Milano, Teatro alla Scala: “Il Pirata”

Milano, Teatro alla Scala: “Il Pirata”

Milano, Teatro alla Scala, Stagione d’opera e di balletto 2017-2018
“IL PIRATA”
Melodramma in due atti su libretto di Felice Romani.
Musica Vincenzo Bellini
Ernesto NICOLA ALAIMO
Imogene SONYA YONCHEVA
Gualtiero PIERO PRETTI
Itulbo FRANCESCO PITTARI
Goffredo RICCARDO FASSI
Adele MARTINA DE LISO
Coro e Orchestra del Teatro alla Scala
Direttore 
Riccardo Frizza
Maestro del Coro 
Bruno Casoni
Regia 
Emilio Sagi
Scene 
Daniel Bianco
Costumi Pepa Ojanguren
Luci Albert Faura
Produzione Teatro alla Scala in coproduzione con Teatro Real di Madrid e San Francisco Opera
Milano, 17 luglio 2018
“Sul palcoscenico c’è posto per tutti e non incoraggeremmo mai nessuna artista a imitare la Callas”, scriveva Eugenio Montale dell’ultimo Pirata andato in scena alla Scala ormai sessant’anni fa. Per quanto la nostalgia della Divina e di un simile cast (al suo fianco Corelli e Bastianini) possa affiorare facilmente, non ha alcun senso rifugiarsi nel passato e temere un confronto se questo significa eliminare dal cartellone un titolo di questa bellezza per così tanto tempo. E finalmente possiamo riascoltarlo oggi, con una protagonista femminile eccellente che vagamente in qualche sfumatura vocale la Callas la ricorda anche, pur dando una propria personale lettura senza dar modo di insinuare sterili emulazioni. Sonya Yoncheva, diva assoluta della serata, interpreta un’Imogene commoventemente intensa nella sua fragilità, scolpendo efficacemente nel gesto e nel canto una donna che ama e soffre in egual misura, divisa tra i doveri di moglie e di madre e un antico amore mai sepolto. La voce è brunita e corposa ma altrettanto facile all’acuto, in grado di coprire perfettamente tutta la tessitura senza mai dare segni di cedimento. Colpisce in primis, tuttavia, la minuziosa costruzione psicologica del personaggio, in crescendo per tutto il corso dell’opera: il soprano bulgaro già dalla cavatina “Lo sognai ferito, esangue” riesce a infondere quella sottile tensione drammatica che andrà a sfogarsi come un fiume in piena nella scena della pazzia finale (“Oh, s’io potessi dissipar le nubi…Oh, sole! Ti vela di tenebre oscure”). Nell’impervio ruolo eponimo del pirata Gualtiero ascoltiamo un Piero Pretti in forma eccellente, che gestisce omogeneamente ogni passaggio con legati puliti, solido appoggio sul fiato e ottima proiezione. Molto curato il fraseggio e in generale l’intenzione espressiva, che oltre al lato eroico di Gualtiero ne enfatizza l’umanità. Meno convincente Nicola Alaimo nei panni di Ernesto, dandone un’interpretazione piuttosto piatta anche se, a onor del vero, il ruolo non aiuta. La voce non emerge nel pieno delle sue possibilità, quasi ovattata e fuori fuoco in molti passaggi a partire dalla prima aria “Sì, vincemmo, e il pregio io sento”. A seguire il baritono ritrova una certa stabilità, dando un buon apporto in particolare nei pezzi d’insieme. Ottimo il Goffredo di Riccardo Fassi, tonante e convincente scenicamente. Buono il comprimariato con Marina De Liso nei panni di Adele e l’Itulbo corretto di Francesco Pittari. Ineccepibile e intenso come sempre il Coro diretto da Bruno Casoni. La concertazione di Riccardo Frizza, che opta fortunatamente per l’abolizione totale di tagli, è intensa e drammatica, più volta a sottolineare i tratti romantici della partitura che gli echi rossiniani. La sua lettura è equilibrata e con un occhio attentissimo al palcoscenico, per una resa complessiva avvolgente e precisa.
L’allestimento pensato da
Emilio Sagi, con le scene di Daniel Bianco e i costumi monocromatici di Pepa Ojanguren, è un’essenziale astrazione con l’intento – dichiarato nelle note di regia – di incorniciare rispettosamente la partitura belliniana “cercando di lavorare sui personaggi con un certo distacco, in modo tale da non estrapolarli dall’ipnotico universo melodrammatico ottocentesco ed eliminando tutti quei dettagli che contestualizzano l’epoca e i luoghi in cui si svolge l’azione”. Obiettivo raggiunto nonostante i cantanti brancolino in uno spazio vuoto anche eccessivamente asettico che può risultare alla lunga ripetitivo, delimitato lateralmente da due pareti oblique riflettenti e simmetriche con tre ingressi per parte, e chiuso da un soffitto mobile anch’esso specchiato che si alza e si abbassa rivelando diversi fondali (più freddi e nordici che siciliani, ma ugualmente suggestivi). Ma è nella scena della pazzia che si risollevano le sorti di un allestimento che pecca di una certa monotonia: Imogene avanza verso il monumento funebre del defunto marito trascinando un immenso drappo nero in cui man mano si avvolge, traduzione visiva di grande impatto nell’istante in cui la donna, sopraffatta dal dolore, smarrisce la ragione in vaneggiamenti imperscrutabili e oscuri. Al termine della recita entusiasmo senza riserve per Yoncheva, aperti consensi per Pretti e meno entusiasmo per Alaimo, pur salvo dalle contestazioni delle recite precedenti. Foto Brescia & Amisano

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