Arena di Verona Opera Festival 2018: “Turandot” (cast alternativo)

Arena di Verona Opera Festival 2018: “Turandot” (cast alternativo)

Verona. Fondazione Arena di Verona. 96^ Opera Festival 2018.
“TURANDOT”
Drama Lirico in 3 atti e 5 quadri, Libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni.
Musica di Giacomo Puccini
Turandot ANNA PIROZZI
Imperatore Altoum ANTONELLO CERON
Timur GIORGIO GIUSEPPINI
Calaf  MURAT KARAHAN
Liù ELEONORA BURATTO
Ping FEDERICO LONGHI
Pong FRANCESCO PITTARI
Pang MARCELLO NARDIS
Mandarino GIANLUCA BREDA
Il Principe di Persia UGO TARQUINI
Orchestra, Corpo e corpo di ballo dell’Arena di Verona
Coro di Voci bianche A.d’A.MUS diretto da Marco Tonini
Direttore d’orchestra Daniel Oren
Maestro del Coro Vito Lombardo
Regia e scene Franco Zeffirelli
Costumi Emi Wada
Movimenti coreografici Maria Grazia Garofoli
Lighting design Paolo Mazzon
Verona,18 luglio, 2018.
Che le favole sgranocchino sogni fanciulleschi anche nelle menti più cresciute è una considerazione fin troppo scontata. Se poi esse sono sconvolgentemente favolose, il volo onirico del sonno decolla anche sopra le teste più razionali e sopra i cervelli più apatici. Credo sia quanto accadde ieri sera nell’anfiteatro areniano: un racconto poco più che banale, divenuto magia grazie alle note che penetravano negli animi e ai paradisi di luci e ombre che inebriavano gli sguardi. Se già la mano del divin Zeffirelli s’era apprezzata e stimata più volte negli ultimi lustri, ogniqualvolta lo spettacolo ricomincia appare nuova e maledettamente conturbante: l’oro della reggia, il torpore del popolo schiavo, gli sfavillanti abiti di un’era inenarrabile, quasi eterna, basterebbero già ad appagare molti dei palati del pubblico veronese. Se poi ci aggiungiamo una compagine musicale di assoluto rilievo, il traguardo dei sogni è valicato. Inizierei con i plausi ad un coro maiuscolo, occupato a dirimere i nodi di una matassa ingrata, spigolosa, impervia, ma anche suadente e lieve. I toni più arcigni sono stati i più apprezzati, anche quando la tessitura appariva proibitiva, mentre nelle atmosfere più soavi si poteva pretendere qualcosa in più. Certo qualche scollamento con la buca è perdonabile in uno spazio così ampio e con una concertazione più attenta agli effetti del colore che alla quadratura degli insiemi. E per continuare con la bacchetta del maestro Daniel Oren e con il golfo mistico, resta ferma l’idea di una lettura dello spartito che privilegia il dettaglio spesso estremizzato alla pletora di gesti musicali lasciati alla sorte e al buon senso dei valenti strumentisti. Più che la filologia e le minute differenze esplicitate nella partitura, è emerso il significato elementare e plebeo della scrittura, di certo molto apprezzato da un pubblico bramoso di estasi e men che meno di ragionamenti. Tra le voci a solo ombre non ce ne sono state, se non quelle che non brillavano di luce propria. Citerei tra queste il Mandarino di Gianluca Breda, artista stimato dallo scrivente, ma a ragione non del tutto a proprio agio con una tessitura che Puccini ha assegnato al baritono e non al basso. Gli unici limiti sono parsi una dizione approssimativa nel registro di passaggio, che rendeva difficile la comprensione netta del recitativo nelle distanze areniane. All’Imperatore Altoum di Antonello Ceron, comprimario generoso e di consumata esperienza, è richiesta dalla partitura una voce consunta, quasi da caratterista e non una corda impostata e così a fuoco come quella del tenore veneto. Per rimanere nelle vocalità tenorili, citerei come corretti e dal punto di vista scenico efficaci gli interventi di Pong e Pang – rispettivamente di Francesco Pittari e Marcello