Teatro del Maggio Musicale Fiorentino: “Carmen”

Teatro del Maggio Musicale Fiorentino: “Carmen”

Teatro del Maggio Musicale FiorentinoStagione 2018-2019
 “CARMEN”
Opéra-comique in quattro atti. Libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy, tratto da Carmen di Prosper Mérimée.
Musica di Georges Bizet
Carmen MARINA COMPARATO
Micaela LAURA GIORDANO
Frasquita ELEONORA BELLOCCI
Mercédès GIADA FRASCONI
Don José ROBERTO DE BIASIO
Escamillo LEON KIM
Le Dancaire DARIO SHIKMIRI
Le Remendado MANUEL AMATI
Zuniga ADRIANO GRAMIGNI
Morales QIANGMING DOU
Un Bohémien GABRIELE SPINA
Une Marchande RAMONA PETER
Lillas Pastia LEONARDO CIRRI
Orchestra, Coro e Coro delle voci bianche del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Matteo Beltrami
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Regia Leo Muscato ripresa da Alessandra De Angelis
Scene Andrea Belli
Costumi Margherita Baldoni
Luci Alessandro Verazzi
Firenze, 25 novembre 2018
Torna a Firenze la Carmen nella regia di Leo Muscato che tanto ha fatto discutere l’anno scorso a causa del finale modificato, in cui la protagonista, anziché morire accoltellata da Don Josè, gli spara un colpo di pistola. La vittima designata si salva e il carnefice è punito, in una Carmen che così riletta dovrebbe portare un contributo alla difesa delle donne e richiamare l’attenzione sui troppi crimini maturati all’interno di relazioni sentimentali nelle quali gli uomini ricorrono alla violenza per affermare un possesso malato nei confronti delle loro compagne.
Per quanto riguarda la regia e le scene, rimando all’articolo relativo alla precedente produzione, segnalando che Alessandra De Angelis, che ha ripreso la messa in scena, sembra abbia voluto smussare qualche incongruenza, qualche aspetto meno riuscito, in particolare nella caratterizzazione di Don Josè, non più un violento patentato dall’indole sadica, ma un uomo giovane, fortemente immaturo e insicuro, decisamente più credibile; tutte le altre scelte sono state confermate, compreso ovviamente il finale, nel quale però Don José in un estremo gesto d’amore, prima di morire si fa consegnare la pistola, nel tentativo di scagionare Carmen, che all’arrivo delle guardie risulterà disarmata e quindi non chiaramente colpevole; qualcosa continua a zoppicare, ma c’è un po’ di poesia in più.
Marina Comparato è una grande protagonista. Innanzitutto canta bene; non è una novità per chi la conosce e la segue, ma è sempre un piacere ascoltare uno strumento così omogeneo, tondo e levigato dall’emissione sapiente e fluida, esente da ogni sforzo, una voce che corre benissimo in sala, nel piano come nel forte. Il timbro è bello, con ombreggiature interessanti che lo rendono caldo e opportunamente sensuale. Il dominio tecnico e la sicurezza musicale liberano l’interprete da qualsiasi preoccupazione esecutiva e le consentono di dedicarsi alla costruzione del personaggio, nella quale si butta con partecipazione e sincerità.
Infatti il personaggio di Carmen, debuttato solo nel marzo 2017 alla Fenice di Venezia, e affrontato ora per la terza volta, appare ormai assolutamente maturo nella scena e nel canto, sfaccettato e ricco di sfumature psicologiche, dalla sensualità predatoria alla fragilità e alla paura, dal vitalismo più sfrenato al senso della morte che incombe. È una Carmen “vera”, nonostante la visione registica un po’ bizzarra; il personaggio emerge in pienezza, è una donna forte, piena di coraggio, ma anche di grazia femminile. L’Habanera è di grande fascino, cantata con semplicità ed eleganza, senza un suono esibito; “Près des remparts de Séville” è notevole per la bellezza vocale e per la capacità di aderire ai ritmi di danza, partecipando con tutto il corpo, come, ancor più, nella Chanson bohème. Venata di mistero e di angoscia è la resa dell’Aria delle carte in cui la tessitura bassa valorizza certe tinte vellutate e notturne del registro medio e un registro grave meno robusto, ma spontaneo, senza la minima ostentazione di note di petto.
