Parma, Festival Verdi 2018: “Macbeth”

Parma, Festival Verdi 2018: “Macbeth”

Parma, Teatro Regio, Festival Verdi 2018
“MACBETH”
Melodramma in quattro parti di Giuseppe Verdi, su libretto di Francesco Maria Piave, da William Shakespeare (Versione 1847, Edizione critica a cura di David Lawton)
Macebth LUCA SALSI
Lady Macbeth ANNA PIROZZI
Banco MICHELE PERTUSI
Macduff GIOVANNI SALA
Malcolm MATTEO MEZZARO
il Medico GABRIELE RIBIS
Dama di Lady Macbeth ALEXANDRA ZABALA
Sicario/Domestico/Prima apparizione GIOVANNI BELLAVIA
Seconda apparizione/Terza apparizione ADELAIDE DEVENARI
Filarmonica Arturo Toscanini, Orchestra Giovanile della Via Emilia
Coro del Teatro Regio di Parma

Direttore Philippe Auguin
Maestro del Coro Martino Faggiani
Regia Daniele Abbado
Costumi Carla Teti
Luci Angelo Linzalata
Movimenti Coreografici Simone Bucci
Nuovo allestimento del Teatro Regio di Parma
Parma, 5 ottobre 2018
L’edizione 2018 del Festival Verdi è stata inaugurata da una nuova produzione del Macbeth (1847), progetto originario del Maestro delle Roncole soppiantato dalla revisione parigina del 1865 che da allora circola nei teatri: non è una prima assoluta ma rimane un’operazione rara, lodevole e filologica da festival degno di tal nome. L’allestimento è firmato da Daniele Abbado alla regia, che ha lavorato di sottrazione e spesso di astrazione, creando con le luci di Angelo Linzalata un mondo buio, brumoso e piovoso che non può non rimandare alla memorabile produzione scaligera di Strehler, diretta dal padre Claudio. Laddove il rame e il bronzo garantivano un’epica atemporale, qui la tragedia si muove nell’angoscia e nel nulla, con solisti, figure e spettri che entrano ed escono nel buio completo, filtrati da sipari plastici opachi e semitrasparenti o dalla coltre di acqua vaporizzata che incombe come l’ineluttabile destino su tutti (tra cui il povero direttore, febbricitante alla prima, e l’indisposto tenore Antonio Poli, primo caduto odierno). Gli elementi scenici sono quindi minimali, sono luci, innaturali e primarie, impressioni, incubi, immagini evanescenti, tanto da creare reale sgomento quando un enorme albero oscillante (la foresta di Birnam) dal fondo della scena si avvicina in tutta la sua concretezza. Tanta essenziale ma elegante astrazione è forgiata dai costumi di Carla Teti, che presenta le streghe come una massa nera che rivela a poco il rosso, come parte di esse (sciarpe, scialli, drappi) e quindi come tappeto di sangue su cui accogliere la profetizzata ascesa di Macbeth e Banco.
Peccato che l’atemporalità lasci il posto a una festa hollywoodiana anni ’50 nell’atto II (i solisti invitati in smoking) e a un sabba “carnascialesco” (cit. Note d regia) di contemporaneità sguaiata e volgare, tra paillettes, donne-cannone, maschere varie, a metà tra La grande bellezza e il Barnum agiografico di The greatest showman, con un risultato addirittura irritante quando compaiono tre ballerine in tutù azzurro: assolutamente non necessarie, non solo per il fatto che il balletto del 1865 è filologicamente uscito dalla porta e rientrato dalla finestra della regia con i movimenti coreografici di Simona Bucci (nota di colore: una coppia parmense, agée e tranchant come solo qui a Parma se ne trovano ancora, ha commentato questa scena e il coro dei sicari dell’atto II -mossette grottesche di impermeabili trasparenti e ombrelli, a un passo da un macabro Singin’ in the rain– ha lanciato un neanche troppo mormorato improperio). Nel complesso, un lavoro godibile visivamente (quei sipari di acqua vera non si dimenticano) però inficiato dalla sopracitata disuguaglianza di stili, cui forse la collaborazione con uno scenografo avrebbe giovato (e magari evitato il rumore delle lamelle di plastica a coprire le quinte) e da un lavoro di recitazione sui solisti non ineccepibile: se da un lato i pianissimo esaltano la “parola scenica”, effettivamente scandita, quasi parlata ma sempre musicale (esemplare a tal proposito il Coro diretto da Martino Faggiani), dall’altro lato si vedono troppi interpreti principali stare sul palcoscenico come venti, cinquanta, cento anni fa, con una mano sull’addome e l’altra protesa in avanti, o barcollare per il palcoscenico fino ad abbattersi afflitti sul boccascena.
Musicalmente lo spettacolo è indiscutibilmente più riuscito, con punte di eccellenza. Luca Salsi, beniamino di Parma, dopo l’incipit cauto e un’interpretazione a tratti generica e a tratti a un passo dall’eccessiva veemenza, comunque sempre attenta al canto e alla pronuncia, ha registrato una prova in crescendo, fino ad un trionfo personale e ripetute richieste di bis in un Pietà, rispetto, amore da manuale per legato e varietà di sfumature. Più approfondita e scenicamente partecipe oltre che vocalmente straordinaria la Lady di Anna Pirozzi, che dopo aver inanellato successi in ruoli diversissimi quali Abigaille, Aida, Turandot, prosegue un periodo veramente felice per forma fisica e approfondimento del personaggio: non una parola è affidata al mero suono, che è ovunque presente e intonatissimo, ma definisce tutte le caratteristiche umane e inumane della temibile regina consorte. È lei a scatenare il primo applauso (liberatorio) dopo un primo quarto d’ora alquanto freddino: prosegue con cabalette ineccepibili (compresa quel Trionfai, securi alfine che sarà sostituita nel ’65 dal ben più pregnante La luce langue). Alla voce d’acciaio (acuti grandissimi e sicuri) si unisce insomma l’interpretazione intelligente e la fedeltà al dettato verdiano (con l’ascesa finale all’acuto del Sonnambulismo azzardata in scena, pianissimo come voleva il Maestro). Michele Pertusi, nonostante una certa impressione di stanchezza vocale, porta a casa grandi applausi nell’aria del II atto, sempre ben fraseggiata. In sostituzione del previsto Poli, Giovanni Sala ha portato in scena un Macduff corretto e, in attesa di prossimi sviluppi, cauto: il timbro è bello, la presenza anche, l’emissione alquanto debole nei centri risente forse dell’emozione del debutto. Più sicuro nella propria breve parte il Malcolm di Matteo Mezzaro. Buona prova anche da parte di Alexandra Zabala (dama), Gabriele Ribis (Medico), Giovanni Bellavia e della giovane Adelaide Devanari. Ultimo ma non per importanza (sarà che il pubblico del Regio non ha ancora empatizzato con lui), Philippe Auguin ha diretto la Filarmonica Toscanini rinforzata con l’Orchestra giovanile della via Emilia con un senso della misura lodevole: il suono è compatto, preciso, asciutto senza essere bandistico o volgare anche quando l’ispirazione verdiana del ’47 si piega a pezzi più convenzionali (rielaborati o sostituiti nel ’65), con un’ottima e sensibile intesa con la scena. Teatro gremito, successo interminabile con applausi per tutti e vere e proprie ovazioni per la coppia di protagonisti. Foto Roberto Ricci

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