Pompeii Theatrum Mundi. “Non solo Medea” e l’attualità infallibile del classico

Pompeii Theatrum Mundi. “Non solo Medea” e l’attualità infallibile del classico

“NON SOLO MEDEA”
Ideazione e coreografia Emio Greco e Pieter C. Scholten
Musiche Ludwig van Beethoven, Pink Floyd, Arvo Pärt, Xenakis
Danzatori  Beatrice Cardone, Nonoka Kato, Yoshiko Kinoshita, Florine Pegat-Toquet,
Maria Ribas, Aya Sato, Valeria Vellei, Denis Bruno, Carlos Diez Moreno, Pedro Garcia,
Andrès Garcia Martinez, Gen Isomi, Alejandro Longines, Kengo Nanjo, Francisco Rodrigues,
Nadjibe Said, Nahimana Vandenbusshe, Anton Zvir

Attrice Manuela Mandracchia
Percussionnista Flora Duverger
Film Ruben Van Leer
Drammaturgia Marieke Buytenhuijs, Jesse Vanhoek
Luci Henk Danner
Costumi  Clifford Portier
Produzione Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale, Ballet National de Marseille (FR)
Pompei Scavi, 12 luglio 2018

Prosegue la seconda edizione della rassegna di drammaturgia antica del Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale e del Parco Archeologico di Pompei, Pompeii Theatrum Mundi, progetto quadriennale immaginato per il Teatro Grande del sito archeologico più famoso al mondo.Il ciclo di rappresentazioni si è aperto con Oedipus di Robert Wilson e proseguirà con Salomè di Luca De Fusco ed Eracle secondo Emma Dante.
Non solo Medea
 dei coreografi Emio Greco e Pieter C. Scholten ha dato prova, ancora una volta, di quanto il mito e la tragedia greca antica siano fonte inesauribile di idee, non solo performative, per una messa in scena fedele o no all’idea originale. Il testo classico è veicolo di messaggi sempre attuali, perché fondati sulle riflessioni più profonde che la mente umana abbia sviluppato dinanzi alla sventura, al destino, alla divinità, all’amore e alla morte. Punto di partenza sono alcuni passi tratti dall’Antigone e dall’Edipo Re  di Sofocle, dalla Medea e dalla Ifigenia in Aulide di Euripide, come anche dall’Antigone di Jean Anouilh, mentre il testo contemporaneo di riferimento è L’Homme nouveau di Florian Hellwig, liberamente ispirato a “Fort Europa” di Tom Lanoye.
I corpi danzanti sono stati indiscussi protagonisti, fungendo da contrappunto continuo alle parole dell’attrice e spezzando talvolta la magia muta che la danza sa creare in scena per erompere in echi di grida o per sottolineare i momenti concettuali più significativi. La regia, ben pensata e in molti punti molto efficace, ha condotto lo spettatore lungo un viaggio che va dal V secolo avanti Cristo a oggi, dimostrando ancora una volta quanto la nostra esistenza di europei ante litteram sia stata costellata di difficoltà e impedimenti, al pari delle popolazioni che oggi si avventurano in mare per toccare le nostre terre. L’impegno sociale, in tal senso, non è apparso velato, ma dichiaratamente onesto.
Da Antigone che lotta contro leggi non scritte a Medea che, straniera in terra altrui e donna abbandonata dall’uomo per il quale ha tradito la propria famiglia, medita con grande sofferenza l’uccisione dei propri figli non solo per punire Giasone, che a Corinto si è promesso in nozze alla figlia del re Creonte, Glauce, ma per non vederli scherniti e poi uccisi a loro volta in quanto barbari. Se la razionalità del greco Giasone aveva vinto su di lei al momento del suo arrivo nella Colchide, la donna barbara alla fine ha ‘trionfato’ sull’uomo  – sia pure condannando se stessa -, in una irrazionale necessità di vendetta. Una figura mitica, quella di Medea, che grazie a una introspezione psicologica che fu la vera grande innovazione nel teatro antico di Euripide e di Apollonio Rodio (che non sono i soli ad aver trattato questo mito nella poesia greca), è stata fonte di autentica ispirazione per tutta la storia del teatro successiva.
I versi, recitati con eleganza dalla brava Manuela Mandracchia, si accavallano intorno ai nuclei concettuali dell’odio, dell’amore, della vendetta, del dubbi, del progresso e del regresso, sottolineati a livello visivo da immagini fortemente evocative, in cui l’impegno sociale degli autori fa dell’arte il veicolo per la trasmissione e la valorizzazione di un messaggio importante.
Le nostre radici, che affondano nel pensiero greco e che condizionano le nostre categorie mentali, dimostrano che non siamo di fronte a nulla di nuovo o di diverso. Il progresso è talvolta strumento di regressione, si recita in conclusione: un’idea cara ai grandi pensatori. Come non ricordare l’ostilità nei confronti del progresso del nostro Leopardi, o la sfiducia di Italo Svevo che nel progresso non vede che l’inettitudine del genere umano nell’adattarsi al mondo?.
L’uso di tutto lo spazio scenico disponibile ha trasformato i danzatori in veri e propri coreuti da tragedia classica, grazie al coinvolgimento della recitazione e del canto accompagnato dalla musica dal vivo della bravissima percussionista Flora Duverger. La divisione in episodi a tema ricorda quella degli stasimi del teatro antico e il danzatore solista che si muove sul palco moderno è il corifeo.
Bella performance da parte dei giovani del Ballet National de Marseille, affiatati e fluidi nella esecuzione di corali interessanti che, come già detto, non vanno valutati come danza in sé, ma nel quadro generale di una regia attenta ai significati, al di là dei significanti.
La scelta delle musica ha sottolineato le diverse anime della sceneggiatura, passando da Beethoven ai Pink Floyd. In particolare, la scelta del secondo movimento (Allegretto) della Sinfonia n. 7 di Beethoven, che Wagner descrisse come «l’apoteosi della danza in se stessa» sottolineando quanto apparisse la ‘traduzione’ musicale della «danza nella sua essenza superiore, l’azione felice dei movimenti del corpo incarnati nella musica» ha riassunto, nella sua vena melanconica – ma anche epica, che a tratti si schiarisce in una cellula melodica più distesa  ̶  e nella struttura ritmica la percezione sinestetica che il pubblico ha provato dinanzi a una Medea che non è  più  solo se stessa.
Ma allora chi è questa donna? È un po’ Antigone che ricerca la verità delle leggi non scritte,  un po’ Ifigenia nel suo essere vittima sacrificale alla ragion di Stato, un po’ Edipo che si acceca con le proprie mani e diviene il simbolo di una umanità che, ciclicamente, torna ad autodistruggersi.
Il pubblico ha accolto la prima con grande calore, mostrandosi consapevole della validità di una performance che è arrivata all’anima dello spettatore. Repliche venerdì 13 e sabato 14 alle 21.00.  www.teatrostabilenapoli.it  (foto T. Hauswald)

 

 

 

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