Genova, Teatro Carlo Felice: “La Traviata”

Genova, Teatro Carlo Felice: “La Traviata”

Genova, Teatro “Carlo Felice” – Stagione d’Opera 2017-18
LA TRAVIATA
Melodramma in tre atti, Libretto di Francesco Maria Piave, dal romanzo “La dame aus Camélias” di Alexandre Dumas figlio.
Musica di Giuseppe Verdi
Violetta LANA KOS
Flora Bervoix MARTA LEUNG
Annina PAOLA SANTUCCI
Alfredo  Germont STEFANO SECCO
Giorgio Germont  RODRIGO ESTEVES
Gastone DIDIER PIERI
Barone Douphol RICARDO CRAMPTON
Marchese d’Obigny CLAUDIO OTTINO
Dottor Grenvil MANRICO SIGNORINI
Giuseppe ANTONIO MANNARINO
Domestico di Flora FILIPPO BALESTRA
Commissionario ROBERTO CONTI
Mimi e danzatori DEOS:Luca Alberti, Angela Babuin, Filippo Bandiera, Emanuela Bonora, Emilia Calabrese, Fabio Caputo, Melissa Cosseta, Fabiola Di Blasi, Barbara Innocenti, Erika Melli, Samuel Moretti, Davide Riminucci, Emanuele Rosa, Sveva Scognamiglio, Noemi Valente.
Orchestra e Coro del Teatro Carlo Felice
Direttore  Daniel Smith
Maestro del Coro Franco Sebastiani
Regia Giorgio Gallione
Scene e costumi Guido Fiorato
Luci Luciano Novelli riprese da Angelo Pittaluga
Coreografie Giovanni Di Cicco
Allestimento del Teatro Carlo Felice di Genova
Genova, 06 maggio 2018
Diciamolo subito: c’è in scena, a Genova, una “Traviata” che ci ha lasciato alquanto delusi. Tolto il dente, possiamo concentrarci a trovare tutte le scusanti o le cause, ma il risultato non cambia. Siamo di fronte a un caso piuttosto eclatante di messinscena sbagliata, specialmente per l’opera in questione: un tentativo di rendere intellettuale, “colto”, ciò che per antonomasia è popolare, ma senza la forza e il coraggio necessari, bensì un costante alludere, simbolizzare, giochicchiare con facili dualismi (bianco/nero, buio/luce, vita/morte) – senza contare un’originalità vacante, che si attesta sulle frequenze delle “Traviate” di Aix-en-Provence (regia di Fussman) e di Salisburgo (celeberrima, di Decker). Un albero bianco e spoglio (ma guarnito di candele elettriche e filo di strass) domina la scena e alla fine sarà abbattuto (ma no?): metafora di cosa? Di Violetta, della vita, dell’amore? “Scire nefas”. Il pubblico in sala però si ribella (“scene orribili” si sente urlare, e ad ogni riapertura del sipario brusio di disapprovazione), e a ragione: quello che viene messo in scena è un pastiche senza capo né coda, tra abiti Anni Dieci e maschere di Halloween, tra fazzoletti platealmente arrossati dalla tisi e Marilyn Monroe, videomapping d’antan e angeli della morte; soprattutto, un pastiche in nero, giacché nero è il pavimento, nere le quinte, nero il coro, neri i (pur molto bravi) danzatori figuranti, neri i cantanti, Violetta compresa, nel secondo atto. A poco serve il già citato bianco alberello o il sentiero rosso (mele? Pomodori? Anche qui, non è dato sapere) del secondo atto: per quanto illuminata sempre a giorno (e anche questa, non la prova migliore del light designer Luciano Novelli), la scena è opaca, l’occhio ne soffre. La regia, poi, risente di questo setting, e si esprime con qualche idea degna di nota solo nella seconda metà dello spettacolo: interessanti le zingarelle e i matador (anche se il coro canta poco partecipe, mentre danzano i figuranti), soprattutto interessante la costruzione dell’ultimo atto, con una doppia Violetta e delle maschere di Carnevale che interpretano la morte (nere anch’esse, ça va sans dire) e accompagnano Violetta nel trapasso, tutto all’ombra di uno specchio gigantesco che incombe sulla scena, e che finalmente dona tridimensionalità, stuzzica lo spettatore fino a questo momento snobbato. Ma, per citare lo stesso libretto, “È tardi!” e la magra consolazione di un atto ben congegnato non toglie, se non parzialmente, l’amaro per le altre tre scene quasi disastrose. Ancora una volta, occorre concentrarci sull’apparato musicale per rimanere seduti al proprio posto: e allora ecco la magistrale direzione del Maestro Daniel Smith, tutta al servizio, lei sì, del pubblico, della fruizione; una direzione, sia detto fuori dai denti, che più di una volta salva tutto lo spettacolo, tenendo insieme un’orchestra scalpitante con degli interpreti a volte al di sotto delle aspettative. Il riferimento è soprattutto al tenore Stefano Secco, appare fuori forma, che tenta di cantare “Parigi, o cara” in 4/4, fatica a gestire la zona acuta della voce (anche qui, brusio giustificato della galleria durante gli applausi); più precisa e navigata è Lana Kos, ormai una delle Violette più richieste del nostro tempo. Il suo timbro pulito e agile pare, però, “freddino”, e si applica a un’interpretazione che suona vocalmente quasi meccanica, distaccata; sia chiaro: fa certo una bella figura, ma l’impressione è quella che si limiti a ciò che è capace di fare (gli acuti somo assai tesi!). Fa davvero breccia, invece, il Giorgio Germont di Rodrigo Esteves, voce piena e ben modulata in ogni zona della voce, sa regalare emozioni. Fra i ruoli secondari spiccano il Gastone di Didier Pieri, piacevole voce di tenore, e l’Annina di Paola Santucci, che si mostra espressiva e capace, pur costretta in una mise da virago francamente inspiegabile (che condivide con Flora, peraltro). La prova del coro (diretto dal Maestro Franco Sebastiani) è buona, senza emozionare, certamente a causa della paralisi in cui la regia lo tiene – addirittura dietro una cortina di bicchieri di plastica usa e getta, durante il primo atto: un attentato al buon gusto da qualsiasi parte la si voglia vedere. Ci eravamo detti, dopo il bel “Boccanegra” bolognese, che aspettavamo Giorgio Gallione e Guido Fiorato al varco, proprio su questa “Traviata”, nella quale, forse, troppe speranze avevamo riposto: ecco che puntualmente queste sono state disattese. Rincresce doversi ricredere, ma è proprio sulle opere più popolari che è più facile sbagliare, e forse i due sodali professionisti avrebbero dovuto tenerlo a mente. Foto Marcello Orselli

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