Ricordando Sergej Valil’evič Rachmaninov (1873 – 1943) a 75 anni dalla morte – II: I concerti per pianoforte e orchestra

Ricordando Sergej Valil’evič Rachmaninov (1873 – 1943) a 75 anni dalla morte – II: I concerti per pianoforte e orchestra

Concerto n. 1 in fa diesis minore per pianoforte e orchestra op. 1
Vivace, Moderato espressivo
Andante
Allegro vivace
Durata: 25’ca
“Sto componendo adesso un concerto per pianoforte. Di due movimenti ho già realizzato la stesura; dell’ultimo ancora no, ma è composto; probabilmente finirò l’intero concerto entro l’estate, e allora lo orchestrerò in estate”.
Così lo stesso Rachmaninov annunciò, in una lettera del 26 marzo 1891 indirizzata ad una sua amica, Natalya Skalon, la composizione del suo primo Concerto per pianoforte e orchestra. Appena diciassettenne, il compositore russo era già al secondo tentativo in questa forma dal momento che, già nel 1889, aveva iniziato a scrivere, senza, però, portarlo a compimento, un Concerto per pianoforte e orchestra in do minore, la stessa tonalità che egli avrebbe utilizzato nel Secondo. Completato nell’estate del 1891 e dedicato al suo cugino pianista Aleksandr Il’ič Ziloti, il Concerto fu sottoposto nel 1917 ad una tarda rielaborazione che coinvolse in particolar modo molti passaggi del secondo e del terzo movimento e l’orchestrazione; nella versione originale il Concerto vide soltanto due esecuzioni, delle quali la prima, in una forma parziale limitata al solo primo movimento, avvenne il 17 marzo 1892 a Mosca sotto la direzione di Vasilij Sofonov e con il compositore al pianoforte, e la seconda, nella forma integrale il 4 ottobre 1899 con Evelyn Suart al pianoforte ed Henry Wood sul podio, mentre la versione definitiva fu eseguita per la prima volta a New York il 29 gennaio 1919, con Rachmaninov al pianoforte e sotto la direzione di Modest Altschuler.
Nella versione definitiva è, tuttavia, possibile rilevare alcuni elementi di quella originale soprattutto nel florilegio di ottave e accordi che seguono la fanfara d’apertura del primo movimento e ricordano il Concerto per pianoforte e orchestra di Grieg, che il giovane compositore aveva scelto come suo modello seguendo la prassi della classe di composizione del Conservatorio di Mosca in  base alla quale ogni allievo doveva scegliere come modello un Concerto di un grande compositore per per le prime esperienze compositive dei suoi giovani allievi in questa forma. Tutto il primo movimento presenta una straordinaria libertà agogica che si esprime nel lirismo delle parti più lente (Moderato espressivo), dove viene esposto uno struggente tema evocante un motivo popolare, e nel virtuosismo trascendentale di quelle marcate con l’andamento Vivace. Di carattere meditativo è il secondo movimento, Andante, all’interno del quale sono inseriti degli episodi solistici rapsodici. Una grande libertà ritmica, con alternanza tra 9/8, 12/8 e 2/4 contraddistingue l’ultimo movimento, Allegro Vivace, nel quale il virtuosismo trascendentale si concede un momento di pausa in una breve sezione lirica, Andante ma non troppo, che precede la tumultuosa e brillante coda conclusiva.