Nardis – e di Ugo Tarquini nei panni dello svettante Principe di Persia. Proseguendo nei cerchi paradisiaci arriverei alla debuttante Eleonora Buratto, la quale ha regalato nella parte di Liù una prova commovente, frutto di uno studio senz’altro attento, ma anche di un materiale vocale di rilievo. Si è notata l’emozione nel calcare un palcoscenico così ambito; aggiungerei che qualche filato sarebbe uscito meglio se l’agogica del magma orchestrale fosse stata più controllata e meno nervosa: nell’aria finale i ritenuti sono divenute corone e il ritmo fluiva in modo talora asettico, tanto da lasciare troppo poco spazio alle richieste di ampiezza nell’arco della frase. Tuttavia si è certi delle potenzialità del soprano, a cui si prospetta e si augura un futuro roseo. La seconda recita di Anna Pirozzi nel ruolo del titolo le consente di albergare nei cerchi superni, a ridosso dell’Empireo. La sua performace si distingue per un taglio generalmente opportuno dato al fraseggio e al dettato versale, sempre ostico da far passare alla platea areniana. Gli acuti sono parsi più interessanti rispetto alla regione scura, dove non sempre la parola risultava stentorea come la partitura richiede. V’è da dire che il ruolo pone delle difficoltà, il cui superamento necessita d’aver frequentato la parte mill’anni e mille. Resta un’interpretazione sicura e degna di plauso, migliorabile nei dettagli e non certo nella sostanza. Una garanzia per agenzie, orchestre, direttori, teatri e pubblico sono le prove di Giorgio Giuseppini, ormai veterano della scena veronese. Il suo Timur vive dello spasimo d’un vecchio spodestato, ma anche della passione per la schiava Liù e per il figlio Calaf. La precisione del suo recitar cantando è una virtù da seguire e l’afflato lirico nel condurre la sue aria finale meritava più battimani di quelli uditi al termine della recita. Piacevole sorpresa, almeno per chi scrive, è stato l’ascolto della voce di Murat Karahan, giovane tenore dalle lodevolissime qualità musicali. Qui il merito della bacchetta di Daniel Oren sta nell’aver valorizzato i pregi delle mezze voci e di un legato capace di mantenersi nitido anche nelle frasi più drammatiche. I tre colpi di gong rimasti “in canna” nel finale dell’atto primo non danno ragione di una prova maiuscola, che ha consentito di riconoscere come appropriato alla parte il colore chiaro della corda tenorile e non già alcuni bruniti ruggiti rimasti nella tradizione del nostro teatro. Certo la facilità lassù lo fa troneggiare in Arena, pur scagliando pugni da pugile contro la filologia; quest’ultima evangelizzerebbe come ridicola una corona eterna sulla sillaba atona vin-CE-rò. Ma al pubblico scaligero non si possono togliere questi vezzi, che invece fanno bissare, obnubilando altresì le fatiche ben riuscite nell’ostica scena degli enigmi. Infine sostengo con onestà intellettuale e arduo coraggio dinanzi agli eroi della serata, che abbia brillato di luce propria e sopra di tutti Federico Longhi nella parte di Ping: la chiarissima intellegibilità del testo cantato, sempre con l’accento preciso e con articolazioni calibrate con fedeltà somma alla partitura hanno contraddistinto la sua lunga prova dal principio al termine. Le insidie di quel ruolo sono poco note e passano spesso inosservate ai più: curioso è il fatto che, invece, la bravura del valente baritono sia stata colta e sonoramente acclamata. Uno spettacolo che ci si augura possa non tramontare mai; si confida la luna di Pechino sorga ancora e ancora per molto illumini con il suo bagliore il cielo scaligero, come in una favola favolosa.Foto Ennevi per Fondazione Arena

 

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