“Gauthier Dance // Theaterhaus Stuttgart” a Bolzano Danza

“Gauthier Dance // Theaterhaus Stuttgart” a Bolzano Danza

Bolzano, Teatro Comunale, “34ma edizione Festival Internazionale Bolzano Danza 2018”
“GAUTHIER DANCE // THEATERHAUS STUTTGART”
“The End”
Progetto Strasse e Lotte van den Berg
Ideazione e creazione Francesca De Isabella e Sara Leghissa
Supporto drammaturgico Valentina Cicogna
Con Marco D’Agostin
“Ballet 102”
Coreografia Eric Gauthier
Collage sonoro Jens-Peter Abele, Eric Gauthier
“Mixed Bill”
“Beating” / “Electric Life” / “Infant Spirit” / “Minus 16”
Coreografie Virginie Brunelle, Eric Gauthier & Andonis Foniadakis, Marco Goecke, Ohad Naharin
Bolzano, 27 luglio 2018

L’ultimo giorno della rassegna bolzanina, giunta alla 34esima edizione, parte dalla fine. Il day by day all’interno del diario, con le note di sala dedicate alle varie esibizioni, propone infatti “The End” in tre diverse varianti, che dovrebbero essere altrettante diverse significanze di una stessa fine. Il desiderio delle due artiste che lo propongono, De Isabella e Leghissa (STRASSE, duo milanese dal 2009), che soddisfa il tema di questa edizione: la città, come luogo della contemporaneità, è quello di osservare il paesaggio urbano mettendolo in relazione prossemica con gli spettatori che devono raggiungere determinati luoghi. Si comincia dalla sala prove del teatro comunale con il performer Marco D’Agostin che illustra, passo passo, la dimensione diacronica delle azioni che devono essere svolte dallo spettatore. Nella pratica, a nostro avviso, è mancata l’aderenza alla realtà perché non si è tenuto conto delle condizioni fisiche degli spettatori: se adatti o meno allo sforzo non indifferente che veniva richiesto loro. Alla fine (così dicendo), proprio non capiamo neanche quale nesso doveva esserci con il richiamo cinematografico, come denunciato nelle suddette note, in considerazione al fatto che in teatro poco si è visto da uno schermo di un portatile lontano e proiettante un finale di film non famoso, né legato all’urbe. E non abbiamo capito dove stia il messaggio in un momento storico in cui il cittadino è ormai in simbiosi con il proprio device (qui non considerato) che usa per gli spostamenti, mentre la sua attenzione ai segnali acustici e visivi non è che un riflesso comportamentale alla stregua di come al semaforo ci fermiamo col rosso e ripartiamo col verde senza accorgercene perché completamente rapiti da quel vortice di pensieri uno sull’altro che i personaggi di Joyce ne sanno qualcosa.
In “Ballet 102” Eric Gauthier, presente, ha il compito di auto presentarsi e di introdurre il balletto spiegandone la genesi e l’intento artistico, non prima di aver dichiarato che la sua compagnia di ballo continuerà il già lungo sodalizio con Bolzano diventando residente (leggi: associata al festival per tre anni). Con molto savoir faire il coreografo canadese spiega che la performance accademica ballata sulle punte, dai due ballerini, dev’essere vista mantenendo il sorriso sulle labbra; così il pubblico gradisce e applaude e ride durante l’esibizione. Non si tratta però di una parodia del balletto classico ma di un’iconica sottolineatura volutamente plastica di ben 100 posizioni del “pas de deux” (passo a due) in cui il fulcro è la totale (reciproca) fiducia tra i danzatori (ottimi i lift). Le ultime due pose non sono che il farsi reciprocamente il dito medio, allontanandosi finalmente l’uno dall’altra, dopo tanta fatica nel sopportarsi corpo a corpo. Se vogliamo potrebbe essere la scimmiottatura del rapporto matrimoniale, fatto di situazioni che sono la somma degli obblighi da assolvere nell’intimità, in vero: ciò a cui assistiamo è un compromesso per stare nella società. Durante la performance, a scandire il conteggio delle pose, sembra sia proprio la stessa voce di Eric seduto in prima fila col microfono in mano, quindi molto bello convincersi che questo non sia che il momento in cui un direttore prova una scena. Pensandola in questo modo si assegnerebbe un valore, ossia un carattere vincente a una coreografia altrimenti troppo carica d’enfasi, appunto.
