Gioachino Rossini 150: “Aureliano in Palmira” (1813)

Gioachino Rossini 150: “Aureliano in Palmira” (1813)

Opera seria in tre atti su libretto di Felice Romani. Juan Francisco Gatell (Aureliano), Silvia Dalla Benetta (Zenobia), Marina Viotti (Arsace), Ana Victória Pitts (Publia), Xiang Xu (Oraspe), Zhiyuan Chen (Licinio), Baurzhan Anderzhanov  (Gran sacerdote). Camerata Bach Choir Poznań, Karel Mitáš (maestro del coro), Virtuosi Brunensis, José Miguel Pérez-Sierra (direttore). Registrazione:TrinkhalleBad Wildbad, 12-22 giugno 2017. 3 CD Naxos 8.660448-50

Aureliano in Palmira sarà sempre per l’immaginario collettivo l’unica opera scritta da Rossini per voce di castrato, l’opera delle liti con Vellutti e quella della scelta definitiva di scrivere di proprio pugno gli abbellimenti. Lavoro di certo minore ma non priva d’interesse l’opera scontò alla prima da una parte una qualità modesta degli esecutori – testimoniata chiaramente pur con toni di leggera ironia da Stendhal – ma soprattutto fu limitata da una struttura ormai anacronistica. Il libretto di Romani affonda ancora troppo nella tradizione dell’opera seria settecentesca da cui non riesce a staccarsi realizzando un prodotto che doveva saper troppo di stantio specie per il pubblico dell’epoca. Di contro la musica è di livello spesso molto alto e Rossini, perfettamente conscio del fatto, utilizzerà spesso l’”Aureliano in Palmira” come serbatoio di brani da riutilizzare in nuove opere. L’ascoltatore moderno non potrà non riconoscere immediatamente diversi brani che per percorsi spesso non lineari troveranno la definitiva collocazione de “Il barbiere di Siviglia” – a cominciare dalla Sinfonia – così come nella cabaletta di Arsace del II atto appare evidente il primo incunabolo di quel tema che attraverso il rondò di Almaviva arriverà a quello di Cenerentola. Negli ultimi anni si è assistito a un ritorno d’interesse per quest’opera attestato dall’allestimento del 2014 a Pesaro e a seguire da questa produzione andata in scena nel 2017 al Festival di Bad Wildbad. Anche se la qualità complessiva dell’edizione tedesca non raggiunge gli standard dello spettacolo pesarese, il risultato complessivo è assolutamente godibile.

Alla guida dei Virtuosi Brunensis, presenza abituale del festival tedesco, troviamo un esperto conoscitore di questo repertorio come José Miguel Pérez-Sierra che fornisce una lettura attenta e rigorosa della partitura riuscendo a ottenere una buona unità da un materiale musicale spesso eterogeneo e disorganico. Buona la resa dei colori orchestrali con il punto più alto nell’esemplare resa della tinta arcadica della scena pastorale del secondo atto mentre l’unico limite va identificato nella tendenza a farsi prendere la mano con tempi eccessivamente rapinosi nelle strette – ad esempio nel finale primo – rischiando di mettere in difficoltà gli interpreti vocali. Il coro Camerata Bach Choir di Poznań rende bene i momenti lirici ma mostra segni di difficoltà in quelli più concitati.Vocalmente l’elemento migliore del cast risulta Marina Viotti che di Arsace coglie perfettamente il carattere elegiaco più che marziale. Grazie a un’emissione morbida e carezzevole, ad ottime qualità tecniche nelle colorature, a un accento di nobile dolcezza, il principe persiano risulta perfettamente colto in tutte le sue caratteristiche. L’unico parziale limite è nel timbro della Viotti in sé molto bello e luminoso ma poco differenziato rispetto alla Zenobia particolarmente robusta di Silvia Dalla Benetta. Il soprano veneto della regina coglie soprattutto il versante eroico e marziale. La voce è di particolare robustezza e sonorità da autentico soprano drammatico d’agilità cui si uniscono la chiarezza della dizione e la forza dell’accento nei recitativi. Un taglio di questo tipo va ovviamente a scapito della componente più virtuosistica che pure si ritrova nel ruolo così che si percepisce qualche durezza sugli acuti e un canto di coloratura non così fluido seppur nell’insieme preciso. Juan Francisco Gatell manca dell’importanza vocale che Aureliano dovrebbe avere e la sua voce è più lirica che eroica. Il timbro è però sicuramente bello così come la linea di canto elegante e musicale. Sul piano dell’interpretazione Gatell lavora molto su accento e fraseggio così da compensare la maggior leggerezza vocale e, se, specie nei recitativi, la mancanza di maggior corpo si fa sentire, nel complesso riesce a realizzare un personaggio comunque attendibile. Baurzhan Anderzhanov con la sua robusta voce da il giusto peso al Gran Sacerdote. Efficaci l’Oraspe di Xiang Xu e la Publia di Ana Victória Pitts mentre fin troppo grossolano il Licinio di Zhiyuan Chen.

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