Venezia, Teatro Malibran: Kerem Hasan dirige Maccaglia, Viotti (violino: Enrico Balboni) e Beethoven

Venezia, Teatro Malibran: Kerem Hasan dirige Maccaglia, Viotti (violino: Enrico Balboni) e Beethoven

Venezia, Teatro Malibran, Stagione Sinfonica 2018-2019
Orchestra del Teatro La Fenice
Direttore Kerem Hasan
Violino Enrico Balboni
Simone Maccaglia: Broken Landscape
Giovanni Battista Viotti: Concerto per violino e orchestra in la minore n. 22
Ludwig Van Beethoven: Sinfonia n. 4 in si bemolle maggiore op. 60
Venezia, 10 novembre 2018
Secondo concerto della nuova stagione sinfonica del Teatro La Fenice con un programma che rende omaggio ai grandi classici come alle personalità emergenti tra i giovani compositori dei nostri tempi, continuando il progetto “Nuova musica alla Fenice”, giunto quest’anno alla sua ottava edizione, che prevede la commissione di partiture originali, da eseguirsi in prima assoluta, commissionate con il sostegno della Fondazione Amici della Fenice e lo speciale contributo di Nicola Giol. Questa volta il giovane compositore è Simone Maccaglia (1987) con il suo Broken Landscape, un componimento breve per orchestra, che prende le mosse dall’idea di un paesaggio sonoro colto, in un succedersi di istanti quasi fotografici, secondo diversi punti di vista, dando origine a cinque principali processi figurativi, che articolano il discorso attraverso continue variazioni della stessa idea formale – con l’alternarsi di atmosfere dense e rarefatte, in cui non è assente l’elemento armonico – e dispiegano un orizzonte espressivo, afferente a una precisa idea di esistenza, la cui precarietà viene interrotta solo da qualche raro squarcio di sereno. Preciso, equilibrato, sensibile il gesto direttoriale. Ottima l’orchestra, in cui si sono segnalati il corno, che apre il pezzo, e il fagotto, impegnato, come all’inizio del Sacre, nel registro molto acuto. Particolarmente suggestivo lo sciamare degli archi e dei legni, fino al brusco finale.
Seguivano due titoli risalenti al periodo a cavallo tra Settecento e Ottocento: il Concerto per violino e orchestra in la minore n. 22 di Giovanni Battista Viotti e la Quarta sinfonia di Ludwig van Beethoven. Giovane musicista piemontese di umili origini, Viotti, negli anni Ottanta dell’Ottocento, conquista il pubblico parigino, facendosi portatore dell’evoluzione tecnico-artistica del violino e del rinnovamento dello lo stile classico italiano, anche attraverso una cantabilità attinta dal mondo dell’opera. I suoi ventinove Concerti per violino costituirono un modello imprescindibile per il concerto romantico del primo Ottocento e oltre: per la scuola violinista francese, ma addirittura per Beethoven e Brahms. Il Concerto in la minore, pubblicato a Parigi nel 1793, è di gran lunga il suo lavoro più noto e maggiormente rappresentativo della sua musica, che costituisce un trait-d’-union tra il gusto del Settecento e la nuova sensibilità del secolo successivo. Solista – in questo lavoro ondeggiante fra tradizione e nuovi sviluppi – era il violinista Enrico Balboni, che si è destreggiato nella difficile parte affidata al suo strumento, con padronanza tecnica, bellezza del suono, e giusto accento, facendosi perdonare qualche nota non perfettamente centrata: dall’introduzione, nel Moderato maestoso iniziale, malinconica e solenne, che prepara l’incisiva, virtuosistica cavatina del violino, al grande Adagio centrale, percorso dalle inquietudini espressive del nuovo secolo, all’ultimo movimento, Agitato assai, dove l’antico e il moderno convivono tra appassionati slanci ritmici e fremiti misteriosi, che aprono alla nuova sensibilità preromantica. Assolutamente ineccepibile per sensibilità, precisione e senso della forma, il sostegno offertogli dal maestro Hasam, completamente assecondato da un’altrettanto encomiabile compagine orchestrale.
Le doti del direttore e dell’orchestra si sono pienamente confermate nell’esecuzione della partitura beethoveniana. Anch’essa introdotta da un tempo lento, dai toni misteriosi, che addirittura anticiperebbe, secondo alcuni, analoghi movimenti delle Sinfonie di Bruckner, la Quarta Sinfonia nasce nell’estate del 1806: un periodo difficile per l’autore, segnato dal recente insuccesso del Fidelio, oltre che da delusioni in campo politico e sentimentale. Nondimeno il periodo compreso tra il 1804 (l’anno dell’Eroica) e il 1808 (quello della Pastorale) testimonia di una grande forza creativa: vi fu composta, di getto, la Quarta, eseguita per la prima volta nel marzo 1807. Un grande equilibrio ha caratterizzato la lettura, che ne ha proposto il giovane maestro inglese, capace di rendere ogni sfumatura come le decise contrapposizioni a livello ritmico e timbrico, caratterizzanti questa partitura, che si distacca in parte dalle precedenti sinfonie del sommo compositore: basti citare, ad esempio, l’Adagio introduttivo – immerso in un’atmosfera sospesa – che serve a creare l’attesa per la tonalità principale. Scattante e nitida l’orchestra – assecondando il gesto direttoriale, sempre classicamente misurato – nell’Allegro vivace, dove è emerso il carattere teatrale del dialogo tra gli strumenti con quel tono di ironia, appartenente peraltro all’intera partitura. Anche nel successivo Adagio, fondato su un principio ritmico giambico, si sono segnalati i diversi strumenti, in primo piano come in una scena teatrale, in particolare nei due grandi temi cantabili: rispettivamente la distesa frase d’apertura dei violini, poi variamente ripresa, e lo struggente motivo affidato al clarinetto. Ancora il ritmo ha dominato, senza eccessi, nel Menuetto – prima sezione del terzo movimento, Allegro vivace –, cui si è poi ben contrapposto, anche timbricamente, il Trio, con la sua cantilena dei fiati. L’ultimo movimento, Allegro ma non troppo, è stato offerto in tutta la sua brillantezza, che lo rende simile a certi finali di Haydn costellati di “sorprese”, nel senso che ogni idea musicale viene rapidamente sopraffatta dal presentarsi di un’altra nuova idea. Su tutto ha dominato l’implacabile ritmo delle semicrome, che dà impulso all’intero movimento. Successo pieno e caloroso. Un fuoriprogramma da parte di Enrico Balboni: una versione per violino e piccola orchestra d’archi de La biondina in gondoleta (ovviamente moto gradito dal pubblico lagunare).

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