La “Petite Messe Solennelle” conclude il XXXIX ROF di Pesaro

La “Petite Messe Solennelle” conclude il XXXIX ROF di Pesaro

Pesaro, Teatro Rossini, Rossini Opera Festival, XXXIX Edizione
Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI
Coro del Teatro della Fortuna “M. Agostini”
Direttore Giacomo Sagripanti
Maestro del Coro Mirca Rosciani
Soprano Carmela Remigio
Mezzosoprano Daniela Barcellona
Tenore Celso Albelo
Basso Nicolas Courjal
Gioachino Rossini: Petite Messe Solennelle per soli, coro, organo e orchestra
Pesaro, 24 agosto 2018

Il 150° anniversario della morte di Rossini non avrebbe potuto essere disatteso da alcuna istituzione musicale importante; ancora meno dal Rossini Opera Festival di Pesaro, che per il 2018 ha approntato tre nuove produzioni: Il barbiere di Siviglia, Adina e Ricciardo e Zoraide. Un trittico sicuramente prezioso, molto compatto sul piano della cronologia (perché la scrittura musicale fu tutta compresa nel triennio 1816-1818) e ancor più interessante su quello del genere, visto che offre un’esplorazione del comico rossiniano nelle sue enigmatiche e molteplici sfumature: con l’“opera buffa” per eccellenza, che in realtà è un melodramma di passioni e scontro di istanze sociali; con una “farsa” in un atto che non ha nulla di farsesco, anzi è una garbata e commovente commedia di anime delicate; e con il pretenzioso dramma di Ricciardo e Zoraide, “serioso, anzi semiserio”, per dirla con Giovanni Carli Ballola. Del resto, anche la Petite Messe Solennelle scelta per il consueto concerto conclusivo fu definita uno “spartito semiserio” da Angelo Mariani, che nel 1869 ne diresse a Genova la versione orchestrale. L’esprit rossiniano, insomma, non si lascia mai irreggimentare da definizioni nette, quali la gabbia delle tipologie e delle etichette vorrebbe apporre per identificare i vari titoli; in particolare, resta vuota la gabbia riservata alla Messe del 1863, su cui si è consumata l’ansia di sintesi degli esegeti, senza giungere alla parola definitiva: «un esperanto del classicismo musicale» secondo Gioacchino Lanza Tomasi, o piuttosto un’occasione di «giocare a dadi truccati con la Tradizione», ancora secondo Carli Ballola. Come già nel 2016, anche adesso è riproposta la versione per orchestra con il Preludio religioso strumentato (forse un po’ troppo wagnerianamente) dal compianto Alberto Zedda. Il giovane Giacomo Sagripanti, dopo aver diretto le recite di Ricciardo e Zoraide, offre una lettura della Messe molto asciutta, con effetti di colore misurati nella generale sobrietà, senza nulla concedere al fascino delle melodie, più concentrato a rispettare gli accenti (benissimo), le sonorità (bene, con qualche pointe di clangore), nella cornice di tempi spesso troppo incalzanti. Abbiamo sempre elogiato la duttilità e la maestria dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, in tutti i repertori concertistici e teatrali in cui l’abbiamo ascoltata; tuttavia, al suo secondo anno di impegno quale principale compagine del ROF (dopo l’avvicendamento a quella del Teatro Comunale di Bologna), essa non ha ancora raggiunto quel suono unitario, brillante, sgranato e malleabile che le partiture rossiniane richiedono (né si può pretendere – è giusto riconoscerlo – che un biennio sia sufficiente a conseguirlo). Anche il Coro del Teatro della Fortuna “M. Agostini”, preparato da Mirca Rosciani, si trova in analoga situazione di laborioso acclimatamento. Originale il quartetto di voci convocate per l’occasione: due di cantanti d’autentica ascendenza rossiniana come Daniela Barcellona (assente, però, dal ROF sin dall’Adelaide di Borgogna del 2011) e Celso Albelo (che fu Ruodi nel Guillaume Tell del 2013); due più eteroclite come quelle di Carmela Remigio (che al ROF non ha mai interpretato ruoli teatrali) e del giovane basso francese Nicolas Courjal (dalla carriera internazionale ormai affermata ma debuttante a Pesaro). Come già nel Ricciardo e Zoraide, non sembra che il direttore si sia preoccupato di equilibrare le sonorità vocali attraverso un lavoro di effettiva concertazione; il risultato dipende dunque soprattutto dalla preparazione e dalla predisposizione del singolo artista: molto pregevole la linea di canto del tenore, che porge un «Domine Deus» splendido; intensa la grana del basso, sebbene forzi l’emissione degli acuti; disomogeneo il registro del mezzosoprano, la cui voce si fatica a percepire nel duetto con il soprano; quest’ultimo, infine, manca di accenti e fraseggio adeguati per affrontare il difficile «Crucifixus». L’incantesimo sortisce comunque l’effetto dopo il miracolo (musicale) dell’«Agnus Dei» e il pubblico che gremisce il Teatro Rossini acclama ripetutamente tutti gli interpreti (è il momento in cui molti frequentatori rimpiangono il concludersi di un festival che regala sempre tanti affetti).