Concerto n. 2 in do minore per pianoforte e orchestra op. 18
Moderato; Moto precedente; Maestoso alla marcia; Moderato; Meno mosso
Adagio sostenuto; Un poco più animato; Adagio Sostenuto
Allegro scherzando; Meno mosso; Allegro scherzando moto primo; Maestoso
Durata: 35’ca
Composto tra l’autunno del 1900 e il mese d’aprile del 1901, il Concerto n. 2 per pianoforte e orchestra non è soltanto una delle opere più amate e più eseguite di Rachmaninov, ma soprattutto il lavoro che permise al compositore, non ancora trentenne, di uscire da una grave crisi umana e artistica nella quale era sprofondato a causa del fiasco clamoroso a cui andò incontro la sua Sinfonia n. 1 alla prima esecuzione avvenuta a Pietroburgo alla fine del 1897. I fischi, che la sommersero, furono tali che Rachmaninov, per sua esplicita ammissione, rimase inizialmente così paralizzato e incredulo da abbandonare la sala prima della fine del concerto. La critica, il giorno dopo, non fu più tenera del pubblico e il suo giudizio negativo assunse la forma di una feroce stroncatura quando addirittura non la fece oggetto di un’aperta derisione. Per Rachmaninov lo choc fu tale da indurlo ad abbandonare per ben due anni l’attività di compositore e da causargli una forte crisi depressiva che lo avrebbe portato sulla soglia del suicidio. Consigliato dagli amici, Rachmaninov si rivolse al dottor Nikolaj Dahl, psicanalista molto stimato a Mosca, nel cui studio egli si sottopose a quattro mesi di sedute grazie alle quali riacquistò la fiducia in se stesso e nelle sue capacità di compositore. Fu proprio Dahl a suggerire a Rachmaninov di comporre un concerto per pianoforte e orchestra che gli era stato commissionato da una società concertistica londinese; il compositore non perse tempo e già alla fine dell’estate del 1900 incominciò a raccogliere materiale per la composizione del concerto;  egli stesso scrisse a Oskar von Riesemann:
“Il materiale nel frattempo accumulatosi e nuove idee musicali cominciarono a sgorgare da me: molte più di quante ne abbisognassi per il concerto. All’inizio dell’autunno avevo completato due movimenti (l’Adagio sostenuto e l’Allegro scherzando)… Li suonai quella medesima stagione ad un concerto di beneficenza diretto da Siloti… con un successo che mi confortò… All’arrivo della primavera avevo terminato il primo movimento (Moderato)… Mi avvidi allora che il trattamento del dottor Dahl aveva rafforzato il mio sistema nervoso in modo miracoloso. In segno di gratitudine dedicai a lui il mio Secondo Concerto”.
Il secondo e il terzo movimento, composti per primi, furono eseguiti con grande successo per la prima volta a Mosca il 2 dicembre 1900 sotto la direzione di Siloti, cugino di Rachmaninov, che sedeva al pianoforte, mentre il concerto nella sua forma completa sarebbe stato eseguito per la prima volta il 27 ottobre 1901. Alla vigilia della prima esecuzione nella mente di Rachmaninov si presentò il doloroso ricordo della terribile serata in cui la Prima sinfonia era andata incontro ad un clamoroso insuccesso, per cui, assillato da nuovi dubbi circa la validità del suo concerto, scrisse all’amico Nikita Semënovič poche ore prima del debutto:
“Ho finito in questo momento di suonare il primo movimento del mio Concerto, e solo ora ho capito con chiarezza che il passaggio dal primo al secondo tema non è buono, e la forma con cui è trattato il primo altro non è che un’introduzione… Credo che tutto il movimento sia una rovina, da oggi mi è diventato odioso; sono semplicemente disperato!”
Proprio il primo movimento (Moderato), in forma-sonata, si apre con una parte introduttiva di grande suggestione, della quale protagonista indiscusso è il pianoforte con una serie di accordi in crescendo che conducono all’esposizione del primo tema affidato ai clarinetti, ai violini e alle viole; questi strumenti sono  accompagnati dal pianoforte analogamente a quanto si nota nell’esposizione del tema dell’introduzione del primo movimento del Concerto n. 1 per pianoforte e orchestra di Čajkovskij. Il secondo tema, in mi bemolle maggiore, secondo le regole della forma-sonata, ha un carattere cantabile ed è esposto inizialmente dal pianoforte impegnato in un efficace dialogo con i fiati. Dopo lo sviluppo, il cui punto culminante è raggiunto nel momento in cui viole e clarinetti rielaborano il secondo tema, accompagnati dal pianoforte che esegue dei pesanti accordi preparatori della ripresa, il primo tema è riesposto in un modo variato (Alla marcia). Affidato agli archi, il primo tema è accompagnato dal pianoforte con poderosi accordi e ottave. La ripresa del secondo tema è annunciata dalla cupa sonorità del corno.
Non meno suggestivo e coinvolgente è il secondo movimento, Andante sostenuto, nel quale il compositore mise a nudo la sua anima con una scrittura melodica estremamente accorata; il primo tema, esposto dal flauto e dal clarinetto dopo una breve introduzione, presenta con il suo moto ascendente un carattere sognante e informa l’intero movimento. Anche il secondo motivo, esposto dal fagotto, non è nient’altro che una derivazione del primo. Il movimento, che dal punto di vista formale, si rifà alla forma della canzone tripartita, presenta nella parte conclusiva dello sviluppo una cadenza che introduce la ripresa e sfrutta tutte le possibilità timbriche del pianoforte.
Il terzo movimento, Allegro scherzando, in forma-sonata, riflette perfettamente i sentimenti contrastanti che si alternano nell’anima del compositore; dopo un’introduzione, quasi marziale, il pianoforte espone un tema accordale vigoroso che contrasta nettamente con il secondo, alla dominante, nostalgico e tormentato, affidato all’oboe.

