Leonardo Vinci (1690 ca – 1730): “Didone Abbandonata” (1726)

Leonardo Vinci (1690 ca – 1730): “Didone Abbandonata” (1726)

Dramma per musica in tre atti su libretto di Pietro Metastasio. Edizione a cura di Auser Musici. Roberta Mameli (Didone), Carlo Alemanno (Enea), Raffaele Pe (Iarba), Gabriella Costa (Selene), Marta Pluda (Araspe), Giada Frasconi (Osmida). Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino. Carlo Ipata (direttore).  Alessandra Artifoni (Clavicembalo). Giovanni Bellini (tiorba). Michele Tazzari (violoncello). Regia Deda Cristina Colonna, Scene Gabriele Vanzini, Costumi Monica Iacuzzo, Luci Vincenzo Raponi, Impianto d’ombre Compagnia Altretracce: Registrazione: Opera di Firenze, gennaio 2017. T.Time: 166′. 2 DVD Dynamic 37788
Primo, in ordine cronologico, dei 27 drammi scritti da Metastasio, Didone abbandonata fu anche il testo del poeta romano che godette di maggior fortuna per tutto il Settecento. Scritto, infatti, nel 1724 per Domenico Sarro, fu riutilizzato già nello stesso anno da Domenico Scarlatti e messo in musica da uno sterminato numero di musicisti nell’arco di un secolo. L’ultimo di una lunga schiera di compositori tra cui vanno ricordati Tomaso Albinoni (Venezia, 1725), Nicola Porpora (Reggio Emilia, 1725), Baldassarre Galuppi (Modena, 1741), Johann Adol Hasse (Dresda, 1742), Nicolò Piccini (Roma, 1770), Pasquale Anfossi (Venezia, 1775) e Giovanni Paisiello (1794) per non citare che i più famosi, fu, infatti, nel 1823 Mercadante che utilizzò un testo ampiamente rimaneggiato. Tra i primi compositori a mettere in musica il dramma di Metastasio spicca senza dubbio Leonardo Vinci che svolse un ruolo fondamentale nella diffusione del nuovo melodramma del poeta romano non solo in Italia, ma anche in vari paesi europei soprattutto in Francia. Oltre alla Didone abbandonata, rappresentata per la prima volta al Teatro delle Dame di Roma il 14 gennaio 1726, Vinci mise in musica altri sei libretti metastasiani: Siroe re di Persia (Venezia, 1726), Catone in Utica (Roma, 1728), Semiramide riconosciuta (Roma, 1729), Alessandro nelle Indie (Roma, 1729), La contesa de’ numi (Roma, 1729) e Artaserse (Roma, 1730). Certamente Vinci avrebbe messo in musica molti altri drammi di Metastasio se la morte non lo avesse colto in circostanze misteriose, forse per avvelenamento, alla giovane età di 40 anni circa nel 1730. Da parte sua Metastasio, dopo la morte di Vinci, non mancò di lodare l’amico; già un anno dopo, in una lettera del 7 luglio 1731, scriveva da Vienna, dove ricopriva il ruolo di poeta cesareo, a Marianna Benti Bulgarelli:
“Povero Vinci! Adesso se ne conosce il merito e vivente si lacerava. Vedete se è miserabile la condizione degli uomini. La gloria è il solo bene che può renderci felici; ma è tale che bisogna morire per conseguirla, o se non morire, essere così miserabili per altra parte che l’invidia abbia dove compiacersi”,
mentre in un’altra lettera del 1749 a Farinelli si legge:
“Ho trovato in lui [Niccolò Jommelli] tutta l’armonia del Sassone [Johann Adolph Hasse] tutta la grazia tutta l’espressione e tutta la fecondità di Vinci”.
Ispirato al IV libro dell’Eneide, il melodramma presenta una trama piuttosto semplice, che lo stesso Metastasio sintetizzò nell’Argomento, dove dichiarò anche le fonti da cui trasse spunto: “Didone vedova di Sicheo, uccisole il marito da Pigmalione, re di Tiro, di lei fratello, fuggì con ampie ricchezze in Africa, dove edificò Cartagine. Fu ivi richiesta in moglie da molti, e soprattutto da Iarba, re de’ Mori, e ricusò sempre per serbar fede alle ceneri dell’estinto consorte. Intanto portato Enea da una tempesta alle sponde dell’Africa, fu ricevuto e ristorato da Didone, la quale ardentemente se ne invaghì. Mentr’egli, compiacendosi di tale affetto, si trattenea presso lei, gli fu dagli dei comandato che proseguisse il suo cammino verso Italia, dove gli promettevano una nuova Troia. Partì Enea, e Didone disperatamente si uccise. Tutto ciò si ha da Virgilio, il quale con un felice anacronismo unisce il tempo della fondazione di Cartagine agli errori di Enea. Ovidio, lib. III de’ Fasti, dice che Iarba s’impadronisse di Cartagine dopo la morte di Didone; e che Anna di lei sorella (che sarà da noi chiamata Selene) fosse anch’essa occultamente invaghita d’Enea”.
Rispetto alla versione originale Metastasio apportò per la rappresentazione romana, della quale curò personalmente la messa in scena, alcune modifiche a partire dalla riduzione delle arie di Iarba fino alla decisione di affidare i ruoli femminili a dei castrati per ottemperare all’interdetto papale che vietava alle donne di salire sul palcoscenico.
