Taranto, Chiostro di S.Antonio: “Le gare generose”

Taranto, Chiostro di S.Antonio: “Le gare generose”

Taranto,Chiostro di S.Antonio
“LE GARE GENEROSE”

Commedia per musica in due atti libretto di Giuseppe Palomba
Musica di
Giovanni Paisiello
Gelinda MARIANNA MAPPA
Bastiano BRUNO TADDIA
Don Berlicco MANUEL AMATI
Miss Meri GIULIA MATTIELLO
Mister Dull  STEFANO MARCHISIO
Miss Nab MARIA LUISA CASALI
Orchestra del Giovanni Paisiello Festival
Direttore e maestro concertatore al cembalo Giovanni Di Stefano
Regia, scene e costumi Isa Traversi
Disegno luci
Tommaso Contu 
Taranto, 14 settembre 2018
La XVI edizione del Giovanni Paisiello Festival di Taranto ha individuato il suo spettacolo di punta nelle Gare generose, una commedia paisielliana rappresentata al Teatro dei Fiorentini di Napoli nel 1786 e destinata poi a circolare in tutte le corti europee fino al 1800, quando venne ripresa nella capitale partenopea ancora insanguinata dalla rivoluzione del 1799. Solo in parte derivato dalla commedia Amiti e Ontario di Ranieri Calzabigi, il libretto di Palomba presentava particolarità di struttura (era in due atti e non in tre) e di drammaturgia (erano condivisi con l’opera seria elementi vari quali la suspence e la tensione costante tra personaggi) che furono colte già dagli spettatori coevi: a Padova nel 1789 qualcuno accusò Paisiello di aver scritto “un’opera troppo seria per essere una commedia”. La vicenda della Gare generose è ambientata a Boston. La protagonista è Gelinda Cucciardè, figlia di un mercante francese residente a Napoli. La ragazza, rimasta orfana, per porre fine alle persecuzioni di un parente suo tutore, decide di fuggire in America con il suo amante Bastiano Ammazzagatte. I due, assunta la falsa identità di Dianina e Bronton, si sposano a Cadice, e salpano per l’America. Nel viaggio vengono assaliti dai pirati che a loro volta vengono sconfitti da una nave proveniente da Boston. Nello scontro, gli averi di Gelinda/Dianina vanno perduti. I due coniugi in incognito, dapprima creduti membri della nave pirata, vengono poi condannati a schiavitù perpetua e messi a servizio in casa di Mister Dull. Costui s’invaghisce ben presto di Gelinda, mentre sua nipote Meri s’infatua di Bastiano/Bronton. Con i due schiavi è invece molto severa la figlia di Dull, Miss Nab. Anche Don Berlicco, un italiano in affari con Dull promesso sposo di Meri, s’innamora di Gelinda. Costui è venuto a conoscenza da un mercante francese della vicenda dei due fuggiaschi napoletani e sospetta subito che essi siano proprio i due schiavi di Dull. Messa alle strette, Gelinda depista tutti accusando Bastiano di costringerla a fuggire con lui (finale primo). Dull e Berlicco non visti ascoltano un alterco tra Bastiano e Gelinda che vengono smascherati. Dull (e alla fine anche sua figlia Nab) ha tuttavia compassione della sorte di Gelinda e decide di farli scappare. Berlicco ha invece chiamato agenti di polizia per far arrestare i due impostori. L’arrivo di alcune carte dei creditori che sciolgono da ogni debito la malcapitata coppia, permette lo scioglimento lieto della vicenda: Berlicco, da tutti perdonato, accetta di sposare Meri e Dull libera dalla schiavitù Bastiano e Gelinda. Alla complessità nella definizione caratteriale dei personaggi offerta dal testo, corrispose una scioltezza di fondo nella partitura di Paisiello che seppe adattarsi al gesto degli attori cantanti con una plasticità e una finezza più incisive, perché derivanti dall’esperienza da poco maturata alla corte russa di Caterina II. Un’opera, dunque, raffinata e complessa che si distanzia dallo standard comico cui il genio paisielliano ci ha abituati. Arduo, pertanto, il compito della regista Isa Traversi – nata come geniale coreografa e col tempo divenuta donna di teatro dalle molteplici competenze, particolarmente apprezzata nel milieu milanese – che ha deciso di annientare la dinamica delle entrate e uscite nelle quinte mantenendo sempre in scena i sei personaggi, muovendoli nell’ambito di tre stanze su tre livelli diversi: lo studio, il soggiorno e il giardino di casa Dull. La claustrofobia insita nel testo librettistico si è mutata così in un’ariosità gestuale: grazie a praticabili e a piccole scale, gli interpreti erano liberi di riconfigurare con i loro stessi corpi lo spazio scenico e di sottolineare le articolazioni dei numerosissimi concertati. Gare