Ma, a edizione ormai conclusa, come si potrebbe riassumere il profilo di una rassegna internazionale di carattere monografico (seconda in Europa soltanto a Bayreuth) che nel 2019 presenterà il suo XL capitolo con il trittico Semiramide – unica nuova produzione -, L’equivoco stravagante e Demetrio e Polibio? Più che divinare il futuro è utile riflettere sul presente. Quest’anno più che mai è stato infatti evidente l’accostamento di grandi cantanti, specialisti del repertorio rossiniano sin dai decenni più rinomati della renaissance, in particolare la seconda metà degli anni Novanta (ma Elena Zilio, oggi Berta nel Barbiere, aveva cantato Pippo nella Gazza ladra del 1981, quando il ROF viveva la stagione n. 2!), ad artisti molto più giovani, alcuni agli esordi della carriera, quasi sempre allievi dell’Accademia Rossiniana emersi dalla boîte à surprise di nuove voci che è l’annuale ripresa del Viaggio a Reims. Un accostamento simpatico e di segno positivo nell’estetica delle voci (come accaduto in Ricciardo e Zoraide grazie a Pretty Yende e Juan Diego Flórez o nell’Adina grazie a Lisette Oropesa), anche se può determinare il rischio della genericità e dell’anonimato interpretativo (come nel caso di Aya Wakizono, quest’anno protagonista femminile del Barbiere di Siviglia e l’anno scorso della Pietra del paragone). Non per forza bisogna parlare di crisi della vocalità rossiniana o dell’ispirazione interpretativa; tuttavia, una fase di stallo, nella struttura del festival e nella qualità musicale complessiva, sembra profilarsi da alcuni (pochi) anni come periodo da superare al più presto. Nei decenni trascorsi il ROF ha sempre saputo ideare formule di rappresentazione collaterali al teatro del Pesarese, affiancando ai “39 scalini” del celebrato catalogo anche commissioni contemporanee (Azio Corghi diede un contributo notevole) o rivisitazioni del repertorio farsesco coevo a Rossini, oltre che concerti vocali e rassegne cameristiche di vario genere (uno dei momenti più deliziosi di questa edizione, al proposito, è stata l’esecuzione della sinfonia della Cenerentola da parte del Nonetto di fiati del Comunale di Bologna, in un concerto vocale del bravissimo Carlo Lepore). Forse su questa strada, dalle coordinate storico-geografiche abbastanza ben definite, guidata anche dalla ricerca musicologica e dalla riscoperta di repertori dimenticati, occorrerebbe tornare per rivitalizzare il paniere del festival. Senza sottovalutare l’esigenza preponderante del pubblico (a maggioranza straniera), dei melomani e degli appassionati di belcanto: grandi voci, o meglio ancora “personalità vocali” dai caratteri netti e genuini. Non è per nostalgia, bensì per vivida qualità vocale e musicale se il cantante più acclamato (adorato) sia sempre Juan Diego Flórez, un Ricciardo serioso anziché semiserio, nobile, compito e quindi vocalmente impeccabile: il libretto del marchese Francesco Berio di Salsa sembra già alludere al divo, allorché Ernesto, ambasciatore del campo cristiano, avverte Ricciardo del pericolo di essere scoperti sotto mentite spoglie africane e lo presenta per quel che è agli occhi di tutti: «Il valor, la tua gloria, il tuo splendore / sono noti al mondo intero» (I vii). Nella fattispecie dell’epifania pesarese è proprio così; di conseguenza, il pubblico tributa un meritato onore non solo alla bellezza della voce, ma anche all’intelligenza e coerenza delle scelte, all’impegno nei confronti del ROF e alla fedeltà all’arte rossiniana di questo artista, ugualmente a come aveva fatto in passato per molti altri cantanti. A premiare il festival in futuro non saranno le apparenze, le esibizioni muscolari o le nostalgie degli anni più gloriosi, ma solo la virtù effettiva e stabile delle qualità musicali; la composizione della compagnia di canto della Semiramide del 2019 (titolo che manca a Pesaro dal 2003!) sarà di sicuro una prova importante di tale attenzione: «bel raggio lusinghier / di speme, e di piacer» …   Foto Rossini Opera Festival

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