Palermo, Teatro Massimo: “La mano felice” & “Il castello del principe Barbablù”

Palermo, Teatro Massimo, Stagione 2018 
“Begleitmusik zu einer Lichtspielszene”  op. 34 (Musica di accompagnamento per una scena cinematografica)
“DIE GLÜCKLICHE HAND” (La mano felice)
Dramma con musica in quattro quadri.
Libretto e m
usica di Arnold Schönberg
Un Uomo GABOR BRETZ
Una Donna CLAUDIA MUNDA
Un Signore ALFIO MARLETTA
A KÉKSZAKÁLLÚ HERCEG VÁRA” (Il castello del Principe Barbablù)
Opera in un atto su libretto di Béla Balász
Musica di Béla Bartók
Il Principe Barbablù GABOR BRETZ
Judit ATALA SCHÖCK
Voce recitante (Prologo) GIUSEPPE SARTORI
Attori GIUSEPPE SARTORI, PIERSTEN LEIROM
Performers ZOÉ BERNABÉU, FRANCESCA DI PAOLO, BEATRICE FEDI, RAMONA GENNA, SOFIA LEOPIZZI RUSSO, FABIANA MANGIALARDI, SIMONA MIRAGLIA, CAROLINA ALESSANDRA VALENTINI
Orchestra e Coro del Teatro Massimo
Direttore Gregory Vajda
Maestro del coro Piero Monti
Progetto creativo ricci/forte
Regia Stefano Ricci
Scene Nicolas Bovey
Costumi Gianluca Sbicca
Luci Pasquale Mari
Movimenti Marta Bevilacqua
Nuovo allestimento del Teatro Massimo di Palermo in coproduzione con il Teatro Comunale di Bologna
Palermo, 18 novembre 2018 (prima rappresentazione)
Inquietudine e solitudine. Incastonate in un’atmosfera, un po’ straniante e un po’ fiabesca, da circo vintage, inquietudine e solitudine si intrecciano nelle sonorità di Schönberg e di Bartók e nell’ambizioso progetto creativo di ricci/forte che, nel nuovo allestimento in coproduzione con il Teatro Comunale di Bologna, crea un unicum inedito de La Mano felice e de Il Castello del Principe Barbablù.  Al Teatro Massimo di Palermo, il penultimo appuntamento della stagione operistica 2018 è stato particolarmente stimolante. Uno spettacolo composto da tre elementi, arditamente ma anche sapientemente sarciti da una visione registica e musicale forte: Musica di accompagnamento per una scena cinematografica e La Mano Felice di Arnold Schönberg e Il Castello del Principe Barbablù di Béla Bartók.
Sotto l’impeccabile direzione del Maestro Gregory Vajda, al debutto in Italia, che ha condotto con attenzione l’Orchestra del Teatro Massimo, segnalatasi per l’intera serata per la buona prova di sé, il teatro si è impregnato della allucinata intimità della musica di Schönberg, padre delle dodecafonia. La Mano Felice è una tipica rappresentazione del teatro espressionista che, nel tentativo di dare una nuova forma all’opera, mira ad una fortissima integrazione di suono, parola, azione, luce e colore. Un’unità artistica piena.
Come accennato, lo spettacolo, le cui scene sono state curate da Nicolas Bovey, è ambientato in una scena che ibrida il circo con il luna park: pochi elementi scenografici ma di grande impatto. Rotaie di giostre monche, vasche iridescenti, trapezi in un’atmosfera asettica (non a caso il coro appare vestiti da infermieri).
I costumi, curati da Gianluca Sbicca restituiscono un contesto atemporale. Clown, prestigiatori, acrobati, interpretati da un nutrito e virtuoso gruppo di performer, attraversano ed animano le scene.
Sin dalla prima scena, sulle note della composizione di Schönberg, il potere muto del gesto teatrale assume un’importanza centrale. Appare un enorme uomo, ieratico, con una piccola bara bianca. Metamorfosi. L’uomo è tuttavia una donna che, tolte le vesti variopinte e i trucchi posticci, rimane nuda, come la Grande Madre. Ma è un attimo. Liberatasi dal mito e dalla religiosità, gettando il passato in un pozzo di luce, la donna resta solo una donna. Due attori, Claudia Munda ed Alfio Marletta, sono i personaggi muti che ossessionano l’Uomo di Schönberg che deve scontrarsi con il proprio destino di solitudine. Come accennato, importante è la funzione scenica degli attori anche nel Castello del Principe Barbablù. Mimi e personaggi clowneschi di un circo inquietante, si alternano sulla scena. Notevole tuttavia è la scelta di far rappresentare le mogli recluse da trapeziste sollevate a mezz’aria. Resta ancorata al proprio destino mortale. Molto attenta anche la scelta delle luci, curate da Pasquale Mari. Particolarmente d’impatto è la grande, repentina illuminazione nel momento emotivamente apicale dell’opera di Bartók: il mistero svelato.
L’uomo, le sue inquietudini, le sue illusioni, sono stati il fil rouge della serata, “un viaggio visionario sulle capacità umane di affrontare i fallimenti in relazione con il mondo esterno e sul tentativo di porre fine alla solitudine. L’itinerario vitruviano di una dissonanza, l’Uomo, che irrazionalmente affronta la Natura lucreziana nel tentativo di smantellare la pietrificazione della forma, seguendo le briciole lasciate da Schönberg e restandone vittima, si tramuta in un’esplorazione interiore in fondo all’anima, una spirale di processi psichici nei quali Bartók azzanna alla gola il tempo contemporaneo”: queste sono le parole con le quali il duo di registi ricci/forte, che firma lo spettacolo, individuano il senso dello spettacolo, le aderenze e le divergenze del rapporto Uomo/Mondo affrontato dalle sensibilità dei due compositori.
A legare le due opere, performate senza intervallo in un unico sforzo drammatico e musicale, una forse troppo verbosa “lectio magistralis” recitata da Giuseppe Sartori sul tema dell’identità. Ottima la prova del coro, diretto dal Maestro Piero Monti, che ha saputo restituire, specie in Schönberg, un’atmosfera di angoscia sinistra.
Protagonista della serata, interpretando l’Uomo nella Mano Felice e Barbablù nell’opera di Bartók, è stato il basso-baritono ungherese Gabor Bretz. Ottima presenza scenica, voce di bel timbro, omogenea nei vari registri. Sempre accurato nel fraseggio, in Bartok, dà al  personaggio un notevole risalto umano. Come Judit, il soprano Atala Schöck ha dato buona prova di sé, forse visivamente un po’ matronale,  ma drammaticamente efficace. La voce è solida e uniforme che le consente di sostenere agevolmente il ruolo in tutte le sue sfumature.
Un ultimo commento: unire due opere può senz’altro apparire, e normalmente lo sarebbe, un’operazione più che ardita. L’operazione culturale proposta dal Massimo però ci è parsa coraggiosa, intelligente, studiata. Una nuova narrazione, certo, alcune forzature, ma senz’altro grande rispetto per la musica e per le sensibilità tematiche dei compositori.
Si replica fino al 27 novembre.

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