generose esibisce un numero altissimo di pezzi d’assieme che Isa Traversi, con l’aiuto di Michele Balistreri, ha saputo declinare in modi innovativi: si è stagliato in particolare il terzetto fra i tre personaggi maschili (qui il tenore Don Berlicco veste, stranamente, i panni di un villain subdolo e crudele) abilmente mossi alla stregua di marionette da Gelinda che, non vista, si collocava nella stanza più alta della scena. Questa idea, oltre a trasmettere visivamente quella comicità gestuale eternata, per fare un esempio iconico, dal Pinocchio di Totò, riusciva a sintetizzare il senso ultimo della commedia, non diverso da quello delle Nozze di Figaro: il bandolo della matassa è retto dalle donne che alla fine trionfano sugli uomini. Secondo la regista, infatti, in questa commedia Paisiello ha tratteggiato con sensibilità i personaggi femminili; era quindi necessario trovare simboli capaci di restituirla: Gelinda, vessata dai suoi due spasimanti canta la sua aria con la posa fiera di una kòre greca; Miss Meri, disincantata zitellona, vorrebbe immaginare una realtà diversa da quella che vive e canta sempre con una pennellessa in mano per configurarsi il proprio “altrove”, ma nel momento in cui apprende che il suo promesso sposo Berlicco la ama “per vezzo”, muta la pennellessa in spada palesando un senso di violenta dignità. La Traversi ha curato anche le scene e i costumi: le prime metaforizzavano la forza comunicativa della musica di Paisiello con quella, analoga, della Pop art americana; i secondi (tutti rigorosamente neri ad eccezione di quello rosso sgargiante di Miss Nab) rispettavano invece le fogge settecentesche e si stagliavano come eleganti shilouettes sullo sfondo che riecheggiava Lichtenstein, Haring, Warol (alla riuscita ha contribuito l’ottimo disegno luci di Tommaso Contu). Divertente l’idea di riprodurre su una parete un ritratto di Paisiello che i personaggi omaggiavano alla stregua di un crocifisso ogni volta che passavano davanti (per Bastiano poi quel volto rappresentava in modo struggente la Napoli che aveva abbandonato). Giovanissimo il cast capitanato, per età ed esperienza, da Bruno Taddia cui spettava il personaggio pivot Bastiano Ammazzagatte: la complessa parte, tutta in un ruvidissimo dialetto napoletano, è stata interpretata con maestria attoriale e con piena padronanza vocale; su di essa si incardinavano gli spazi della pura comicità e le trovate gestuali di Taddia han saputo restituire l’arte di Casacciello, primo interprete di quella parte. Ottima la Gelinda di Marianna Mappi che ha saputo modulare le sfaccettature sentimentali di un personaggio cangiante passando da cavatine leggere e innocue ad arie di vocalità piena e già quasi ottocentesca. Squisito anche il Berlicco di Manuel Amati, un tenore dal timbro unico che sta inanellando una serie di successi meritati sia per la pulizia vocale sia per la generosità attoriale che lo contraddistinguono. Il baritono Stefano Marchisio è stato un Mister Dull elegante nella sua unica aria e impeccabile per precisione e sostegno all’insieme nei tanti concertati che lo vedevano impegnato. perfettamente calibrata sulle volumetrie settecentesche Maria Luisa Casali che spicca nel registro sovracuto con un colore preziosissimo (simpatica l’idea di farla giocare a distruggere due Barbie durante il litigio tra Gelinda e Meri, identico a quello tra Marcellina e Susanna delle Nozze mozartiane). Molto buona la prova del contralto Giulia Mattiello una Miss Meri di colore scurissimo, rigida e statuaria come conveniva a una zitella un po’ accigliata cui spettava l’unico recitativo accompagnato dell’opera e un’aria degna di figurare in un’opera seria. Sapiente la direzione di Giovanni Di Stefano, senza dubbio il massimo esperto delle opere di Paisiello da vari decenni, che ha impresso la giusta verve alla giovanissima orchestra del Giovanni Paisiello Festival, guidandola negli insidiosi meccanismi ritmici della musica paisielliana, apparentemente semplice ma in realtà difficilissima perché sempre calibrata al millimetro su quanto avviene in scena; una musica tutta gestuale che solo una bacchetta precisa e autorevole può far funzionare a dovere. Il numeroso ed entusiasta pubblico tarantino ha omaggiato questa coraggiosa operazione di recupero di un patrimonio identitario. Foto Carmine La Fratta

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