Staatsoper Stuttgart: “A kékszakállú herceg vára” (Il castello del duca Barbablù)

Staatsoper Stuttgart: “A kékszakállú herceg vára” (Il castello del duca Barbablù)
Staatsoper Stuttgart, stagione lirica 2018/2019
“IL CASTELLO DEL DUCA BARBABLU’”
(A kékszakállú herceg vára)
Opera in un atto. Libretto di Béla Balász
Musica di  Béla Bartók
Herzog Blaubart FALK STRUCKMANN
Judith CLAUDIA MAHNKE
Orchestra della Staatsoper Stuttgart
Direttore Titus Engel
Installazione, regia, scene e costumi Hans Op de Beeck
Drammaturgia Barbara Eckle, Julia Schmitt
 Stuttgart, 2 novembre 2018
Come secondo nuovo allestimento della stagione, la Staatsoper Stuttgart ha presentato A kékszakállú herceg vára, l’atto unico di Béla Bartók (in italiano Il castello del duca Barbablù) in una sede abbastanza insolita, l’ ex ufficio di smistamento pacchi della Deutsche Post situato nel Rosenstein Park. La scelta del luogo richiede alcune parole di spiegazione per i lettori italiani: da diverso tempo l’ edificio dell’ Opernhaus Stuttgart, costruito nel 1912 su progetto di Max Littmann, necessita urgentemente di interventi di restauro e ammodernamento della struttura tecnica. Siccome in città non esiste un altro edificio teatrale in grado di ospitare le stagioni della Staatsoper durante il periodo necessario ai lavori di risanamento, il governo del Baden-Württemberg sarà obbligato a costruire una struttura alternativa e ha preso in considerazione la possibilità di utilizzare il vecchio edificio postale da anni non più in servizio per ricavarne un teatro che, dopo il ritorno della Staatsoper nella sua sede, potrebbe essere impiegato come sede per altri ensembles. La nuova direzione artistica del teatro ha voluto sperimentare le possibilità logistiche di questa struttura con la nuova produzione dell’ unico progetto operistico di Bartók, commissionando un’ installazione scenica a Hans Op de Beeck, quarantanovenne artista visuale belga conosciuto a livello internazionale per le sue opere multimediali di impostazione minimalista. Il progetto raffigurava un molo affacciato su una distesa d’ acqua, forse una proiezione scenica del mare di lacrime di cui parla il Duca Barbalù nel libretto bartokiano, in una sala poco illuminata nella quale si entrava accolti da rumori evocanti le onde. Prima di entrare, gli spettatori dovevano calzare soprascarpe in gomma sotto la guida di un gruppo di attori, quasi maestri di cerimonie, che illustravano l’ atmosfera e guidavano il pubblico, diviso in gruppi, ai loro posti camminando attraverso l’ acqua. Prima di entrare, una serie di ciclo-shuttles coperti a tre ruote faceva la spola tra la stazione della U-Bahn e il Paketpostamt attraverso il Rosenstein Park rischiarato da palloncini luminosi, mentre un servizio di bus navetta faceva la spola fra il centro di Stuttgart e il luogo della rappresentazione per accompagnare altri spettatori. Tutto molto suggestivo e organizzato con la precisione tipica di queste parti, ma io durante lo spettacolo e alla fine mi sono posto diverse domande sulla funzionalità della sede come teatro alternativo e su quella della messinscena a livello di interpretazione. Per quanto riguarda il primo punto, la mia risposta è decisamente negativa: il luogo è scomodo da raggiungere, non troppo ben servito dai mezzi pubblici e oltretutto anche privo di parcheggi. Dubito fortemente che sarebbe possibile organizzare in maniera fissa un servizio di accoglienza realizzabile per le quattro recite di questa produzione ma secondo me impraticabile per un teatro tedesco che mette in scena circa 250 recite all’ anno. Dal punto di vista artistico, la struttura scenica di Hans Op de Beeck era sicuramente suggestiva da vedere ma io sinceramente non ho proprio capito che rapporto avesse con la vicenda dell’ opera, anche perchè di regia vera e propria, intesa come lavoro sulla caratterizzazione scenica degli attori, in questa messinscena non se ne coglieva la minima traccia. Tra le altre cose, la perenne oscurità in cui era immersa tutta la serata contraddiceva in maniera per me abbastanza fastidiosa il senso della musica di Bartòk e del libretto di quest’ opera definita da Zoltan Kodaly “il Pelléas ungherese” per la mancanza assoluta di quei contrasti tra luminosità e buio, di quelle improvvise esplosioni di luce come avviene all’ apertura della quinta porta, che costituiscono un aspetto fondamentale del testo e della musica.
Sic stantibus rebus, la serata dopo l’ innegabile momento di suggestione che si provava all’ ingresso dell’ installazione scenica scorreva in maniera per me abbastanza noiosa a causa di una parte scenica completamente scollegata dalla musica che si stava eseguendo. Fortunatamente, da questo ultimo punto di vista la qualità complessiva era davvero molto notevole, con una Staatsorchester che ha suonato in maniera impeccabile sotto la direzione di Titus Engel, quarantacinquenne musicista zurighese conosciuto come autorevole esperto del repertorio moderno e contemporaneo, che ha realizzato un’ interpretazione attentissima nel mettere in evidenza tutta la raffinatezza della scrittura di Bartòk che in questa partitura, composta nel 1911 su un testo di Béla Balázs ma rappresentata per la prima volta solo sette anni dopo, raggiunge vertici straordinari di sapienza e modernità. Una direzione molto notevole per sottigliezza dinamica, tensione narrativa e raffinatezza di colori strumentali, pregevole soprattutto nella progressione drammatica e nella sottolineatura di certi dettagli come il bicordo di seconda minore che simboleggia il sangue e ritorna continuamente nel corso dell’ opera e la melodia pentatonica iniziale che evoca subito musicalmente il clima di antica, leggendaria ballata del testo e conclude la partitura con il ritorno alla situazione iniziale, quando il castello di Barbablù è ripiombato nella cupa oscurità in cui era immerso, almeno da quanto si legge nel testo perché in questa messinscena il buio non cambiava nel corso di tutta la serata. Anche dal punto di vista del canto l’ esecuzione era decisamente pregevole. Claudia Mahnke ha interpretato Judith con una bella intensità di fraseggio e una notevole flessibilità nel seguire una scrittura vocale assai impegnativa perché basata su un declamato frammentato e con molti intervalli scomodi da intonare. Molto buono anche il protagonista maschile impersonato da Falk Struckmann, basso-baritono molto conosciuto per le sue interpretazioni wagneriane che ha delineato un Barbablù assai autorevole nel suo tono gelido e scostante, privo di qualsiasi scatto emotivo. Successo molto notevole da parte di un pubblico intervenuto numeroso e con parecchia curiosità per assistere a una serata decisamente inusuale. Foto Matthias Baus
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