Sullo stesso piano si pone la Micaela fresca e intrepida di Laura Giordano, che replica il successo ottenuto lo scorso anno. Il canto è sempre limpido e sicuro, il timbro ha forse acquistato una maggiore rotondità nel registro medio, senza perdere la caratteristica nota di gioventù che rende la sua voce così interessante nella resa di personaggi innamorati e idealisti. La sua non è una Micaela rinunciataria e piangente, ma una creatura piena di candore, di ingenuità, ma anche di spirito combattivo, centrata nella vocalità quanto nel gioco scenico, che con la bella figura riesce a distogliere l’attenzione dal costume strambo.
Una bella scoperta è Leon Kim, giovane baritono coreano, che si getta con baldanza nel personaggio di Escamillo. Ha uno strumento gradevole, di medio peso e bel timbro, è un interprete che fonde misura e temperamento, supplendo con l’intelligenza e la buona emissione al fatto che il ruolo è decisamente basso per lui; nell’aria di sortita il registro grave è volenteroso, ma debole e i parchi acuti non sono abbastanza acuti e risuonano nella zona media di una voce che si intuisce ben slanciata verso l’alto, tuttavia le doti musicali, il fraseggio e il brio scenico conferiscono la giusta incisività al giovane torero, facendone un antagonista di peso per il povero Don Josè. Il giovane Dragone è portato in scena con bella presenza e recitazione accurata da Roberto De Biasio il quale riesce a raffigurare con efficacia la debolezza dell’uomo che gradatamente si trasforma in violenza, la violenza di un mite, verrebbe da dire, che sarebbe affascinante teatralmente in un contesto registico un po’ più coerente.
Lo strumento vocale è pregevole, il timbro è bello, ma qualcosa nell’emissione non convince: il registro medio-grave è “affondato” e corre poco; ragguardevole è invece lo squillo degli acuti, nei quali emerge la presenza di una voce importante, però manca la morbidezza, i suoni sono stretti e pressati, cosicché, nel corso della recita, qualche segno di stanchezza si avverte qua e là. La musicalità è di prim’ordine, ma nel fraseggio c’è qualcosa di generico che appanna la resa complessiva. Frasquita e Mercédès sono Eleonora Bellocci e Giada Frasconi, molto giovani e molto brave, l’una svettante in acuto, l’altra dall’interessante e denso velluto, musicalmente impeccabili e mature scenicamente. Efficace è anche l’accoppiata dei contrabbandieri nel timbro di baritono chiaro e nella verve attoriale di Dario Shikmiri, Dancairo cinico e spietato e nella voce tenorile sottile, ma penetrante di Manuel Amati, Remendado di grande dinamismo scenico. Funzionali e corretti sono Qiangming Dou, dal timbro un po’ acerbo e, più incisivo, Adriano Gramigni, Zuniga. Adeguatamente interpretati sono i ruoli minori. Matteo Beltrami tiene con mano sicura l’Orchestra, ottenendone grande precisione pulizia. La sua visione è efficacemente teatrale, molto attenta alla ricchezza cromatica, e sembra rifuggire dagli estremi valorizzando le mezze tinte e mettendo in luce gli aspetti preziosi della partitura, l’intreccio di timbri, l’equilibrio dei piani sonori. La sua è una Carmen più elegante che tragica, in cui si avvicendano il senso di euforia, di stupore, di mistero, più che di morte. Ottimi sono i preludi o Entr’acte, con il concorso solistico dei professori dell’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino. Sorprendente è la prestazione del Coro delle voci bianche, preciso, intonatissimo e compatto, e impeccabile, come di consueto, quella del Coro, diretto da Lorenzo Fratini. Il pubblico apprezza e applaude tutti; una vera esplosione di entusiasmo accoglie Marina Comparato e Laura Giordano. Foto Michele Borzoni

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