“Mixed Bill” è il gran finale in Sala Grande con un poker di coreografie di amici di Gauthier e omaggi a chi lo ha ispirato e lo ha indirizzato all’arte protetta dalla musa Tersicore. “Beating” di Virginie Brunelle, giovanissima ballerina e coreografa del Quebec è la miglior cosa vista della giornata. Un vortice di corse e forti prese al volo tra ballerini e ballerine chiusi dentro a uno spazio metallico sotto una luce diafana in cui insiste un suono in stile industrial sound. Il brano “Quasi una Fantasia” (String Quartet No. 2, Op. 64) è perfetto nell’avvolgere una scenografia tutta in penombra in cui i danzatori in semicerchio (a contorno della coreografia di primo piano) di continuo portano di scatto le spalle indietro per mostrare il petto con decisa protervia per significare il battito del cuore che accompagna ogni nostro approccio interpersonale.“Infant Spirit” di Marco Gecko (quello di Nijinskj) è un solo maschile davvero potente in omaggio a Pina Bausch. Un occhio di luce spiovente racchiude un’esile figura che gioca con se stessa (con la fisicità e la spiritualità) mentre scopre la vita passando idealmente da bruco a farfalla. Una rinascita che sta in un fremito come quello della voce tremante e suadente di Antony and the Johnsons le cui canzoni accompagnano l’intera esibizione. “Electric Life” è invece una dedica alla bravissima Louse Lecavalier (già in Battleground) di Montreal come Eric, un talento mondiale, più che un’artista: un’entità posseduta (come si dice di lei) proveniente da un altro pianeta, un po’ come David Bowie di cui si sente “Moonage Daydream” mentre il corpo di ballo di Stoccarda si muove fra un cerchio di luci al neon. Se non fosse per il viaggio musicale negli anni Ottanta (a detta di Gauthier) e il light design in sincrono coi momenti più techno durante le coreografie di gruppo, non rimarrebbe molto di questa esibizione, che inizia come un hard-core e termina con monito meditativo.
Dopo la pausa, “Minus 16″ è introdotto da un intermezzo a luci accese ballato dall’intero corpo di ballo (tutti fermi sul posto) mentre il pubblico riprende posto, a preludio di quello che sarà il ballo di commiato che vedrà sul palco anche qualche spettatore preso dalla platea (tra cui il sottoscritto). Due le caratteristiche vincenti di questo lavoro di Ohad Naharin: la colonna sonora che mixa diversi generi dal classico al rock passando per il folk, tra cui lo strafamoso giro di basso di “Misirlou” di Dick Dale (vedi Pulp Fiction theme) e Tractor’s Revenge, una bellissima coreografia di forte impatto emotivo costruita sulla canzone folk ebraica “Echad mi yodea – Who knows one”. Sembra un rito propiziatorio e scaramantico: un ipnotico refrain fatto di spasmi, salti sul posto e c’è un ballerino che salta su una sedia che sembra un segno posto tra le pagine di un libro sacro. I danzatori, vestiti tutti uguali, sono disposti su sedie in semicerchio e in tredici ripetizioni si spogliano dei loro abiti (giacca, scarpe, camicia, pantaloni) che poi gettano al centro della scena. Ad ogni giro urlano tutti insieme un canto che è come una filastrocca in cui le varie strofe sono la somma dei versi delle precedenti: “chi sa chi/cosa sono: il nostro dio, i comandamenti, i patriarchi, i libri della torah … “ . Si legge che la seduta ripetitiva sta ad evocare la diligenza nella sinagoga; che le pile di vestiti gettati devono suggerire le fotografie dell’Olocausto, che insomma l’intera coreografia è il racconto delle sofferenze del popolo ebraico. (foto Andrea Macchia)

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