Martina Franca, 44° Festival della Valle d’Itria: “Il trionfo dell’onore”

Martina Franca, 44° Festival della Valle d’Itria: “Il trionfo dell’onore”

Martina Franca, Masseria Palesi
“Il trionfo dell’onore”
Commedia per musica di Francesco Antonio Tullio
Musica di
Alessandro Scarlatti
Riccardo RACHAEL JANE BIRTHISEL
Leonora ERICA CORTESE
Erminio RAFFAELE PE
Doralice FEDERICA LIVI
Flaminio  FRANCESCO CASTORO
Cornelia NICO FRANCHINI
Rodimarte PATRIZIO LA PLACA
Rosina SUZANA NADEJDE
Bambino ARCANGELO CARBOTTI
Ensemble barocco del Festival della Valle d’Itria
Direttore Jacopo Raffaele
Regia “Eco di Fondo” – Giacomo Ferraù, Libero Stelluti, Giulia Viana
Scene Stefano Zullo
Costumi Sara Marcucci
Coreografie Riccardo Olivier, Donato Demita
Disegno luci Giuliano Almerighi
Martina Franca, 29 luglio 2018
Trecento anni fa al Teatro dei Fiorentini di Napoli il Trionfo dell’onore di Alessandro Scarlatti segnò l’avvio della commedia per musica interamente cantata in lingua italiana. Il festival della Valle d’Itria ha celebrato la ricorrenza mettendo in scena quel capostipite dell’operismo comico nella splendida cornice della Masseria Palesi. La compagnia Eco di fondo (Giacomo Ferraù, Libero Stelluti, Giulia Viana), che ne ha curato la regia, è stata agevolata da quello spazio allestitivo che di per sé ha costituito una scenografia perfettamente funzionale a un tipo di drammaturgia compromesso con la commedia all’improvvisa. Le scene di Stefano Zullo con pochi ma azzeccati elementi – la bottega del pesce di Flaminio era un’Ape; la locanda di Cornelia un singolo tavolino con sedie – hanno ricreato l’ambiente di un paesino degli anni ’50 del Sud Italia, dove veniva attualizzata la tormentata storia d’amore di Riccardo e di Leonora, ancora legata alle dinamiche della commedia spagnola seicentesca. L’intera vicenda è stata pensata a mo’ di flashback (il finto orologio che dominava il centro della facciata della masseria ruotava le sue lancette in senso antiorario), ripercorsa dall’immaginazione del nipotino del protagonista, Riccardo Albenori, presente alla veglia funebre del nonno insieme al parentado. Gli occhi del bambino, collocato ora in scena, ora al piano superiore della masseria, hanno seguito il dipanarsi delle avventure del nonno libertino, determinandone talvolta, con la fantasia rievocativa, i punti di snodo: clamoroso, ad esempio, quello che mutava in lieto (con opportuna sottolineatura delle luci, qui curate da Giuliano Almerighi) il finale tragico (Riccardo era stato ferito a morte nel duello contro il cognato Erminio). I costumi di Sara Marcucci erano ricchi di riferimenti alla commedia all’italiana e alla cinematografia degli anni ’60 – Riccardo rimandava al James Dean di Gioventù bruciata, Leonora alla Sandrelli di Sedotta e abbandonata, Erminio al brigadiere Vittorio De Sica di Pane amore e gelosia – e ben corroboravano il ripensamento dell’opera in chiave neorealista. Alcuni elementi scenici acquisivano una forza simbolica efficace ed esplicativa dei contenuti profondi del dramma; bastino due esempi: le file di panni stesi che univano il perimetro del cortile della masseria rimandavano al gap tra classi sociali; la pioggia di petali rossi che cadeva dall’orologio centrale alla sofferenza d’amore. I tre registi hanno poi saputo creare una serie di “controscene” che accompagnavano le numerose arie e ariette aumentando lo spessore comico di un lavoro che in realtà nel 1718 fu concepito dal librettista Tullio secondo una ben calibrata alternanza di serio e buffo. La commedia di primo Settecento potrebbe definirsi “semiseria” (ma in parte lo fu anche quella goldoniana) ma in questo caso il progetto artistico della compagnia Eco di fondo ha optato per assegnare i toni schiettamente comici del genere dell’Intermezzo all’intero lavoro, con il rischio di saturare, a tratti, uno spettacolo ricchissimo di pura teatralità, anche grazie alle belle coreografie di Riccardo Olivier, Donato Demita realizzate da ottimi mimi e danzatori. La bravura attoriale ha caratterizzato anche il giovanissimo cast (per più della metà costituito da allievi dell’Accademia Celletti), capace di conferire costante brillantezza e godibilità a uno spettacolo lungo e complesso. Ottimo il Riccardo del soprano en travesti Rachael Jane Birthisel che ha ben padroneggiato la lingua italiana nei recitativi e che, nelle arie, ha sfoggiato un timbro limpido e una consapevolezza stilistica pienamente matura. Intensa e dolente la Leonora di Erica Cortese, dal volume non imponente ma raffinata nel fraseggio. Squisito l’Erminio di Raffaele Pe che si staglia nell’odierno panorama dei controtenori per la delicatezza dei colori (in particolare i pianissimo nell’aria di baule tratta dall’oratorio Sedecia che ha lasciato l’intero pubblico senza fiato) e per l’uniformità dei registri, oltre che per una recitazione impeccabile. Di comicità irresistibile il duo dei tenori Francesco Castoro e Nico Franchini, entrambi versati nell’opera romantica di repertorio con esiti che li stanno lanciando su palcoscenici internazionali, e che qui si prestano al mondo del barocco con convinzione e pertinenza: la sola presenza di Franchini, nei panni della manesca locandiera Cornelia, innescava la risata, così come le gag di Castoro-Flaminio che ogni tanto sfoderava il suo occhio di vetro esibendolo agli astanti. Molto buona la Doralice di Federica Livi, delicata nell’emissione e padrona del fraseggio, che ha regalato un momento memorabile nello splendido monologo notturno (adeguatamente rimarcato dal gioco di luci azzurre che coloravano l’intera masseria) e il Rodimarte di Patrizio La Placa baritono di colore scuro corposo e con una padronanza delle colorature. Buona la Rosina di Suzana Nadejde per presenza scenica e dizione recitativa.  Un encomio particolare va al giovane direttore e musicologo Jacopo Raffaele che ha curato una nuova edizione dell’opera sfrondandola da precedenti “incrostazioni” e ridonandole il giusto carattere grazie a una consapevolezza della prassi storicamente informata. Dalla sua interpretazione è sortita una verve danzereccia e un’incisività ritmica che furono tratti distintivi di Scarlatti, musicista immenso di cui conosciamo ancora troppo poco, tanto mitizzato sul piano storiografico quanto defilato su quello discografico. Nonostante la posizione laterale dell’Ensemble barocco del Festival della valle d’Itria – squisito sopra tutti gli altri il tiorbista – Jacopo Raffaele è stato perfetto negli attacchi e preciso nell’evidenziare le tante nuances contenute nella partitura scarlattiana. Il successo riscosso da un pubblico entusiasta conferma che la realtà “Opera in masseria” si sta configurando come uno dei più interessanti e innovativi del Valle d’Itria, raccogliendo e amplificando l’eredità dei laboratori teatrali e dei workshop che trovavano spazio nel chiostro San Domenico. Un festival che investe sui giovani e che ottiene questi risultati artisticamente così alti è un orgoglio per l’intero nostro paese.

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