Torino, Teatro Regio: “L’elisir d’amore”

Torino, Teatro Regio: “L’elisir d’amore”

Torino, Teatro Regio, Stagione lirica 2018/19
L’ELISIR D’AMORE”

Melodramma giocoso in due atti su libretto di Felice Romani, da
Le philtre di Eugène Scribe
Musica di
Gaetano Donizetti
Adina LAVINIA BINI
Nemorino SANTIAGO BALLERINI
Belcore JULIAN KIM
Dulcamara ROBERTO DE CANDIA
Giannetta ASHLEY MILANESE
Assistente di Dulcamara (mimo) MARIO BRANCACCIO
Orchestra e Coro del Teatro Regio
Direttore
Michele Gamba
Maestro del coro
Andrea Secchi
Maestro al fortepiano
Luca Brancaleon
Regia
Fabio Sparvoli
Scene
Saverio Santoliquido
Costumi
Alessandra Torella
Luci
Andrea Anfossi
Assistente alla regia
Anna Maria Bruzzese
Allestimento del Teatro Regio di Torino
Torino, 13 novembre 2018 (prima rappresentazione)
Dopo Il trovatore inaugurale, il Teatro Regio prosegue nell’esplorazione delle pagine più celebri del grande repertorio italiano con L’elisir d’amore. Lo spettacolo non è una novità per Torino, dove lo si era già visto nel 2013; e un’altra regia dello stesso Fabio Sparvoli aveva calcato il palcoscenico di piazza Castello nel 2007. L’ambientazione è spostata al dopoguerra italiano, con una scenografia semplice (la stessa aia, vista da due diverse prospettive) e costumi coerenti. L’articolazione del movimento è funzionale, e la si potrebbe dire banale se non rivelasse, sia pure in maniera discontinua, un’approfondita indagine sui caratteri dei personaggi, e in specie dei due protagonisti: Adina e Nemorino, infatti, in particolare nei loro duetti, non indugiano in caricature ma rivelano in maniera nitida allo spettatore i propri moti interiori, come il coraggio che il giovane innamorato trae dal proprio sentimento nel momento in cui si dichiara; coraggio che evidentemente impressiona la fanciulla più dell’aria da bravo ragazzo ingenuo e bonaccione che Nemorino si trova cucita addosso. Il cast principale della produzione fa perno sulla personalità e sulla professionalità del baritono Roberto de Candia, il solista di più lungo corso tra quelli scritturati, che sa dare vita a un Dulcamara in ogni momento appropriato, di vivida comicità senza mai scadere nel macchiettismo a buon mercato. La figura del sergente Belcore può essere invece interpretata come rozza e grottesca, incapace della minima sprezzatura nel momento in cui vuole vestire panni galanti, e in questo senso l’ha resa il baritono Julian Kim, con un’emissione e un fraseggiare duri che in altri contesti sarebbero censurabili. Avendo ammirato Lavinia Bini quale Viclinda nei Lombardi alla prima crociata rappresentati al Regio nella scorsa primavera, ci si attendeva molto da lei per questa Adina, e le aspettative si sono rivelate un po’ eccessive. Il soprano sfoggia una voce indubbiamente bella per timbro e graziosa nell’emissione, ma ancora poco matura per affrontare un ruolo di questa portata con una direzione che non la agevola in un teatro che non brilla per acustica: la proiezione del suono risulta debole, e le colorature non sono sempre precise. Così, la «ricca e capricciosa fittaiuola» risulta letta con intelligenza, ma dipinta a colori un po’ sbiaditi. Difficoltà di proiezione ha anche la voce del tenore Santiago Ballerini – previsto nel cast alternativo, ma subentrato a Giorgio Berrugi causa indisposizione –, che pare esile e intubata, anche se può giovare a interpretare con realismo un personaggio impacciato. Alla prima, Ballerini ha riservato le proprie migliori frecce per la romanza più celebre (per la quale gli è stato tributato un lungo applauso), cantata con stile nel suo carattere onirico-elegiaco, sia pure senza tante sfumature cromatiche. Il soprano Ashley Milanese (Giannetta) ha un timbro penetrante, che nella stretta del quartetto del II atto si è manifestato in acuti un po’ sopra le righe. Al di là dei meriti di ciascun solista, è doveroso mettere in luce che nessuno, in questo spettacolo, è aiutato da una direzione piuttosto antitetica a ciò che dovrebbe essere una direzione donizettiana. Michele Gamba ha infatti spesso fatto risaltare l’orchestra a discapito delle voci soliste, sia negli ensemble sia in passi di puro lirismo: valgano come esempi il motivo dei violini che sostiene la cavatina di Adina, mai così nitido ma mai altrettanto penalizzante per il soprano; e il momento in cui nasce la nuova coppia, nel tempo di mezzo dell’aria conclusiva di Adina, ove le voci dei due giovani sono state sommerse dal tessuto sinfonico. Qualche perplessità suscitano anche talune scelte agogiche, di rado eccessivamente rilassate, ma di frequente troppo concitate. Uscendo dal teatro, la sensazione è di aver assistito a uno spettacolo di routine, tanto nella scelta del titolo quanto nella sua realizzazione. Ora, per ciò che riguarda il catalogo donizettiano, è da tempo che il Regio non mostra particolare originalità: basti pensare che negli ultimi dieci anni non si è mai andati oltre ai tre titoli più noti del bergamasco; chi va alla ricerca di rarità si può accomodare a Bergamo nelle prossime settimane. Tuttavia, se si guardano le locandine degli Elisir del 2007 e del 2013, vi si leggono i nomi dei più acclamati interpreti internazionali di questo repertorio, e il teatro era gremito di pubblico. Alla prima di questa produzione si vedevano ampi settori di platea sguarniti di spettatori, e il problema pare destinato a riproporsi in diverse repliche. Forse non è sufficiente mettere in cartellone i titoli più celebri per attirare un maggior numero di ascoltatori.

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