Milano, Teatro alla Scala: “Alì Babà e i quaranta ladroni”

Milano, Teatro alla Scala: “Alì Babà e i quaranta ladroni”

Milano, Teatro alla Scala, stagione d’opera e balletto 2017/2018
“ALÌ BABÀ E I QUARANTA LADRONI”
Tragedia lirica in un prologo e quattro atti su libretto di Mélesville ed Eugène Scribe nella versione ritmica italiana di Vito Frazzi.
Musica di Luigi Cherubini
Alì Babà ALEXANDER ROSLAVETS
Delia FRANCESCA MANZO
Morgiane ALICE QUINTAVALLA
Nadir RICCARDO DELLA SCIUCCA
Aboul-Hassan MAHARRAM HUSEYNOV
Ours-Kan ROCCO CAVALLUZZI
Thamar GUSTAVO CASTILLO
Calaf CHUNG WANG
Phaor RAMIRO MATURANA
Orchestra e coro dell’Accademia del Teatro alla Scala
Direttore Paolo Carignani
Regia Liliana Cavani
Scene Leila Fteita
Costumi Irene Monti
Coreografia Emanuela Tagliavia
Maestro del coro Alberto Malazzi
Milano, 14 settembre 2018
La Scala prosegue nella lodevole iniziativa di dedicare una produzione in stagione ai giovani dell’Accademia realizzando per loro un vero spettacolo di qualità e affidandone la cura a direttori e registi di valore. Per l’edizione di quest’anno si è scelto di riprendere l’”Alì Babà e i quaranta ladroni”, ultima opera di Cherubini composta nel 1833 e già allestita alla Scala nell’ormai lontano 1963 con un cast di grande prestigio di cui faceva parte Alfredo Kraus.
L’ascolto conferma purtroppo in pieno tutti i dubbi che tanto i testimoni della prima parigina quanto quelli dell’edizione scaligera avevano avanzato su questo lavoro. Il giudizio di Berlioz sulla totale mancanza di idee – pur espresso con i toni tranchant del musicista provenzale – coglie sostanzialmente nel vero evidenziando la povertà della partitura. Questa è un’opera nata vecchia – e lo stesso Cherubini ne era pienamente consapevole come attesta una lettera di Halévy – che si inserisce totalmente in un gusto tardo-settecentesco quasi totalmente ignorando quanto si era compiuto nei primi decenni dell’Ottocento ma soprattutto opera di un compositore che ormai aveva inaridita la vena dell’ispirazione e che si salva solo con il mestiere. Mestiere che di suo è altissimo e che si ritrova nella ricchezza e nella raffinatezza della scrittura orchestrale – e non casualmente l’ouverture e i ballabili sono forse i momenti più compiutamente riusciti della partitura – ma che non compensa la povertà melodica (forse ulteriormente accresciuta dalla scarsa qualità poetica della versione italiana), la scarsa teatralità – solo negli ultimi due atti qualche cosa si accende al riguardo – e la già notata mancanza di autentiche idee.
La produzione riesce in compenso nell’insieme pienamente apprezzabile non potendosi certo scaricare sugli esecutori i limiti della partitura. Liliana Cavani firma uno spettacolo elegante e non privo di leggerezza. La regista gioca con la natura di saggio dello spettacolo facendo vivere tutto come una sorta di sogno di un gruppo di studenti che durante l’ouverture vediamo intenti a studiare – e ad amoreggiare – in una grande biblioteca. Progressivamente il sogno prende il sopravvento mischiando prima reale e immaginario – con Nadir in motoretta e vestito come in biblioteca che ascolta di soppiatto i discorsi dei briganti mentre una bianca, moderna struttura architettonica – l’esterno della biblioteca? – si schiude mostrando non una vera grotta ma la grande sala di uno di quei caravanserragli che costeggiavano la via della seta e facendoci sprofondare sempre più in un’Oriente di sogno o di favola. Giustamente la regia rinuncia a qualunque precisazione storica o geografica vista la natura puramente di maniera degli ambienti evocati; manca qualunque riferimento a Esfahan, indicata come luogo dal libretto – e il profilo urbano che si vede dalla terrazza di Alì Babà richiama più la città vecchia de Il Cairo che panorami iraniani – mentre la natura onirica permette di far convivere senza stridore elementi cronologicamente disparati fino al ritorno alla realtà del finale con la fuga di Nadir e Delia sulla motoretta del prologo.
Diretti con brio e vitalità da Paolo Carignani, gli strumentisti dell’orchestra dell’Accademia della Scala suonano con precisione ammirevole mostrando una maturità anche espressiva non così scontata per un’orchestra di così giovani esecutori. Ottime anche le prove del coro – diretto da Alberto Malazzi – e del corpo di ballo a confermare l’alto livello raggiunto in tutti i settori dall’Accademia scaligera. Emerge su tutti il Nadir di Riccardo della Sciucca che sfoggia una splendida voce di tenore lirico – con una robustezza e un’imponenza fin eccessive per una parte come questa – della più schietta tradizione italiana e ottime qualità di canto e di fraseggio. Un ragazzo dotato di materiale ben più che semplicemente interessante e da seguire con grande attenzione nell’immediato futuro. Un po’ meno personale ma sorretta da ottime doti di canto è la Delia di Francesca Manzo, soprano lirico ma dai centri ricchi e sonori e capace di superare con buona scioltezza una parte non facile. Più baritono che autentico basso l’Alì Babà di Alexander Roslavets affronta il ruolo con gusto e buone doti vocali ma nonostante la dizione più che corretta manca di quella capacità di giocare con le parole e i loro valori espressivi che del basso buffo è tratto precipuo ma che è alquanto sfuggente per chi non è di madre lingua italiana specie se ancor privo della necessaria esperienza. Vocalmente robusto e scenicamente ben presente l’Aboul-Hassan di Maharran Huseynov, mentre Alice Quintavalla fa al meglio quanto può in un ruolo particolarmente ingrato come quello della schiava Morgiane. Voce di buona presenza è quella  Rocco Cavalluzzi che,nel ruolo di Ours-Kan, il capo dei predoni, mostra una linea di canto un po’ grossolana. Meglio il sonante Tamar di Gustavo Castillo e soprattutto Chung Wang con una bella voce di tenore di grazia per il tesoriere Calaf. Completava il cast Ramiro Maturana nei panni del servitore Phaor. Sala non gremita ma caloroso successo per tutti gli interpreti. Foto Brescia & Amisano

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