Concerto n. 3 in re minore per pianoforte e orchestra op. 30
Allegro ma non tanto
Intermezzo, Adagio; Poco più mosso
Finale, alla breve; Scherzando; Tempo I, alla breve.
Durata: 40’ca
Il Concerto n. 3 per pianoforte e orchestra, scritto da Rachmaninov per la sua prima tournée americana, fu eseguito per la prima volta il 28 novembre 1909 al New Theater dall’orchestra della New York Symphony Society diretta da Walter Damrosch e con lo stesso autore al pianoforte; parecchie settimane dopo fu eseguito per la seconda volta sotto la direzione di Gustav Mahler. Sul Concerto la critica e la stampa espressero giudizi contrastanti, come si evince da quanto fu scritto sulle colonne del «New York Sun» e del «Russhiye Vedemosh». Nel primo si legge:
“Il Concerto fu troppo lungo e perse il contrasto ritmico e armonico tra il primo movimento e il resto del concerto. Il tema di apertura è sfumato di malinconia che non sorge come fece quello di Čajkovskij all’arrivo della passione travolgente o alta tragedia”,
mentre sulla rivista russa G. Prokof’ev scrisse:
“Il nuovo concerto rispecchia i migliori lati della potenza creativa di Rachmaninov: semplicità, sincerità e chiarezza di pensieri musicali. Esso ha una freschezza d’ispirazione che non aspira alla scoperta di nuovi pathos. Esso ha una forma tagliente e laconica come pure un’orchestrazione semplice e brillante”.
Il Concerto, tuttavia, fu considerato difficile tanto che il grande pianista Józef Hoffmann, al quale l’opera è dedicata, non lo eseguì mai pubblicamente dicendo che non era per lui e Gary Graffman si lamentò di non averlo studiato quando era studente, cioè quando era ancora troppo giovane per conoscere la paura. Lo stesso compositore, resosi conto delle difficoltà tecniche del Concerto, fece di esso una versione ridotta che, tuttavia, non ebbe successo.
Protagonista assoluto del primo movimento, Allegro ma non tanto, è il solista che lascia il testimone all’orchestra solo nella transizione dal primo al secondo tema, che, pur essendo il più affascinante dell’intero movimento, è del tutto assente nello sviluppo e, infine, è solo accennato nella ripresa.
Un intenso lirismo domina il secondo movimento, Intermezzo, Adagio, che si conclude con un malinconico valzer in fa diesis minore, introdotto da terzine del pianoforte e intonato dal clarinetto e dal fagotto su un delicato accompagnamento degli archi in pizzicato.
Il Finale, alla breve, presenta elementi tematici desunti dal primo movimento e rielaborati in modo virtuosistico; in particolare il primo tema del primo movimento viene rielaborato nella coda in modo tale da dare vita ad una sorta di danza macabra.

