Bologna, stagione sinfonica 2018: grande successo per Michele Mariotti

Bologna, stagione sinfonica 2018: grande successo per Michele Mariotti

Bologna, Auditorium Manzoni, Stagione sinfonica 2018
Orchestra del Teatro Comunale di Bologna 
Direttore Michele Mariotti
Johannes Brahms: Sinfonia 3 in fa maggiore op. 90
Antonin Dvořák: Sinfonia 9 in mi minore op. 95 “Dal nuovo Mondo”
Bologna, 29 novembre 2018
Abbiamo assistito ieri sera ad una serata di grande musica e a un evento a suo modo storico: l’ultimo concerto sinfonico di Michele Mariotti con l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, a coronamento di un rapporto instaurato nel 2007 che ha dato grandi risultati e soddisfazioni ad ambedue le parti. Ci si è abituati nel tempo a conoscere il giovane maestro pesarese come misurato interprete del repertorio operistico, forse il migliore portavoce del belcanto tra i direttori della sua generazione: una definizione azzeccata ma riduttiva per un musicista a tutto tondo, che ha dimostrato di poter lasciare la propria impronta tanto in Mozart, Bellini e Rossini quanto in Mahler, Verdi, Beethoven e Puccini. Dopo il sorprendente Prokof’ev dello scorso sabato, Mariotti ha impaginato un programma a suo modo “giuliniano” nell’accostare due capolavori del repertorio tardoromantico come la Terza sinfonia di Brahms e l’ultima di Dvořák.
L’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna lo asseconda precisa e generosa, con particolare concentrazione nella prima metà del programma. La Terza brahmsiana, popolare su disco ma non così frequente nelle nostre sale da concerto, è una di quelle opere che dovrebbero essere studiate nei Conservatori in tutti i corsi, per ricchezza e complessità, più o meno quanto sono d’obbligo I promessi sposi nei licei. La signora seduta accanto a me, classica melomane da salotto, ha accarezzato più volte l’aria con fare quasi benedicente, tentando (senza riuscirvi) di dirigere la sinfonia a sua volta: al di là del moderato disturbo arrecato ai vicini, nel suo piccolo ha dimostrato quanto sia difficile gestire un ordito così denso e dal metro così mutevole, mascherato da melodie orecchiabili. Mariotti ci riesce appieno, con tempi sensati ma mediamente spediti, per non cedere alle svenevolezze malinconiche, andando al cuore burbero e grande del caro Johannes, mai tanto nordico come in queste pagine. La compattezza di suono e di ritmo, con legati favolosi ed estrema varietà di dinamiche (non c’è una ripetizione del tema che sfugga alla riesposizione in piano), è mitigata da una sapiente gestione del rubato, che con rallentando e pause coronate trasforma i punti di apparente distensione in nuove partenze, apparentemente dividendo in sezioni staccate la struttura del movimento ma in realtà ottimizzando la già potente carica insita nell’opera (un mantice di energie che sembrano sempre sul punto di esplodere e infine si stemperano tutte in diminuendo e pianissimi): ci si riferisce, come esempio, alle pause che seguono l’unica nota tenuta dagli archi, poi del flauto, quindi dell’oboe, e che preludono al secondo gruppo tematico del primo movimento, dominato dal clarinetto; si tratta comunque di un espediente frequente e che, al contrario di quanto si crederebbe, non interrompe la sintassi brahmsiana ma riesce nell’intento di non far cadere mai la tensione fino alla fine dei quattro brani e dell’intera sinfonia: se si volesse cercare un esempio discografico, verrebbe in mente il Solti di Chicago, ma -tolte le analogie agogiche- il Brahms di Mariotti è più cantabile, intimo e umano. Se si volesse cercare un neo, potremmo indicarne un paio: l’ansia da prestazione del primo corno, alquanto precario negli assoli, e il leggero squilibrio nel dosaggio delle energie nell’ultimo movimento, giacché si arriva all’estinzione graduale della coda un po’ bruscamente, con le orecchie ancora avvezze alle montagne russe dell’Allegro finale. L’Orchestra è apparsa comunque in forma smagliante, per volume, attenzione e bellezza di suono, irriconoscibile rispetto alla dimenticabile performance offerta nella Fille di due settimane fa (sul podio c’era qualcun altro, a dire il vero).
Sono sembrati tutti un po’ più divertiti e rilassati (anche i corni) nella seconda parte del concerto con la Sinfonia “dal Nuovo Mondo” di Dvořák, in un certo senso erede dello stesso Brahms. Archi compattissimi e fisicamente partecipi, legni precisissimi e generosi, ottoni fieri e svettanti, di sicurezza quasi insolente quando sollecitati. Mariotti concerta in modo personalissimo e prodigioso, senza voler emulare nessuno: stacca tempi rapidi, non perde un attacco, sorveglia ogni fraseggio fino alla fine, accompagnando il suono al naturale diminuendo, evidenzia il tema ciclico ad ogni suo ritorno nei movimenti successivi al primo. L’orchestra, come già detto, lo asseconda con generosità di sforzo e di suono, anche se dopo le prime battute tende ad assestarsi su un tempo più lento di quello staccato dal direttore (a tal proposito, forse il Furiant -vero ginepraio di ritmi e accenti- risulta un po’ più squadrato degli altri movimenti). Il giovane maestro ha ancora la bacchetta a mezz’aria, per prolungare all’infinito lo spegnersi del suono, e per un attimo l’incantesimo riesce, ricordandoci il religioso silenzio che Claudio Abbado chiedeva e otteneva dal suo pubblico, soprattutto negli ultimi anni in questa sala con la sua Orchestra Mozart.
Pur consapevoli di rivedere il giovane pesarese un’ultima volta sul podio del Comunale per Don Giovanni, ciò che ha reso per tutti ancor più unico e indimenticabile il concerto del 29 novembre è stato il saluto reciproco tra il Maestro, la sua orchestra ed il suo pubblico. Gli applausi convinti per la Nona sinfonia del boemo sono diventati quelli scroscianti per il direttore e l’uomo. All’ennesima chiamata in proscenio, Mariotti commosso come un bimbo ha ringraziato uno per uno gli orchestrali bolognesi, qualcuno in lacrime come lui, mentre tutto il pubblico del Manzoni continuava ad applaudire ed acclamare in piedi (mai visto in Italia, se non ad X-Factor, ma quella è un’altra storia). Rassegnato, Mariotti ha preso un microfono per ringraziare tutti, con la voce rotta più volte dal pianto, invitando l’uditorio a stare vicino al proprio Teatro e ai suoi artisti, sempre e comunque (sottotesto: anche se lui non dovesse tornare più, cosa sicura fino al 2020 almeno). Michele Mariotti è insomma uno dei migliori musicisti prodotti dal nostro Paese negli ultimi trent’anni e non ha certo bisogno di uno sponsor (che poco elegantemente campeggiava nei manifesti sotto il suo nome) per affermare la propria carriera: la quale deve al Comunale tanto quanto il teatro stesso deve a lui, per l’elevato esito artistico di innumerevoli concerti e produzioni. Gli auguriamo il meglio, che si merita interamente, così come auspichiamo che i Teatri italiani perdano il vizio di fare piazza pulita al loro interno ad ogni cambio di vento politico/gestionale, rischiando di gettare il bimbo insieme all’acqua sporca.

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