Verona, Teatro Filarmonico, il Settembre dell’Accademia 2018: Martha Argerich & Youth Orchestra of Bahia

Verona, Teatro Filarmonico, il Settembre dell’Accademia 2018: Martha Argerich & Youth Orchestra of Bahia

Verona, Teatro Filarmonico, XXVII Settembre dell’Accademia
Youth Orchestra of Bahia
Direttore Ricardo Castro
Pianoforte Martha Argerich
Richard Wagner: “Die Meistersinger von Nürnberg” (Preludio Atto I)
Robert Schumann: Concerto per pianoforte e orchestra in la minore Op. 54
Leonard Bernstein: West Side Story (Ouverture)
Alberto Ginastera: Estancia (Suite)
Wellington Gomes: Sonhos Percutidos
George Gershwin: Cuban Overture (Rumba)
Arturo Márquez: Danzon n. 2
Verona, 12 settembre 2018
Il libricino di Claudio Casini L’arte di ascoltare la musica, già in tempi non sospetti, proponeva un tragicomico breve catalogo della “fauna da teatro”, con particolare rilievo ai disturbatori dell’ascolto altrui, maleducati o incoscienti che fossero: non si poteva non pensare a lui (e anche all’elenco aggiornato da Alberto Mattioli in Anche stasera) quando, al debutto veronese della veneranda Martha Argerich, un’ascoltatrice ha deciso di sedare la propria tosse molesta ma non troppo con una molestissima caramella, il cui involucro è stato scartato con una delle procedure più lente e rumorose della storia. Qualcosa di sciaguratamente simile era già capitato a chi scrive una decina di anni fa, al primo ascolto dal vivo dell’aureo suono dei Wiener Philharmoniker, dietro ad una fanciulla tanto graziosa quanto preda di una snervante pediculosi, grattata al suon di tintinnanti braccialetti metallici (forse Geroges Prêtre, pace all’anima sua, avrebbe apprezzato; di fatto dell’Incompiuta schubertiana ricordo solo la sofferenza per la grattantesi biondina, sedata la quale seguì una Settima di Bruckner tanto inusuale quanto elettrizzante).
Torniamo a noi e al programma che vedeva l’esordio veronese non solo della grandissima pianista ma anche dei giovani di Bahia: lei è ovviamente la star della serata, attesa da un Teatro Filarmonico gremito e trepidante. Incede con una certa fatica fisica, quasi fluttua dondolando verso il pianoforte ma, appena si siede, scatta il sortilegio e si rivela per il magistrale daimon che è. Il Concerto per pianoforte e orchestra in la minore op. 54 di Robert Schumann le lascia ampio spazio per un suono brillante e gentile, con un tocco nettissimo e sorvegliato ma sempre originale e mai “seduto”, in un dialogo continuo con l’orchestra che, va detto, non risponde sempre con uguale prontezza. Lei giganteggia, facendo musica con un rubato ampio ma elegante, come un’eterna ragazza che non si stanca di assorbire ed emanare energie mentre si diverte a fare musica insieme: Zusammen-Musizieren, per citare il suo amico e collega storico Cluadio Abbado. La Argerich riesce a lanciare questo messaggio anche nel bis, con un pulitissimo finale di Ma Mère l’Oye di Ravel eseguito a quattro mani col direttore Ricardo Castro, anch’egli già collaboratore di lei alla tastiera. Successo travolgente, nonostante i giovani e giovanissimi brasiliani non siano ancora in grado di reggere un dialogo tanto fitto ed elastico come quello proposto da Martha Argerich in questa tournée. A onor del vero, la compagine offre anche spunti interessanti propri: gli archi non hanno un suono “bello” esteticamente, ma il direttore li tiene insieme con un ottimo legato, mentre i fiati regalano un crescendo efficace ed emozionante nella brevissima transizione all’ultimo movimento.
La Youth Orchestra of Bahia (Neojiba Orchestra) è una meritoria e freschissima creazione musicale del Brasile, nata nel 2007 sul modello venezuelano di El Sistema di Abreu, letteralmente salvando e formando ragazzi in contesti socio-economici che sarebbe eufemistico definire difficili. Per questo, accanirsi sulla resa complessiva di questi fanciulli, specie in un repertorio non congeniale, sarebbe come sparare sulla Croce Rossa. Il Preludio dei Maestri Cantori è stato subito un campanello d’allarme: squadrato, impreciso in molti attacchi, talmente impastato al suo interno (nonostante gli intenti del Direttore) da suscitare dei dubbi sulla effettiva comprensione di quanto eseguito. Nella seconda parte, disertata dalla fetta di pubblico più esigente, si è sperato in qualcosa di più, che non è arrivato nella poco ispirata esecuzione dell’Overture da West Side Story (che a teatro fortunatamente non si esegue, giacché il capolavoro di Bernstein funziona già così) e che ha fatto capolino nelle danze da Estancia di Ginastera, che pure sono sembrate piuttosto prive di guizzi (date forse dai nove percussionisti danzanti). Dopo l’introduzione di Ricardo Castro, un brano contemporaneo del loro conterraneo Wellington Gomes: Sogni percussivi. Poca fantasia timbrica e melodica, in questi sogni, e soprattutto – a fronte di un titolo tanto programmatico – timbrica: è bastato l’impietoso confronto con la Cuban Overture per dissipare i dubbi sulla qualità del brano nuovo e dell’orchestra. Con gli ultimi brani, ricchi di colori e forse più idiomatici, è avvenuta l’insperata svolta: un Gershwin da favola, in cui i ragazzi sembravano finalmente divertirsi e fare musica (su esempio dell’illustre Martha), e così il Danzon n. 2 di Màrquez, cavallo di battaglia dell’Orchestra Bolivar, qui eseguito senza maestro sul podio, con personalità e generosità. Il grande organico è stato accolto da applausi davvero calorosi e ha regalato due bis, col vigile Castro al pianoforte con uno dei suoi giovani musicisti: Brazil e Tico Tico, in orchestrazioni talmente elaborate da rasentare il pacchiano, salvate dal virtuosismo e dall’autentica alma degli interpreti, generando un naturale coinvolgimento del pubblico e ricordandoci che solo la Bellezza salverà il mondo. Foto Brenzoni

 

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