Concerto n. 4 in sol minore per pianoforte e orchestra op. 40
Allegro vivace, alla breve
Moderato
Allegro vivace
Durata: 26’
Composto nel 1926, il Quarto concerto per pianoforte e orchestra di Rachmaninov ebbe una gestazione particolarmente lunga e complessa dovuta sia ai dubbi del compositore sulla sua eccessiva lunghezza sia all’accoglienza piuttosto fredda del pubblico alla prima esecuzione avvenuta il 18 marzo 1927 a Filadelfia sotto la direzione di Leopold Stokowski e con Rachmaninov al pianoforte. I primi abbozzi del concerto risalgono, infatti, al 1914 come si evince da un articolo apparso sulla rivista «Muzika» nell’aprile di quell’anno in cui si leggeva che Rachmaninov stesse lavorando ad un nuovo concerto per pianoforte e orchestra, ma le numerose tournée concertistiche, che videro il compositore impegnato in  tutto il mondo, non gli consentirono di lavorarvi in modo regolare. Soltanto nel mese di gennaio del 1926 a New York Rachmaninov poté dedicarsi alla composizione del concerto con una certa regolarità, ma, appena concluso, il compositore è assalito da dubbi sulla sua lunghezza. In una lettera dell’8 settembre 1926 inviata al compositore e pianista Nikolaj Medtner, al quale avrebbe dedicato il Concerto:
“Ho ricevuto la copia del mio nuovo Concerto. Ho dato uno sguardo alle sue dimensioni – 110 pagine! – e mi sono spaventato. […] Bisognerà eseguirlo come il Ring, in diverse serate successive. […] Apparentemente il vero problema sta nel terzo movimento: che cosa non c’ho messo dentro! Ho già iniziato, nella mia mente, a individuare possibili tagli”.
Cinque giorni dopo Medtner in una lettera dissentì fortemente:
“Non posso essere d’accordo con te […]. Naturalmente ci sono dei limiti alla lunghezza dei brani musicali […]. Ma all’interno di questi limiti umani, non è la lunghezza di una composizione musicale a creare un’impressione di noia, ma piuttosto è la noiosità che dà la sensazione della lunghezza. […] Una canzone di due pagine priva di ispirazione a me sembra più lunga della Carmen di Bizet e DerDoppelgänger di Schubert mi sembra più grandioso di una Sinfonia di Bruckner”.
Per nulla convinto dalle parole di Medner, Rachmaninov incominciò a rimaneggiare il Concerto che, pur con le modifiche, fu accolto in modo piuttosto freddo alla prima esecuzione sia dal pubblico sia dalla critica che lo pose a confronto con il Secondo. Rachmaninov decise allora di apportare ulteriori modifiche che furono completate nel mese di luglio del 1928, dopo un mese e mezzo di duro lavoro, come testimoniato da una lettera del 28 luglio all’amico Yuli Konius, nella quale si legge:
“Dopo un mese e mezzo di duro lavoro ho finito le correzioni al mio Concerto. […] Ho riscritto le prime 12 battute e anche l’intera coda”.
In realtà le modifiche, come rilevato dal musicologo Robert Threlfall, furono profonde dal momento che riguardarono non solo il numero delle battute (ne furono tagliate ben 114) ma anche alcune sezioni sia orchestrali sia pianistiche interamente riscritte. In questa forma il Concerto fu eseguito in diverse occasioni fino al 1931, quando Rachmaninov decise di ritrarlo affermando che lo avrebbe riportato nelle sale da concerto solo dopo un’attenta revisione che egli fece nel 1941, due anni prima della morte. In questa versione il Concerto fu eseguito per la prima volta sempre a Philadelphia il 20 dicembre del 1941 con la Philadelphia Orchestra diretta da Eugene Ormandy. Oggi è possibile anche ascoltare la prima versione del Concerto che è stata pubblicata nel 2000 dalla Boosey & Hawkes ed incisa dal pianista Alexander Ghindin con la Helsinki Philharmonic Orchestra diretta da Vladimir Ashkenazy. In questa occasione il Concerto sarà descritto nella versione del 1941 che è anche quella che si è affermata nel repertorio.
Nel primo movimento, Allegro vivace, alla breve, si afferma una scrittura rapsodia su un’armonia alquanto complessa, mentre il secondo movimento, Largo, presenta una maggiore cantabilità ed è unito direttamente al terzo, Allegro vivace, nel quale è dato maggiore risalto al virtuosismo.

 

 

 

 

 

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