Rappresentata a Roma con notevole successo e con l’evirato Giacinto Fontana, detto Farfallino, nel ruolo della protagonista, l’opera replicò il felice esito anche a Vienna dove fu data alla fine di quello stesso anno.
In effetti la musica di Vinci si segnala per una scrittura particolarmente raffinata sin dall’ouverture, strutturata secondo lo schema scarlattiano (Allegro-Adagio-Allegro), alla bellezza melodica delle arie  e alla qualità dei recitativi.
A distanza di 300 anni dalla prima rappresentazione l’opera è ritornata a calcare il palcoscenico grazie all’edizione critica, a cura dell’ensemble Auser Musici con la revisione di Carlo Ipata e la trascrizione di Gioele Gusberti e Alessio Bacci, che ne ha permesso la messa in scena, ripresa dalla Dynamic, nel gennaio del 2017 a Firenze (Teatro Goldoni). Si tratta di un’edizione curata sia dal punto di vista visivo sia da quello musicale. Per quanto riguarda il primo si segnalano le scene di Gabriele Vanzini, essenziali, ma al tempo stesso simboliche con una scalinata sulla quale è collocata una sfinge che richiama il palazzo di Didone a Cartagine e una struttura di tubi sempre cangiante. A completare questo impianto visivo  vanno ricordate le ombre curate dalla Compagnia Altretracce, che, proiettate sullo sfondo, non rappresentano solo stati d’animo, ma realizzano anche visivamente parti strumentali come per esempio il raffinato interludio che descrive l’arrivo sulla scena di Iarba accompagnato da schiavi che portano sulle spalle pesanti sacchi.  Eleganti e curati i costumi di Monica Iacuzzo che veste Didone di un rosso porpora a simboleggiare la regalità, mentre il giallo diventa il colore dominante per gli altri personaggi da Selene a Osmida fino ad Enea che sfoggia anche un mantello bianco. Scuri, invece, sono i colori scelti per i costumi di Iarba e Araspe i cui volti sono coperti da maschere anche qui a simboleggiare le poco chiare trame del re de’ Mori. Coerente la regia di Deda Cristina Colonna che si dimostra particolarmente attenta ai minimi dettagli e soprattutto alla rappresentazione degli “affetti” che caratterizzano i personaggi la cui psicologia appare delineata con cura anche con un uso particolarmente significativo delle espressioni del volto.
Per quanto attiene all’aspetto musicale si segnala l’ottima concertazione di Carlo Ipata che, da autentico specialista di questo repertorio, ha dato vita ad un’interpretazione della partitura di Vinci perfetta sul piano filologico. Alla guida dell’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino è autore di un’ottima scelta dei tempi e delle sonorità orchestrali che non soverchiano mai i cantanti, ma li accompagnano con cura. L’orchestra è sostenuta da un continuo realizzato anche questo da specialisti come: Alessandra Artifoni al clavicembalo, Giovanni Bellini alla tiorba e Michele Tazzari al violoncello.
Di buon livello anche la compagnia di canto a partire da Roberta Mameli, che riesce a ben interpretare tutte le sfaccettature del suo complesso personaggio. Il soprano, che mostra ottime doti di attrice come del resto tutti gli altri membri del cast, è una Didone di regale fierezza nel primo atto, ma di spessore tragico nel recitativo finale (Ah che dissi infelice). Dotata di una voce omogenea, l’artista è autrice anche sul piano vocale di una prova convincente grazie a un fraseggio ed un’intonazione curati che contraddistinguono anche  la performance di Carlo Alemanno, un Enea convincente, che riesce a destrettagiarsi in un ruolo dalla linea di canto non agevolissima, in particolare nei passi più scopertamente virtuosistici. Dalla sua un fraseggio sempre ben scolpito ed espressivo. A scapito di  un timbro che suona un po’ opaco, il controtenore Raffaele Pe è un valente vocalista come si può notare già nell’aria, Tra lo splendor del trono, con la quale si presenta al pubblico. Scenicamente ben inquadrato, restituisce sul palcoscenico l’immagine di un Iarba inquieto e iracondo. Di pregio anche la prova di Gabriella Costa (Selene), anche se il colore vocale suona un po’ aspro; è brava, però, a rappresentare le sfaccettature d’animo del suo personaggio diviso tra l’amore per Enea e la fedeltà alla sorella Didone. La sua prova risulta particolarmente attenta al fraseggio e alle dinamiche nelle sue numerose arie tra le quali si segnalano Dirò che fida sei e Ardi per me fedele. Corrette le performances di Marta Pluda, un delicato Araspe, e di un po’ troppo femminile Osmida interpretato da  Giada Frasconi.

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