Milano, Teatro alla Scala: “Fidelio”

Milano, Teatro alla Scala: “Fidelio”

Teatro alla Scala di Milano, Stagione d’Opera e Balletto 2017/2018
FIDELIO”
Opera in due atti, Libretto di Joseph Ferdinand Sonnleithner e Georg Friedrich Treitschke
Musica di Ludwig van Beethoven
Don Fernando MARTIN GANTNER
Don Pizzarro LUCA PISARONI
Florestan STUART SKELTON
Leonore RICARDA MERBETH
Rocco STEPHEN MILLING
Marzelline EVA LIEBAU
Jaquino MARTIN PISKORSKI
Primo prigioniero MASSIMILIANO DI FINO
Secondo prigionero MARCO GRANATA
Coro e Orchestra del Teatro alla Scala
Direttore Myung-Whun Chung
Maestro del coro Bruno Casoni
Regia Deborah Warner
Scene e costumi Chloe Obolensky
Luci Jean Kalman riprese da Valerio Tiberi
Produzione Teatro alla Scala
Milano, 25 giugno 2018
Ritorna in grande stile, anche più brilllante di allora, il Fidelio che inaugurò magnificamente la stagione scaligera 2014/2015 con lo spettacolo intelligente ed essenziale di Deborah Warner, qui ancor più poetico nel sodalizio con la raffinata bacchetta di Chung. Nella sottile interpretazione della regista inglese Giustizia, Libertà e Amore – valori universali di matrice schiettamente romantica – prendono vita nell’opera unica di Beethoven non tanto in chiave solenne e moraleggiante, quanto nella dimensione autentica di una realtà umana il cui racconto più schietto è possibile solo in una cornice contemporanea e allo stesso tempo così asciutta da svincolarsi dal tempo. Il lugubre carcere ricavato da una fabbrica dismessa e popolato da comuni esseri umani è proprio questa cornice perfetta, efficacemente disegnata da Chloe Obolensky (che firma scene e costumi) e scolpita nell’oscurità a tratti quasi totale dalle splendide luci di Jean Kalman (qui riprese da Valerio Tiberi) che accompagnano il viaggio di Leonore/Fidelio dal buio profondo della cattiveria e dell’ingiustizia allo squarcio abbagliante del finale, metafora di vita e liberazione. Nonostante l’inusuale contesto di prigionia, va in scena una normale quotidianità (panni stesi, mocio e secchi, cani, sigarette, una palla per giocare in cortile) in cui lo spettatore può facilmente identificarsi per cogliere il nocciolo del discorso drammaturgico con semplicità ed empatia. E l’empatia, appunto, è anche la chiave della concertazione squisita di Myung-Whun Chung. E’ tutto chiaro a partire dall’ouverture, in questo caso la Leonore n.3: pura poesia. Ascoltiamo nel suo Beethoven un lirismo senza precedenti che mette da parte la tradizione dello spremere allo sfinimento l’orchestra in termini di volume e debordante sonorità (più prossima alla precedente lettura di Barenboim) in favore di una serie di delicatezze che giocano su colori tenui e dinamiche sfaccettate in grado di raccontare con assoluta intelligenza la doppia natura della partitura: il dramma cupo innervato da una violenza a tratti febbrile ma velato da una patina di sorridente leggerezza che si gonfia fino ad esplodere trionfalmente nel finale. A fronte di una concertazione senza sbavature, l’apporto del cast vocale dal palco è più disomogeneo ma complessivamente di ottima qualità. Ricarda Merbeth gode di ottima musicalità e dimostra buone intenzioni interpretative, ma l’affanno nel coprire agevolmente tutta l’ampia tessitura di Leonore è a tratti evidente, in particolare in zona acuta con puntature ora troppo sfogate ora quasi inudibili (pensiamo agli interventi nel quartetto nel primo atto, “Mir ist so wunderbar”. Per il resto il timbro è caldo e il fraseggio curato quanto basta, restituendo una prova tecnicamente non impeccabile, ma ugualmente godibile. Difficoltà simili per Stuart Skelton, un Florestan prettamente muscolare non sempre in grado di gestire una voce potente ma a tratti debordante, che va spesso soffocandosi nell’arrampicarsi sulle note più acute. È tutto sintetizzato chiaramente nell’aria “Gott, welch Dunkel hier!” che apre l’atto secondo, nella quale il tenore nonostante le sbavature di cui sopra impressiona per volume e proiezione, tentando comunque di ingentilire la linea di canto con alcune mezzevoci ben modulate. Punta di diamante della serata è il Pizzarro di Luca Pisaroni, il cui bagaglio mozartiano non può che sposarsi splendidamente con la variopinta lettura di Chung. Nella prima aria “Ha, welch ein Aungenblick” – come in tutto il suo disegno complessivo del personaggio – esprime la violenza insita nel governatore con cinismo e freddezza, ben più inquietante ed efficace di un’ira urlata e incontrollabile. Tutto questo è possibile grazie al solito fraseggiare con gusto ineguagliabile del basso venezuelano, che unito a carismatica presenza scenica e timbro preziosissimo svetta senza difficoltà sul resto del cast. Fresca e brillante anche la Marzelline di Eva Liebau che dà prova di buona tecnica e musicalità già nella prima aria “O wär ich schon mit dir vereint” e diverte nelle parti recitate e nei duetti con il buon Jaquino di Martin Piskorski. Tonante e solido il Rocco di Stephen Milling, al contrario di un più fragile e nasale Martin Gantner nel ruolo di Don Fernando. Corretti gli interventi dei prigionieri Massimiliano Di Fino e Marco Granata. Come sempre ottimamente preparato da Bruno Casoni il Coro, il cui finale primo “O welche Lust, in freier Luft” mette semplicemente i brividi.Un teatro purtroppo non gremito ha siglato al termine il grande successo della produzione, con ovazioni e particolare affetto all’indirizzo del Maestro Chung richiamato più volte alla ribalta. Si replica fino al 7 luglio. Foto Brescia & Amisano

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