Pesaro, 39° Rossini Opera Festival: “Adina”

Pesaro, 39° Rossini Opera Festival: “Adina”

Teatro Rossini, Pesaro, 39° Rossini Opera Festival
“ADINA”
Farsa in un atto di Gherardo Bevilacqua Aldobrandini
Musica di Gioachino Rossini
Edizione critica della Fondazione Rossini, in collaborazione con Casa Ricordi,
a cura di Fabrizio Della Seta
Califo VITO PRIANTE
Adina LISETTE OROPESA
Selimo LEVY SEKGAPANE
Alì MATTEO MACCHIONI
Mustafà DAVIDE GIANGREGORIO
Orchestra Sinfonica G. Rossini
Coro del Teatro della Fortuna M. Agostini
Direttore Diego Matheuz
Maestro del coro Mirca Rosciani
Regia Rosetta Cucchi
Scene Tiziano Santi
Costumi Claudia Pernigotti
Luci Daniele Naldi
Pesaro, 18 agosto 2018
Una spumeggiante messa in scena, caratterizzata da elegante fantasia, che fonde romanticismo e nonsense ha decisamente conquistato il pubblico che ha potuto assistere a questa produzione di Adina.
Si tratta di una delle opere più enigmatiche del catalogo rossiniano: nacque nel 1818, l’anno del Mosè e di Ricciardo e Zoraide – quest’ultima pure in cartellone quest’anno al ROF – destinata al Teatro Nacional de São Carlos di Lisbona e lì andò in scena per la prima volta solo otto anni più tardi, per motivi non del tutto chiari.
Rossini, preso dal vortice dei suoi impegni napoletani, scrisse di suo pugno solo tre numeri e si affidò per il resto a collaboratori ancora ignoti, che, sotto la sua presumibile regia, confezionarono la farsa, importando copiosamente materiale musicale del Sigismondo (1814), secondo il consueto sistema dell’auto-imprestito, sempre caro al cigno di Pesaro.
Il risultato è un mosaico o collage, come lo definisce il curatore dell’edizione critica Fabrizio Della Seta, ma magicamente dotato di unità di tono, un lavoro delicato che intreccia malinconia e comicità, dotato di grande gradevolezza, equilibrato e coinvolgente.
La vicenda è basata su un contrasto di sentimenti. Adina è affezionata e riconoscente al Califfo di Baghdad che la ama teneramente e la vuole come sposa, ma quando scopre che Selimo, il suo innamorato fin dai tempi della fanciullezza non è morto come credeva, ma anzi l’ha raggiunta per portarla via con sé, sente riaccendersi l’antico sentimento e insieme la tristezza per il dolore che dovrà dare al Califfo. Tutti i nodi si sciolgono, aprendo la strada al lieto fine, con l’agnizione: il Califfo scopre che Adina è sua figlia e da padre affettuoso benedice le sue nozze con Selimo.
Si tratta di una farsa semiseria, in cui una storia d’amore travagliata, ma destinata ad un esito felice, viene vivificata da tocchi giocosi, secondo un modello già sperimentato, ma qui ripercorso con maggiore maturità.
Rosetta Cucchi, regista e i suoi collaboratori, Tiziano Santi scenografo e Claudia Pernigotti costumista, decidono di dare una lettura personale dell’esotismo del soggetto: anziché ambientare la vicenda in un luogo lontano nello spazio, concepiscono una dimensione fantastica e surreale, un luogo dello spirito, fatto di fiaba, tra “Alice nel paese delle meraviglie” e “La fabbrica di cioccolato”.
In un prato verdissimo troneggia una gigantesca torta nuziale intorno alla quale si affaccendano in febbrili preparativi pasticceri con enormi tasche piene di panna, e una folla di figure strambe e colorate, inservienti, personale di servizio.
La torta però è un palazzo, con l’appartamento del califfo al piano terra e quello di Adina al primo, arredati di tutto punto con suppellettili di foggia turchesca. In questa cornice divertente e un po’ pazza si dipana la semplice storia, che scorre leggibilissima, senza il supporto di alcun elemento realistico che ne illustri la drammaturgia.I costumi scintillanti di colore e bizzarri nella foggia sono in piena armonia con l’impianto scenico, e così la recitazione: Selimo è un innamorato tenero, ma goffo nel suo ardore, Adina è una buona ragazza, dai sentimenti sinceri, ma dai modi svagati e frivoli, Alì, l’eunuco, è il personaggio più comico, innamorato del Califfo, fantastica, in calze a rete e tacchi a spillo, di poter far parte del serraglio. Il Califfo ha il carattere più serio e meditativo, è un uomo saggio e magnanimo, che solo per un momento cede all’ira, per poi tornare subito sui suoi passi. Tutto funziona e concorre armonicamente ad un risultato convincente, comprese le luci funzionali di Daniele Naldi.
Lisette Oropesa è una grande protagonista, vocalmente e scenicamente, entra nella concezione registica del suo personaggio con grande simpatia e humour, perfettamente a suo agio come primadonna buffa. Fa annunciare un’indisposizione prima dell’inizio della recita, ma niente nella sua prestazione suggerisce una forma vocale non perfetta. Il suo timbro è personale, non troppo chiaro, con un caratteristico vibrato che conferisce alla sua voce un fascino lievemente rétro molto interessante. Il suo strumento, che riempie con facilità la sala, è piuttosto ampio e morbido per la tipologia di lirico leggero che spazia da Pamina a Violetta e Gilda.
È una cantante virtuosa, ma mai meccanica nei passaggi di agilità, sa essere eloquente ed espressiva nei momenti di ripiegamento e di malinconia. Vito Priante presta al Califo una figura scenica elegante e una voce di medio peso particolarmente squillante nel settore acuto; riesce in maniera convincente a raffigurare un personaggio insieme autorevole e appassionato, al quale non manca all’occorrenza il brio del ‘buffo’. Levy Sekgapane è un tenorino chiarissimo e un filino nasale, ma è aggraziato nelle intenzioni espressive e diligentissimo nell’esecuzione dei passaggi d’agilità; ha una salita all’acuto impavida che gli permette di reggere con disinvoltura una tessitura non proprio comoda. La sua aria “Giusto ciel” è accolta da applausi calorosi. I recitativi purtroppo risentono della scarsa padronanza della lingua italiana. L’Alì di Matteo Macchioni si avvale di un timbro tenorile molto penetrante, dotato anche di un certo peso, e soprattutto di un’ottima padronanza scenica, che gli consente di entrare in un ruolo così caratterizzato in senso comico con grande efficacia. La parte di Alì supera i limiti del puro caratterista e prevede anche un’aria di notevole impegno vocale, che, ottimamente eseguita, raccoglie sonori applausi. Davide Giangregorio è corretto ed efficace nel breve ruolo, nel quale fa valere uno strumento gradevole, dal bel colore.
Tutta da apprezzare è la direzione elastica e scattante di Diego Matheuz, dotata di grande controllo e limpida trasparenza; l’Orchestra Sinfonica G. Rossini gli presta un suono compatto e brillante, concentrazione e precisione. Buona è anche la prestazione del Coro del Teatro della Fortuna M. Agostini diretto da Mirca Rosciani. Lo spettacolo ha riscosso un entusiastico successo di pubblico, tutti gli interpreti sono stati festeggiati con calore e Lisette Oropesa ha raccolto un piccolo trionfo personale.

Share This

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *