“Le Villi” al Teatro Comunale di Modena

“Le Villi” al Teatro Comunale di Modena

Modena, Teatro Comunale Luciano Pavarotti, Stagione d’Opera 2018/2019
LE VILLI”
Opera-ballo in due atti. Libretto di Ferdinando Fontana
Nuova edizione critica a cura di Martin Deasy
Musica di Giacomo Puccini
Anna MARIA PIA PISCITELLI
Guglielmo Wulf, suo padre MICHELE KALMANDY
Roberto MATTEO LIPPI
Filarmonica dell’Opera Italiana “Bruno Bartoletti”
Associazione Coro Lirico Città di Piacenza – Fondazione Teatro Comunale di Modena
Direttore Pier Giorgio Morandi
Maestro del coro Stefano Colò
Regia Cristina Pezzoli
Coreografie Melange Productions AB a cura di Fernando Melo
Scene Giacomo Andrico
Costumi Andrea Grazia
Luci Mauro Panizza
Consulenza per le parti danzate a cura della Fondazione Nazionale della Danza / Aterballetto
Coordinamento organizzativo MM Contemporary Dance Company
Danzatori Agora Coaching Project
Nuovo allestimento in Coproduzione di Fondazione Teatro Comunale di Modena, Fondazione I Teatri di Reggio Emilia
Modena, 25 novembre 2018
Opera di rarissima esecuzione e di ancor più parca discografia, curiosamente Le Villi nell’arco di soli due mesi ha collezionato solo in Italia ben tre nuovi allestimenti: in ottobre all’Opera di Firenze con un atto unico contemporaneo che voleva omaggiare Rossini (e che sembra non sia piaciuto particolarmente a nessuno), poche settimane fa a Milano (ma solo in estratti) nella cornice più raccolta di Voceallopera insieme a Gianni Schicchi, e infine a Modena, il cui teatro coproduce lo spettacolo con Reggio Emilia. La Fondazione del Teatro Comunale modenese (la cui varietà di programmazione dovrebbe fare invidia a gran parte delle fondazioni lirico sinfoniche) opta per dare al primo titolo pucciniano totale autonomia, senza affiancarlo ad altre composizioni più o meno note, così come ha fatto per il Satyricon di Maderna due settimane or sono. Lo spettacolo quindi godeva di un ampio intervallo tra i due atti (non lunghi) dell’opera, tentando di lasciare il meno possibile al pubblico l’impressione di una serata a metà. L’uditorio ha risposto bene, per affluenza e accoglienza della nuova produzione (entrambe migliori dell’inaugurale Corsaro verdiano).
Si è trattato di uno spettacolo di impianto tradizionale, che ha ben illustrato la narrazione senza porre troppi orpelli e rovelli: la regia è affidata a quella Cristina Pezzoli che già ha realizzato una decina di anni fa, per riprenderlo lo scorso inverno, un lodevole Trittico pucciniano. La leggibilità della vicenda è di pregio come già lo era stata con Tabarro, Suor Angelica e Schicchi; la recitazione dei solisti è perfettibile poiché altro non chiede se non metterli comodamente seduti durante la propria aria (solo Wulff non ne ha il tempo e canta ritto ai piedi della tomba della figlia). Pure lo spazio un po’ limitato e affollato di lapidi o tronchi d’albero rende un po’ goffi i movimenti del corpo di ballo e l’interazione con coro e solisti (pur intuendone la bontà delle intenzioni). La scena di Giacomo Andrico è un piano irregolarmente inclinato che riproduce un prato boschivo d’autunno stilizzato nel primo atto, poi ricoperto di neve e al cui centro si ergono sepolcri (di sicuro impatto la distesa nebbiosa su cui si apre l’intermezzo). Esili ma fitti alberi creano una sorta di secondo sipario che sale e scende dalla graticcia all’occorrenza: si tratta nel complesso di una scenografia che concorre attivamente alla drammaturgia, nel dipingere stati d’animo più ancora che bei quadri. Laddove la regia esce dalla semplice narrazione, non sempre riesce appieno. Per esempio, sull’intermezzo dell’abbandono, l’angelo custode di Riccardo Lai, scultura vivente in un cimitero monumentale, declama in primo piano i versi che riassumo il flash-forward della vicenda con l’infelice intuizione (confidiamo non sua) di fare una ninna-nanna macabra su Twinkle twinkle little star per chiuderla con spiccato accento sardo. Nulla di grave, ma si tratta insieme ad altri piccoli tocchi eccedenti la mera illustrazione che non sempre sortiscono l’effetto sperato e che purtroppo rasentano il comico involontario (altro esempio: la partenza di Roberto con saluti e ampi sbracciamenti, manco fosse l’imbarco del Titanic, ad un metro e mezzo dal coro che sventola i fazzoletti). Concorre alla regia di questo autunno anomalo che involve in un inverno funereo il lavoro di luci a tratti coraggioso di Mauro Panizza. Buoni e funzionalmente tirolesi i costumi di Andrea Grazia e modernamente inquietanti le maschere delle Villi. Gran parte dei movimenti (balli rustici nella prima metà, conturbanti sortilegi nella seconda) erano affidati al corpo di ballo Agora Coaching Project, ben realizzate ma a tratti linguisticamente e sintatticamente sin troppo simili tra un quadro e l’altro, avvicinando in modo erroneo i movimenti del mondo dei morti con quello dei vivi.
Veniamo dunque al profilo musicale della seconda recita, che presupponeva un rodaggio maggiore del debutto: Maria Pia Piscitelli, soprano di esperienza, è parsa vocalmente un po’ stanca nei panni di Anna. Il bel timbro conserva inflessioni perlacee nei centri, unito a un’ottima cantabilità, purtroppo messa alle corde in acuto, con rischio di forzare e perdere tale bellezza timbrica. Al suo esordio, dopo la prima affidata a Gazale, il Wulff di Michele Kalmandy, figura giovanile prestata al ruolo paterno: con l’interpretazione può fare poco, per libretto, ma vocalmente porta a casa una resa soddisfacente, con buona linea di canto e acuti sicuri. Vero beniamino della serata il tenore Matteo Lippi, conciato un po’ da barbaro, che ha prestato il suo timbro schiettamente lirico ma robusto alla parte non facilissima (né simpatica) di Roberto: un’interpretazione ottimamente riuscita per precisione di intonazione, perizia di pronuncia e gusto di fraseggio, che fa ben sperare al cimento di ruoli un po’ più impegnativi e, sicuramente col tempo, più spinti.
Sovrintendeva dalla buca il vigile Pier Giorgio Morandi, sapiente Kapellmeister dell’Opera italiana, qui alle prese con la prima esecuzione dell’edizione critica di Le Villi. L’attenzione al canto è giustamente molta e ottimo è il rapporto tra palco ed orchestra. La compagine, che portava il nome di un altro eccelso custode (ma anche grande sperimentatore) del teatro musicale, si è disimpegnata con ottimi risultati e colori anche ricercati, con l’apporto del buon coro bicefalo di Piacenza e Modena (di ottimi mezzi ma di impasto perfettibile col tempo) preparato da Stefano Colò. L’impressione che l’opera lascia, nonostante il perfezionista compositore la rimaneggiasse più volte nel corso della carriera, è quella di un lavoro promettente ma certamente ancora acerbo: raffinatezze armoniche e coloristiche celano a poco la struttura drammaturgica che rimane frammentata in pezzi chiusissimi e poco sviluppabili sul vivo della scena. L’operazione in sé rimane lodevole e il folto pubblico ha apprezzato, con discreti applausi durante la performance e infine con calorosi consensi per tutto il team artistico e creativo, in particolare per il tenore. Lodevole infine è anche l’aspetto mediatico/social del Teatro modenese, che anche su questo si rivela anni luce avanti alle mastodontiche fondazioni lirico sinfoniche: la prima è stata trasmessa in live streaming su Youtube, dove è tuttora consultabile affinché ognuno possa godere e farsi una propria idea di questo titolo raro ma assolutamente da conoscere. Foto Rolando Paolo Guerzoni


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