Parma, Festival Verdi 2018: “Attila”

Parma, Festival Verdi 2018: “Attila”

Parma, Teatro Regio, Festival Verdi 2018
ATTILA”
Dramma lirico in un prologo e tre atti di Giuseppe Verdi, su libretto di Temistocle Solera, dalla trilogia Attila, König der Hunnen di Zacharias Werner.
Attila RICCARDO ZANELLATO
Odabella MARIA JOSÉ SIRI
Ezio VLADIMIR STOYANOV
Foresto FRANCESCO DEMURO
Leone PAOLO BATTAGLIA
Uldino SAVERIO FIORE
Filarmonica Arturo Toscanini, Orchestra giovanile della via Emilia
Coro del Teatro Regio di Parma
Direttore Gianluigi Gelmetti
Maestro del Coro Martino Faggiani
Regia e scene Andrea De Rosa
Costumi Alessandro Lai
Luci Pasquale Mari
Nuovo allestimento del Teatro Regio di Parma in coprodzuione con State Opera Plovdiv
Parma, 6 ottobre 2018
Il Festival Verdi 2018 ha fatto le cose in grande, con tre nuove produzioni e una ripresa per Busseto (si tratta dell’ormai classico Un giorno di regno targato Pizzi). Tra le novità, dopo il Macbeth inaugurale, c’è questo Attila coprodotto col teatro di Plovdiv (in Bulgaria, Capitale della Cultura europea 2019 -Parma lo sarà nel 2020). La seconda recita ha visto un piovoso pomeriggio parmense riempire il Teatro Regio di quel suo pubblico appassionato e verace, caso veramente unico di platea giudicante con la forza empirica di chi a teatro ha sentito i più grandi. Di conseguenza il gusto prevalente è alquanto tradizionale, tale da preferire una bella voce staticamente piazzata in proscenio a spiegare il canto verdiano (e guardare solo la bacchetta) anziché uno spettacolo che ponga interrogativi e drammaturgicamente funzioni. L’Attila di Andrea De Rosa appartiene certamente alla prima categoria e non ha scontentato il pubblico di Parma (né presumibilmente lo farà a Plovdiv): premettendo che le ambizioni romantiche di Verdi furono inizialmente superiori al risultato finale abbastanza fortunato ma formalmente convenzionale, non potendo insomma cavar il sangue dalle rape, De Rosa illustra molto pacatamente il libretto con una scena da alto medioevo post-apocalittico e una commistione di epoche (leggasi accozzaglia di antiche romanità, merry men di Nottingham, militareschi Secondo impero e simil-Nazi) nei costumi pur belli di Alessandro Lai non mostrando simpatia per alcun personaggio, nemmeno per il protagonista villain ma di buoni sentimenti, che però a scanso di equivoci è mostrato subito quale truce assassino di vergini e bambini, che insanguinati lo perseguitano sino alla fine. Il brullo piano inclinato, distesa di cenere, è dominato da una fossa che accoglierà prima le vittime del flagello di Dio e poi l’Unno stesso. Sul fondo un muro distrutto che lascia intravedere cieli e luci (sapienti, calibratissime, cinematografiche, di Pasquale Mari) e quelle insegne cristiane che da macerie di Aquileia diventeranno pietra angolare di una nuova città (che captatio benevolentiae spudorata, vista oggi, quel “dall’alghe di questi marosi/qual risorta Fenice novella/rivivrai più superba, più bella/della terra e dell’onde stupor” guarda caso destinato al pubblico veneziano del 1846). Lo spettacolo è in definitiva facilmente leggibile e non mancano immagini suggestive per l’occhio ma, per colpa del libretto e della sciatteria interpretativa cui sono abbandonati i cantanti, cade troppo spesso nel didascalico buono forse mezzo secolo fa ma oggi innegabilmente banale, sottolineato nella seconda recita da vari intoppi musicali. Il cast sulla carta, prometteva indubbiamente bene ma sia Maria José Siri, Odabella corretta, dal timbro ricco e di considerevole volume, sia Francesco Demuro, Foresto baldo ma tecnicamente poco agguerrito, regalano poche emozioni e un paio di vistosi scivoloni nelle impervie tessiture verdiane. Più a suo agio vocalmente, ma ancora più generico scenicamente, l’Ezio di Vladimir Stoyanov, mentre il protagonista ha di fatto sulle spalle l’esito della serata: Riccardo Zanellato ha bel timbro, non troppo voluminoso, e fraseggia ovunque può con eleganza da vero basso cantante, senza forzare mai. Note molto positive per i comprimari: Saverio Fiore con ottimo timbro ed eccellente dizione è tra tutti l’unico che sembra tentare di attribuire un significato alla propria breve parte, mentre Paolo Battaglia, imponente per pasta vocale e figura, fa il massimo possibile per lo ieratico papa Leone. Ad inficiare davvero la resa di tutti è la direzione di Gianluigi Gelmetti, altrove esperto illustre e più ispirato, qui imbarazzantemente privo di qualsivoglia sentimento e di stimoli musicali e non: tempi stringatissimi, sonorità più aride che asciutte, totale assenza di cantabilità se non nei grevi tutti cabalettistici (nemmeno tanto precisi, giacché nelle note finali degli insiemi ognuno ha chiuso quando ha voluto). Insomma, si è già detto come alla prova dei fatti Attila non sia il lavoro più autorevole del Verdi prima maniera, ma (senza fare nomi) varie esecuzioni degli ultimi quarant’anni hanno dimostrato come sia possibile trasformare gli zum-pa-pà sulla carta in qualcosa di più di un solfeggio, senza alterare il dettato verdiano. È mancata la volontà, non la correttezza, di portare quel “sentimento”, quel calore umano che non è solo ritmica, che sta dietro ai meri effetti vocali. L’orchestra in buca era la medesima del Macbeth del 5 ottobre ed è sembrata irriconoscibile per la generale inespressività e greve sciatteria, portata avanti solo dal piglio stringente di Gelmetti. Naturalmente, se Auguin era stato tiepidamente accolto dal pubblico, sul crine bianco del direttore di Attila si è scatenato un uragano di applausi e di “bravo”. Ottima prova del coro del Regio, lievemente allargato, anche se all’inizio un po’ a disagio nello staccato e nei tempi quarantotteschi del podio. Ogni numero dell’opera è stato accolto da pochi timidi applausi (eccetto uno stop con richieste di bis per la grande aria di Attila) ma alla fine il successo è stato caloroso per tutti e con prolungati applausi, ad ulteriore dimostrazione che (come per lo zum-pa-pà sullo spartito verdiano) il risultato finale è superiore alla semplice somma delle parti.
PS. La recita di ieri è stata dedicata alla scomparsa Montserrat Caballé, ricordata con affetto. Foto Roberto Ricci

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