇAISE”
SUITE EN BLANC”
Musica Édouard Lalo – estratti da “Namouna”
Direttore Carlo Donadio
Coreografia Serge Lifar
Ripresa da Claude Bessy
Luci Jean-Michel Désiré
PINK FLOYD BALLET”
Musica (su base registrata) The Pink Floyd
Coreografia Roland Petit
Ripreso da Luigi Bonino
Luci Jean-Michel Désiré
Allestimento del Teatro dell’Opera di Roma
Orchestra, étoile, Primi Ballerini, Solisti e Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma
Allestimento del Teatro dell’Opera di Roma
Roma, 1° febbraio 2018

Particolarmente in auge la danza francese al Teatro dell’Opera di Roma dove torna ciclicamente e in particolare nelle forme seducenti dei balletti di Roland Petit. Questa volta si tratta di un piacevolissimo dittico in omaggio alla danzatrice Yvette Chauviré, stella del firmamento francese: il neoclassico Suite en blanc di Serge Lifar (1943) e il balletto “rock” Pink Floyd Balletdi Roland Petit (1972); tre figure centrali della danza francese del XX secolo, legate tutte anche se in diverso modo alla maggiore istituzione ballettistica parigina, l’Opéra Garnier, a cui è legata pure la direttrice del corpo di ballo del Costanzi Eleonora Abbagnato, prima italiana a essere stata nominata étoile dell’Opéra nel 2013. Artefici delle riprese delle due coreografie – entrambe già precedentemente rappresentate al Costanzi – sono stati Claude Bessy, oggi direttrice della scuola di ballo dell’Opéra di Parigi, e Luigi Bonino, ballerino e assistente di Petit. La produzione si avvale inoltre delle suggestive e indispensabili luci di Jean-Michel Désiré, anche lui assiduo collaboratore di Petit all’opera di Marsiglia.
Suite en blanc, con cui ha inizio la serata, è “una vera e propria sfilata tecnica”, come disse lo stesso coreografo, e un omaggio alla danza accademica e ai suoi diversi stili, su una selezione di brani da Namouna, balletto di Édouard Lalo composto per una coreografia di Lucien Petipa andata in scena all’Opéra nel 1882. All’interno di una scena estremamente essenziale i corpi en blanc dei danzatori si stagliano su tutto lo spazio e sullo sfondo si erigono come statue su un praticabile nero che fa da contrasto al biancore dei costumi. In questo balletto, composto di dieci parti, il corpo di ballo del Teatro dell’Opera è riuscito a ricreare il rigore e la grazia del neoclassicismo alla maniera di Lifar. Nella prima parte dedicata al balletto romantico, con danzatrici avvolte dal tulle e dalle dolci note di Lalo, si distingue il pas de trois di Claudia Bailetti, Roberta Paparella e Annalisa Cianci per la morbidezza delle loro braccia e i gesti vagamenti significanti che ricordano le Villi di Giselle. Da segnalare anche il terzetto con Flavia Stocchi, Walter Maimone e Alessio Rezza, da poco nominato primo ballerino del Teatro dell’Opera di Roma, facilmente riconoscibile per i suoi inconfondibili salti. Il corto tutù della brava Stocchi, tipico dell’epoca postromantica, mette invece in evidenza la precisione dei développées alla seconda e l’austero equilibrio nella promenade in attitude. Poco incisivo il solo di Susanna Salvi con le otto ballerine che la attorniano, così come quello di Claudio Cocino nella Mazurka. Non particolarmente convincente il passo a due dell’Adage con Giuseppe Schiavone e Alessandra Amato, étoile dell’Opera di Roma dal 2016, mentre decisa è la performance di Sara Loro, leggera e sicura nella variazione La flûte. Nel finale è il gruppo maschile a spiccare, e certamente ne sarebbe contento Lifar che credeva particolarmente nella danza “maschile”. Dal rigore della danza “pura” di Suite en blanc, che sembra lasciare freddo il pubblico del Costanzi, si passa al dinamismo coinvolgente del balletto di Roland Petit, costruito su dodici pezzi dei Pink Floyd, alla cui musica il coreografo fu indirizzato dalla figlia adolescente. La prima rappresentazione al Palais des sports di Parigi con il gruppo britannico eretto su un palco al centro della scena deve essere stata un’esperienza di grande impatto visivo e sonoro, non riproducibile con la base registrata, come in questo caso. L’attenzione quindi si sposta sulla danza e quasi ci si dimentica della musica… Ed è proprio il corpo di ballo il vero catalizzatore di energia profusa negli otto quadri di cui si compone il balletto, un tripudio di gioia che ci arriva attraverso corpi forti e interamente vibranti, dalla testa ai piedi come si direbbe, passando per bacini e spalle fluttuanti, e mani dischiuse protagoniste assolute di alcuni attimi. Il rock si esprime con la potenza del movimento e del gesto collettivo, ma anche in alcuni soli particolarmente riusciti come quello di Antonello Mastrangelo. Anche per questo balletto potremmo parlare di “sfilata tecnica”, al limite con una dimensione della danza più ginnica – palesata da ruote e spaccate – e contaminata da altri generi di danza e da atmosfere humour tipiche di certo teatro di Broadway. Tutto ciò conferma il coreografo Petit come un grande sperimentatore e i danzatori del Costanzi bravi esecutori del suo stile, anche se sembra lasciare il pubblico un po’ disorientato…e comunque sempre meglio che lasciarlo freddo. (foto Yasuko Kageyama)

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