Novara, Teatro Coccia: ““The Beggar’s Opera”

Novara, Teatro Coccia: ““The Beggar’s Opera”

Novara, Teatro Coccia, stagione lirica 2018-2019
“THE BEGGAR’S OPERA
Ballad opera in tre atti su testo di John  Gay, nuova versione di Ian Burton e Robert Carsen.
Musica di Johan Christoph Pepusch
Mr. Peachum ROBERT BURT
Mrs Peachum/Diana Trapes BEVERLEY KLEIN
Polly Peachum KATE BATTER
Macheath BENJAMIN PURKISS
Lockit KRAIG THORNBER
Lucy Lockit OLIVIA BRERETON
Jenny Diver LYNDSEY GARDINER
Filch/Manuel SEAN LOPEMAN
Matt GAVIN WILKINSON
Jack/Prison guard TAITE-ELLIOT DREW
Robin WAYNE FITZSIMMONS
Harry DOMINIC OWEN
Molly NATASHA LEAVER
Betty EMILY DUNN
Suky LOUISE DALTON
Dolly JOCELYN PRAH
Ensemble Les Arts Florrisants
Direttore e maestro al cembalo Florian Carré
Regia Robert Carsen
Scene James Brandily
Costumi Petra Reinhardt
Coreografia Rebecca Howell
Luci Robert Carsen e Peter van Praet
Novara, 28 ottobre 2018 
“THE BEGGAR’S OPERA” è l’esempio più noto – forse l’unico autenticamente sopravvissuto – del genere dalla Ballad opera, forma di teatro popolare inglese di gran voga nel XVIII secolo, nata per riflesso e quasi a parodia della trionfante opera seria italiana e divenuta una dei generi più amati sulle scene inglesi del tempo. Unione di canto e parlato con prevalenza di quest’ultimo – su una tradizione che già aveva trionfato nei masque del secolo precedente – ambientazioni popolari e realistiche, satire al vetriolo della società e dei costumi.
L’opera di Gay e Pepusch è al riguardo l’autentica quintessenza del genere. Ferocissima parodia di una società proto-capitalista dove il denaro può tutto e dove tutto si può fare in suo nome – in anticipo di qualche anno sul grande maestro della satira sociale settecentesca William Hogarth – ma al contempo divertita parodia dell’opera italiana, dei suoi vizi e della sua fortuna con un richiamo sistematico e parodistico a tutti i topoi del genere, alle sue mode e ai suoi eccessi (come non immaginarsi nelle violente schermaglie fra Polly e Lucy un richiamo ai chiacchieratissimi alterchi fra Francesca Cuzzoni e Faustina Bordoni!).
Riproporre un titolo del genere, così ondivago fra tematiche universali – la corruzione, il potere corruttivo del denaro – e riferimenti storici precisi oggi quasi impossibili da cogliere è questione alquanto spinosa. Robert Carsen e Ian Burton scelgono una soluzione totalmente radicale. Il testo delle parti parlate viene quindi totalmente riscritto – in parte anche quello delle arie – per spostare la vicenda ai nostri giorni. L’operazione non è impropria, in quanto il sacrificio del testo originario è  compensato dal recupero dello spirito ferocemente sarcastico chiamato a mordere sul vivo gli spettatori. Ed eccoci calati in un’Inghilterra contemporanea – con tanto di espliciti riferimenti a Theresa May e alla questione Brexit – ancora però dominata dagli stessi vizi (e se la droga sostituisce in parte l’alcool la questione cambia ben poco) e lo stesso generalizzato sistema di corruzione e malaffare che già dominava nel XVIII secolo.  Una scelta radicale che comporta qualche forzatura – il disinvolto uso della forca è inevitabilmente anacronistico ai nostri tempi – ma che teatralmente non manca di funzionalità e che conquista anche un pubblico meno sensibile di quello britannico a certe allusioni trasmettendo pienamente il messaggio di pessimistico disincanto che dell’opera è il nocciolo profondo sepolto sotto la superficiale leggerezza che trionfa nel finale con la banda criminale pronta ad andare al governo per riprendere la stessa storia su più ampia scala. Tutto cambia perché nulla cambi come direbbe il Gattopardo.
L’impianto scenico è essenziale. Una sorta di grande magazzino fatto dagli scatoloni delle merci rubate contrabbandate da Peachum. Gli strumentisti entrano in scena come ladri trascinando cartoni colmi dei loro strumenti e l’effetto visivo dei musicisti intenti a suonare cembali e arciliuti nei sordidi abiti del sotto-proletariato urbano contemporaneo è assolutamente spiazzante. La cura della recitazione è maniacale, non un gesto, non un dettaglio è lasciato a se stesso nonostante la fisicità richiesta in molti passaggi. Accettato il taglio generale, anche molte volgarità risultano funzionali alla narrazione.
In formazione ridotta – solo dieci elementi – i musicisti de Les Arts Florissants si dimostrano di una bravura portentosa non solo facendo scaturire una ricchezza di colori quasi incredibile per un ensamble così ridotto ma soprattutto mostrandosi capaci di cogliere ogni sfumatura, ogni inflessione e di calarsi al pieno nella forte teatralità dello spettacolo. A guidarli con mano sicura è il clavicembalista Florian Carré, allievo e assistente di William Christie.
La visione sostanzialmente teatrale mette in secondo piano l’aspetto prettamente vocale. Quelli in scena sono principalmente attori che cantano più che cantanti chiamati a recitare e questo rende impossibile e forse inutile una valutazione secondo i criteri abituali. Benjamin Purkiss è un Macheath impressionante per presenza scenica e personalità. La voce è di buona presenza anche se priva di un’impostazione classica di cui si sentiva un po’ la mancanza in quei momenti – come il grande monologo di fronte al patibolo – dove lo stile diventa prettamente operistico. Discorso per molti aspetti analogo – anche se le voci appaiono nell’insieme più educate di quella di Purkiss – per la liliale Polly di Kate Batter e per la Lucy di Olivia Brereton, ruolo più da soubrette, anche se nella parodia dell’aria di tempesta “I’m like a ship” un taglio più barocco avrebbe reso meglio il senso parodico del momento. Ovviamente benissimo i ruoli di contorno dove la recitazione prevale di gran lunga sul canto. Robert Burt è impressionante nella viscida prosopopea di Peachum – oltre a cantare con la voce più tradizionalmente impostata fra tutti gli interpreti. Nel doppio ruolo di Mrs. Peachum e Diana Trapes Beverley Klein è vocalmente al limite del censurabile ma sprizza un’energia e una vis scenica semplicemente strepitose, da autentica veterana dei palcoscenici londinesi; Kraig Thornber è un Lockit perfettamente centrato nella sua sordida grettezza mentre Lyndsey Gardiner è una Jenny di fortissima presenza scenica e interpretativa. Straordinari i compagni di Macheath, perfetta combriccola di acrobati e ballerini oltre che attori, e pienamente centrato il gruppo delle prostitute. Buona presenza di pubblico – specie considerando la particolarità del titolo e della proposta – e convintissimo successo per tutti gli interpreti. Foto Patrick Berger

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