Parma, Festival Verdi 2018: “Le Trouvère”

Parma, Festival Verdi 2018: “Le Trouvère”

Parma, Teatro Farnese, Festival Verdi 2018
LE TROUVÈRE”
Opera in quattro atti su libretto di Salvadore Cammarano. Traduzione francese di Milien Pacini.
Manrique GIUSEPPE GIPALI
Le Comte de Luna FRANCO VASSALLO
Fernand MARCO SPOTTI
Ruiz/un Messager LUCA CASALIN
Léonore ROBERTA MANTEGNA
Azucena, la Bohémienne NINO SURGULADZE
Inès TONIA LANGELLA
Un vieux Bohémien NICOL DONINI
Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna
Direttore Roberto Abbado
Maestro del Coro Andrea Faidutti
Ideazione, regia, scene e luci Robert Wilson 
Costumi Julia von Leliwa
Video design Tomek Jeziorski
Drammaturgia José Enrique Maciàn
Nuovo allestimento del Teatro Regio di Parma in coproduzione con Fondazione Teatro Comunale di Bologna, Change Performing Arts.
Parma, 7 ottobre 2018
Seconda nuova produzione del Festival Verdi 2018, in replica a chiusura del secondo fine settimana di recite, è il raro Le trouvère ritoccato e a tratti riscritto per l’Opera parigina nel 1857, a quattro anni dal debutto. A Parma lo si era ascoltato solo una volta, quasi trent’anni fa, e ovunque le rappresentazioni nell’ultimo secolo si sono contate sulle dita di una mano. Piaccia o meno, si è trattato forse del vertice artistico di questa edizione del Festival, che ha finalmente e lodevolmente coinvolto ogni angolo della città. La storica e grandiosa cornice del Teatro Farnese (meraviglia lignea del ‘600 nel complesso della Pilotta) ha ospitato un vero e proprio evento per gli amanti del teatro (meno per i melomani fondamentalisti, che non hanno perso l’occasione per buare sonoramente anche ieri il pur non presente Bob Wilson, autore della messa in scena con il suo affiatato team internazionale). Quello che segue è un azzardo di interpretazione, un’illustrazione il più possibile motivata per chi non c’è stato, e non ha alcuna pretesa di essere esaustiva né illuminante. Il teatro di Wilson è unico, riconoscibile, prevedibile: un teatro fatto di luce, di metafora più che di astrazione, di quasi totale assenza di azione, di gesti rigidi, schematici, in un codice tutto suo. Insomma, anche per i cultori del melodramma statico purché foriero di grandi vocione, è causa di più di un motivo di impazienza, mentre per i cultori del genere lascia ammirati sempre e comunque per una stilizzazione curatissima, maniacale e inconfondibile. Il contrasto di linguaggio è ancora più forte e trionfante, ponendo Wilson nel teatro ligneo una scatola scenica di cemento, illuminata dal ghiaccio, dal verde-azzurro e solo in pochi sparutissimi casi dal rosso vivo. La scatola scenica non ha una romantica luna ma una finestra o simili aperture rettangolari in alto, la cui luce lascia sempre un interrogativo aperto. Solo nel quarto atto la parete di fondo avanza, schiacciando claustrofobicamente i cantanti al proscenio. Nulla di nuovo e di eclatante nella gestione dei movimenti dei personaggi e delle masse, come prevedibile dalle note di regia che al 90% sono buone per l’intera poetica dell’artista americano. Rimane però quel 10%, in cui avviene infatti qualcosa di insolito e intrinsecamente italiano: una storia a parte, parallela a quella del Trouvère, affidata a mimi in fogge ottocentesche (una dama, una donna con due bimbe, un vecchio) che a stento interagiscono tra loro ma si muovono o siedono a fianco dei personaggi verdiani. Più che un’altra storia, rappresentano istantanee di un altro mondo, lontanissimo eppure ancora capace di evocare storie come quella che precede la vicenda stessa. Il trovatore è di per sé opera di flashback: il passato è una premessa necessaria anche se dolorosa per i personaggi e li muove ai diversi affetti, anche negativi, dell’animo umano. Entrando in sala, il vecchio mimo incartapecorito ma con tratti estremamente “verdiani” (barba bianca, abito, tuba) che accoglie il pubblico fino all’inizio della rappresentazione può far pensare allo spettacolo come ad un suo unico lungo flashback. Quello che avviene