Verona, Estate Teatrale 2018: “W Momix”

Verona, Teatro Romano, Estate Teatrale Veronese 2018
W MOMIX”
Direttore Artistico Moses Pendleton
Co-direttore Artistico Cynthia Quinn
Direttore di produzione e direttore tecnico Woody F. Dick III
Direttore di scena Fabrizio Pezzotti
Verona, 11 agosto 2018
Dopo averli visti così tante volte è bello tornare a parlare di loro dalle origini. I Momix sono una compagnia teatrale di ballerini-acrobati diretti dalla coppia Moses Pendleton – Cynthia Quinn, che si esibisce al Joyce Theatre di New York, e, in contemporanea, in giro per il mondo. Con questo sono ben 24 gli anni in cui, in più giorni, abbiamo potuto goderli, sempre uguali per dire sempre innovativi, al Teatro Romano di Verona. Il nome Momix deriva dalla contrazione di Moses, nome del fondatore, e di mix che è stato quel primo mix di coreografie concepite per le cerimonie delle Olimpiadi invernali di Lake Placid (USA) del 1980. Questa opportunità lavorativa, che infatti è stata per loro il trampolino di lancio verso la notorietà, gli è stata concessa per merito dei grandi successi collezionati già dai Pilobolus, nome d’esordio della compagnia a cui si deve l’allestimento degli spettacoli che hanno fatto scuola nell’ambito della danza contemporanea per il fatto di abbracciare più arti: dalla pittura (balletto dadaista di Picabia) alla drammaturgia (balletto Tutuguri di Artaud), che poi hanno lasciato il posto a coreografie concepite come opere uniche attorno agli elementi della flora e della fauna che possiamo idealmente trovare in un mondo da sogno.
Anche quest’anno, infatti, assistiamo alla messa in scena delle loro cose migliori, tratte da Bothanica e da Momix classics: Marigolds, Paper Trails e Table talks, cioè il loro timbro caratteriale, un po’ hippy un po’ new age, mentre le nuove creazioni offrono allo spettacolo il tono che può essere intimo e riflessivo, addirittura contemplativo della natura e del cosmo come per W Momix Forever del 2015. Stavolta la consueta atmosfera fiabesca lascia il posto ad un’atmosfera più ariosa e arabesca dove predomina la motricità circense rispetto alla coreografia di ballo. La coppia Pendleton – Quinn che, oltre all’ideazione delle coreografie e alla direzione, curano, il primo le musiche e la seconda i costumi, riesce ancora a lasciare il segno e a lanciare idee sempre ben dosate e indirizzate alla composizione di un messaggio che prescinde la danza e si fa carico di nuova cultura. Subito degli specchi doppiano la presenza del corpo di ballo (Look in the mirror) ed è il prologo come vedremo ideale dell’epilogo della serata perché entrambi incentrati non sulla danza in sé, quanto sull’ego del danzatore, che dapprima si adagia in auto contemplazione e infine corre verso la ricerca di qualcuno da amare (se stesso). Segue Tuu un duo acrobatico lei-lui sulla circoscrizione dell’essenza fisica: gesti e suoni si legano tra loro definendo gli spazi corporei dei quali vengono scoperti vicendevolmente fulcri e perni su cui giocare, solo per il piacere reciproco di farlo. Quindi Marigolds e Paper Trails che ammaliano l’audience per i forti contrasti di colori e, possiamo azzardare, per la diversa consistenza: prima tangibile: le cinque ballerine – calendule – struzzo, poi effimera in cui figure gigantesche si formano per effetto della somma di singole presenze che a loro volta sono definite da proiezioni luminose sui corpi, avvolti in carta cerata, dei ballerini. Prima di Paper Trails, che chiude il primo atto, il nuovo Firewalker che impressiona per la grande maestria con cui Gregory De Armond, con fiamme accese alle caviglie, sa raccontare nello spazio scenico tante storie immaginarie: un po’ un leitmotiv dei Momix (vedi Brain Wave).Apre il secondo atto la nuova coreografia più bella dello spettacolo, White Widow, un solo femminile in stile nouveau cirque di Bence Vàgi, un genere che sembra andare molto in voga ultimamente. Questo gioco di rimbalzi appesi alle corde poteva benissimo essere in chiusura di spettacolo, considerando il ciclico carillon di sintetizzatori che è la musica che gli fa da sfondo: The world spins (il mondo gira) cantata in soffio di voce da Julee Cruise (OST Twin Peaks): stupefacente e ipnotizzante. Purtroppo l’intera esibizione mi è stata rovinata da un cretino pochi posti più in là che armeggiava con un sacchetto di patatine: un perfetto idiota fuori luogo sicuramente avvezzo ad altro tipo di virtuosismi, quelli che si vedono allo stadio di calcio in cui i tiri in porta che vanno a segno e diventano goal da manuale sono ciò che neanche una pennellata di Cezanne riesce a essere. Altra nuova coreografia è Aqua Flora, anch’essa molto suggestiva sul Gayatri Mantra di Deva Premal e Miten. Una danzatrice gira su se stessa come un dervishi gonfiando una ruota di catene brillanti spostandola dalla vita al collo: semplice ma efficace. Il finale è affidato al solito If you need somebody (sul Concerto Brandeburghese n.2 in fa maggiore di J. S. Bach) in cui tutte le danzatrici e i danzatori occupano lo stage indossando delle marionette (il loro “alter ego”), che potrebbero essere la personificazione dell’immagine che abbiamo visto riflessa nell’iniziale Look in the mirror (sulle note di Fetish di Selena Gomez). Vediamo in questo insistere sull’auto contemplazione il segno dei tempi: quella sottesa protervia celebrata dai social network nell’autocandidarsi ad influenzare le altrui scelte, testimoniando invece quell’infinita insicurezza e fragilità del perpetuo presentismo. Foto Brenzoni

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