Venezia, Teatro La Fenice: prima italiana per “Richard III” di Battistelli

Venezia, Teatro La Fenice: prima italiana per “Richard III” di Battistelli

Venezia, Teatro La Fenice, Lirica e balletto, Stagione 2017-2018
RICHARD III”
Dramma per musica in due atti, Libretto di Ian Burton, dalla tragedia omonima di William Shakespeare.
Musica di Giorgio Battistelli
Richard III GIDON SAKS
Lady Anne ANNALENA PERSSON
Queen Elisabeth CHRISTINA DALETSKA
Duchess of York SARA FULGONI
Buckingham URBAN MALMBERG
Richmond PAOLO ANTOGNETTI
Edward IV PHILIP SHEFFIELD
Clarence/Tyrrel CHRISTOPHER LEMMINGS
Hastings SIMON SCHNORR
Lovell ZACHARY ALTMAN
Catesby/Rivers TILL VON ORLOWSKY
Ratcliffe/Brackenburry SZYMON CHOJNACKI
1st Murderer/Archibishop MATTEO FERRARA
2nd Murderer/Mayor FRANCESCO MILANESE
Prince Edward JONATHAN DE CEUSTER
Prince Richard of York CHIARA CATTELAN/LAILA D’ASCENZIO (Kolbe Children’s Choir)
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Kolbe Children’s Choir
Direttore Tito Ceccherini
Maestro del Coro Claudio Marino Moretti
Maestro del Coro (Kolbe Children’s) Alessandro Toffolo
Regia Robert Carsen
Scene e Costumi Radu & Miruna Boruzescu
Light designer Robert Carsen e Peter Van Praet
Drammaturgo Ian Burton
Regia del suono Davide Tiso
Produzione originale di Opera Vlaanderen, Antwerp/Gent
Prima rappresentazione italiana
Allestimento Fondazione Teatro La Fenice
Venezia, 29 giugno 2018
Tredici anni dopo la prima assoluta di Anversa, Richard III di Giorgio Battistelli approda a Venezia su iniziativa di Fortunato Ortombina, sovrintendente e direttore artistico del Teatro La Fenice, che – dopo averla suonata al pianoforte – non ha avuto dubbi sul valore di quest’opera, che tanti successi si era meritata all’estero, risultando nondimeno assente dai cartelloni dei nostri teatri: da qui la decisione di metterla in cartellone. Il lavoro di Giorgio Battistelli, dunque, viene proposto, in prima rappresentazione italiana, alla Fenice, dove è stata recentemente rappresentata, per la prima volta in Italia, un’altra opera del maestro laziale, Il medico dei pazzi, cosicché il pubblico veneziano ha la possibilità di cogliere il carattere multiforme, cangiante dell’ispirazione battistelliana. Dal mondo scanzonato di Felice Sciosciammocca – la maschera comica, resa celebre da Eduardo Scarpetta e da Totò – si passa a una delle più cupe tragedie di Shakespeare, costruita intorno a un protagonista della storia inglese, la cui deformità fisica è specchio della sua stortura morale. Tale eroe negativo ha evidentemente sedotto, con il suo fascino luciferino, il compositore, se lo ha spinto a contrapporre questo soggetto a quello propostogli da Marc Clémeur, direttore artistico della Vlaamse Opera, che aveva commissionato a lui e al drammaturgo Ian Burton un’opera sulla vita di Rudolf Nureyev, peraltro convincendosi ben presto della validità del progetto di Battistelli. Richard III ha visto così la luce il 30 gennaio 2005 al Teatro di Anversa, nell’allestimento realizzato da Robert Carsen.
Indovinata è apparsa la messinscena ideata dal regista canadese – coadiuvato da Radu e Miruna Boruzescu per i costumi e da Peter Van Praet per le luci –, che costituisce, per certi aspetti, il correlativo oggettivo della perversione psicologica del protagonista. La scena fissa è costituita da un emiciclo a gradinate, sinistramente sbilenco, che circonda un’altrettanto inquietante distesa di sabbia rossa, dall’evidente simbologia: una sorta di circo, di arena o anche di Inferno dantesco, dove si agitano singoli personaggi o gruppi di congiurati o il popolo stesso di Londra. Qui i personaggi – su cui si staglia la figura di Richard, bianco in volto, segnato da una mimica e da un eloquio di derivazione espressionistica, che ne fanno un diabolico Jolly – svelano, illuminati da una spettrale, efficacissima luce radente, il loro animo – paure e desideri più o meno confessabili –, indossando abiti neri di foggia classicamente inglese, con accessori, quali bombetta e ‘umbrella’, ma anche brandendo minacciosamente una vanga. Molto ridotto rispetto al testo shakespeariano, di cui comunque cita le parole originali nei momenti-chiave del dramma, il rifacimento di Ian Burton potrebbe apparire come una semplice sequenza di delitti: ma a colmare le lacune e a conferire unità all’azione è la sapiente regia di Carsen con la sua valenza simbolico-allusiva e, come vedremo, la musica.