poi, però, sovrappone le due dimensioni, tanto da non poter più distinguere quale mondo rappresenti spettri e ricordi e quale un mondo “reale” (realistico no, forse quadridimensionale). La proiezione di una Parma vintage, in bianco e nero, virtualmente animata, la comparsa delle figure femminili, non possono non far pensare alle vicende biografiche di Verdi stesso (che prima di essere quel Verdi fu giovane vedovo e perse due bimbi piccoli) e un po’ al pirandelliano Questa sera si recita a soggetto, dove è proprio Il trovatore il cuore di una macchina metateatrale che sblocca catarticamente ricordi e affetti familiari (i due temi dichiarati da Wilson). E poi c’è il balletto, un corpo estraneo di 25 minuti inserito a rendere più lungo di tutti l’atto inizialmente più breve, con musica mai meno che gradevole ma anche (ovviamente) inutile alla vicenda, che Wilson tratta con una pantomima di 23 boxeur di varie forme ed età, i quali entrano l’uno dopo l’altro in un interminabile canone e, dopo aver lottato fra loro, si lanciano in una zuffa surreale e anche buffa con soldati e con i vecchi mimi, sovrapponendo concetti inconciliabili, come succede nei sogni o nei ricordi confusa dall’età. Un’ampia parentesi non gradita da tutto il pubblico, che è sembrato un po’ Pirandello e un po’ Fellini filtrato dall’estetica dello statunitense Wilson.  Per l’occasione, nel golfo mistico (che al Farnese tale non è, suscitando non pochi dubbi sull’acustica complessiva ma tutti perdonabili per la sensazione di fortuna e privilegio di poter assistere ad alcunché in un luogo monumentale tanto unico) è scesa l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, guidata come il Coro (preparato da Andrea Faidutti) da Roberto Abbado. La fondazione felsinea coproduce ed ospiterà a gennaio una nuova serie di recite della versione originaria italiana, ad inaugurazione della stagione lirica 2019. Abbado è sembrato stilisticamente molto vicino al Trouvère francese (forse, viene da pensare, più che al Trovatore e, sicuramente, più che al Macbeth bolognese un po’ fracassone) e al suo Romanticismo stemperato in sonorità più languide e raffinate: molti sono infatti i rifacimenti dell’orchestrazione, meno gli interventi sui brani, ad eccezione dell’ampio balletto e del finale vistosamente “diluito”. Tempi generalmente distesi, accompagnamenti da manuale per cura del suono, ovunque morbido e mai soverchiante, attenzione al canto e all’acustica (impastante quanto mai) con finali ampi e smorzati tali da rendere teatro fisico ogni riverbero e silenzio. Lodevole, anche perché tale parigino distacco dalla “grezza” materia prima di Verdi-Gutierrez è pronto ad accendersi in rapidissime e travolgenti cabalette, efficaci perché mai pesanti o impetuose e sempre eroiche nell’accento e nella trasparenza di lettura. La compagna di canto è molto buona, anche se per stile combina vocazioni diversissime: Roberta Mantegna è stata un prodigio di dolcezza di fraseggio e omogeneità di registri, con un timbro opalescente particolarmente adatta al tocco malinconico della Léonore francese. Accanto a lei Giuseppe Gipali ritrae un trovatore altrettanto elegante, con qualche preoccupazione di troppo nell’emissione in acuto. Vocalmente più monolitici, per volume e concezione generale del personaggio, il Comte di Franco Vassallo con i suoi fiati invidiabili (applauditissimo nell’aria del II atto, momento di sospensione spazio-temporale per quel volo d’oca bianca al ralenti) e l’Azucena torrenziale (non proprio interiorizzata) di Nino Surguladze, figura resa diabolica da due corna appuntite poco bohemiènne. Poderoso e ben cantato anche il Fernand di Marco Spotti, ancora acerba la Inès di Tonia Langella e più che solido Luca Casalin come Ruiz e messaggero. Al termine applausi calorosi per tutti, anche per i mimi, con punte di entusiasmo per Vassallo e Mantegna. Al plauso per una serata memorabile si aggiunga quello per il cammino intrapreso dal Festival Verdi. Foto Lucie Jansch

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