Il libretto si sofferma esclusivamente sugli ultimi cruenti anni di vita di Richard, duca di Gloucester, il quale prima elimina il fratello George, duca di Clarence, pretendente al trono inglese, poi, per spianarsi la strada al potere, rinchiude nella Torre di Londra i suoi due nipoti, i pricipi Eward e Richard, figli del fratello Edward IV. Divenuto finalmente re d’Inghilterra, con il sostegno del duca di Buckingham, trova la morte nella battaglia di Bosworth Field (22 agosto 1485), che pone fine alla dinastia degli York, e segna l’avvento di quella dei Tudor, con l’incoronazione di Henry VII.
Particolarmente densa e complessa nei suoi intrecci polifonici, la veste musicale di Battistelli aderisce profondamente al dramma e ai personaggi, accentuandone le tinte fosche con la duttilità e la dovizia di mezzi espressivi, che caratterizzano il maestro laziale, assieme alla capacità di fare breccia sul pubblico. Tali caratteristiche – il compositore stesso tiene a precisarlo – non sono tanto riferibili a uno scaltrito eclettismo, cioè al mettere insieme sincronicamente gli stili più disparati, quanto a una sostanziale esigenza di attingere alle diverse radici, da cui deriva la molteplicità del nostro presente, colte nella loro prospettiva storica. Oltre all’uso frequente e cruciale delle percussioni – comprese campane, lamiere e altri metallofoni –, della celesta, del Sampler e degli ottoni gravi – tra cui il basso tuba –, la partitura prevede un massiccio impiego del coro, che commenta certe vicende, come avviene nella tragedia greca classica, oppure ha una funzione puramente timbrica o, ancora, intona brani liturgici, rivestendo un ruolo fondamentale nelle tre incoronazioni (di Edward IV, Richard III e Henry VII), nel prologo e nella battaglia finale, in cui Henry Tudor prevale su Richard, ultimo rampollo della dinastia degli York. L’orchestra – da cui scaturisce un vero magma sonoro, che fa talora pensare a Varése – definisce, con sonorità poderose ed aspre, anche attraverso non rare ossessive iterazioni, l’atmosfera cupa e opprimente dell’opera, impegnandosi in suggestivi passaggi sinfonici o nell’accompagnare il canto dei personaggi – un continuo declamato con tratti fortemente espressionistici –, ma soprattutto nello svelare ciò che talora le parole non dicono. La diffusa violenza sonora si placa solo nella catarsi finale, allorché la dinamica si affievolisce con il prevalere di lunghe note tenute. Di questa partitura così complessa, che tra l’altro fa ampio uso della dissonanza, pur senza eccessi, Tito Ceccherini ha saputo rendere, senza mai perdere la compostezza stilistica, la grande energia, dimostrando anche un’acuta sensibilità per il colore orchestrale, oltre che per le esigenze del canto, assecondato da una compagine di strumentisti, perfettamente a loro agio con il multiforme linguaggio musicale di Battistelli.
Decisamente all’altezza dei propri compiti era il Cast. Citiamo innanzi tutto il baritono Gidon Saks, che a una vocalità ragguardevole per timbro ed estensione, a un’interpretazione intensamente espressiva, ha coniugato una gestualità analogamente efficace, risultando una vera maschera tragica – come nella scena dell’incubo, in cui gli appaiono le vittime della sua furia omicida con in mano la testa mozzata –, pur assumendo talora i toni di un perfetto Showman, come nella scena della propria incoronazione, nella quale si gode un bicchiere di whisky e una sigaretta. Ma Gidon Saks è primus inter pares. Ci riferiamo, per cominciare, ai ruoli femminili: alla Lady Anne (vedova di Edward di Lancaster, e poi moglie di Richard), interpretata, con forte resa emotiva, da Annalena Persson; alla duchessa di York, offerta dal mezzosoprano Sara Fulgoni, indignata per le nefandezze del figlio Richard; alla regina Elisabeth, delineata, con accenti di sconsolata partecipazione, dal soprano Christina Daletska. Autorevole il baritono Urban Malmberg, quale Buckingan, al pari dei tenori Philip Sheffield (Edward IV) e Paolo Antognetti (Richmond), nonché del baritono Simon Schnorr (Hastings). Tra gli altri, ci sembra che meriti una menzione il controtenore Jonathan de Ceuster, che ha interpretato con bel timbro il ruolo dell’innocente Principe Edward. Impeccabile il coro, istruito da Claudio Marino Moretti, che si è segnalato, per musicalità e precisione, nelle pagine liturgiche come negli interventi in scena (valido anche nella gestualità) e fuori scena. Successo pieno e caloroso. Foto Michele Crosera

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