Bari, Teatro Petruzzelli: “La Traviata”

Bari, Teatro Petruzzelli: “La Traviata”

Bari, Teatro Petruzzelli, Stagione Lirica 2018
“LA TRAVIATA”
Melodramma in tre atti, libretto di Francesco Maria Piave
Musica di
Giuseppe Verdi
Violetta Valéry LANA KOS
Flora Bervoix ANASTASIA PIROGOVA
Annina SYLVIA LEE
Alfredo Germont LUCIANO GANCI
Giorgio Germont  VITALIY BILYY
Gastone  MARCO MIGLIETTA
Il barone Duphol  FEDERICO CAVARZAN
Il marchese d’Obigny  ROBERTO MAIETTA
Il dottor Grenvil  MAURIZIO LO PICCOLO
Giuseppe  VINCENZO MANDARINO
Un domestico di Flora  ANTONIO MUSERRA
Un commissionario  GRAZIANO DE PACE
Orchestra e Coro del Teatro Petruzzelli
Direttore Carlo Goldstein
Maestro del Coro Fabrizio Cassi
Regia, scene, costumi Hugo de Ana
Disegno luci Valerio Alfieri
Coreografie Leda Lojodice
Bari, 19 dicembre 2018
Il nuovo allestimento scenico di Traviata commissionato dal Teatro Petruzzelli a Hugo de Ana – qui in veste di scenografo, regista e costumista – ha racchiuso il suo significato estetico nei riferimenti calligrafici all’arte di Giuseppe De Nittis (1846-1884), pittore barlettano che s’impose tra gli impressionisti parigini nell’Esposizione Internazionale del 1878. Una convenzione tra il Petruzzelli e la Pinacoteca De Nittis di Palazzo Marra a Barletta ha permesso di esporre nel foyer del teatro durante i giorni delle recite (19-30 dicembre) tre splendide tele del pittore: Figura di Donna, Il Salotto della Principessa Matilde e Giornata d’inverno (quest’ultima mai prima d’ora uscita dal museo). Passare dalla contemplazione dei quadri a quella dei tableaux del melodramma, ha offerto un’esperienza estetica unica e intensa per il numerosissimo pubblico barese inebriato dall’atmosfera natalizia della città. Questa Traviata non può definirsi uno spettacolo del tutto nuovo in quanto ripropone molte delle soluzioni sperimentate da Hugo de Ana nel 2011 all’Arena di Verona e poi replicate in successivi allestimenti. La visione poetica del regista argentino vuole simboleggiare attraverso le suggestioni figurative fin de siècle l’idea che sta alla base dell’opera, ovvero l’incombere del Tempo e la percezione della fine (da intendersi come fine di una vita ma anche fine di un’intera epoca). Se nello spazio dell’Arena di Verona l’impostazione scenica era dominata da enormi cornici, in questa messinscena barese si sono imposte le architetture dei palazzi di secondo Ottocento, ricreate con opulenza di materiali e profusione di dettagli. Nel primo atto il salotto in casa di Violetta è apparso sontuoso ma al tempo stesso cupo (complice il gioco di luci curato dall’ottimo Valerio Alfieri) e, in fin dei conti, claustrofobico, funzionale ad accentuare il senso di solitudine che attanaglia la protagonista, mai realmente integrata nell’alta società che frequenta. Non è un caso che il regista abbia concentrato i movimenti di Violetta nella zona centrale del proscenio, lasciandola distaccata dai due corpi del coro che la osservava sempre distante e distaccato. Flora, invece, tendeva ad agire all’interno della massa dei coristi e dei figuranti (come quando, nel secondo atto, si è messa a ballare insieme alle zingarelle, in piedi su un divanetto). A dimostrazione del valore simbolico che per de Ana rivestono le architetture, si veda l’aspetto della casa di campagna di Violetta nel secondo atto: nulla di bucolico appare e il riferimento al giardino viene sintetizzato in una piccola serra laterale che, fra l’altro, contiene piante morte (a ribadire l’inesorabile scorrere del Tempo). Volutamente rigidi e impacciati sono apparsi i movimenti di Alfredo e Giorgio Germont che il regista in più occasioni ha deciso di non contrapporre bensì di disporre in un gioco di rispecchiamento vicendevole: padre e figlio fanno parte, infatti, d’un sistema perbenista e ipocrita da entrambi accettato. La festa in casa di Flora è stata trattata in modo tradizionale, con un profluvio di colori nei costumi delle zingare e dei toreri. Il de Ana costumista ha rivelato in questa scena un fare estetizzante e una cura didascalica nel ricreare le fogge degli abiti ritratti da De Nittis e dai colleghi impressionisti. Nell’ultimo atto il regista non ha rispettato la didascalia originaria e ha eliminato dalla scena il letto di morte della sventurata tisica; Violetta ad apertura di sipario si è presentata in camicia da notte sì, ma stesa su bauli e valigie, simboli di un’aspirazione velleitaria a partire verso un altrove impossibile da raggiungere. Il baccanale carnevalesco cantato dal coro fuori scena si è materializzato nella mente di Violetta come una fantasia grottesca dominata dal colore bianco di maschere tristi (Pierrot e Colombina) che tuttavia volteggiavano scomposte per la scena ad effigiare uno stato onirico quasi orrifico (ottime le coreografie curate da Leda Lojodice, che nel 2013 collaborò con il regista nell’allestimento all’Arena di Verona). Per tutto l’atto finale i movimenti della protagonista si sono mantenuti convulsi e hanno incarnato con realismo la sua agonia, mentre quelli di Alfredo sembravano sempre più statici e ingessati, quasi a mostrare l’inettitudine del personaggio. In definitiva questa Traviata, all’apparenza tradizionalista, è risultata meno innocua del previsto e capace di celare sottili simbologie al di sotto della sua cornice decorativa: chaises longues, canapé, dormeuses, divanetti, tavolini, se ben visti, non rispettavano un unico stile, ma parevano talvolta quasi cozzare fra di loro; allo stesso modo, la tenuta di caccia di Alfredo, richiesta dalla didascalia del libretto, è stata resa da una giacca di taglio moderno e da infelici accostamenti cromatici; era presente il fucile (come da didascalia), ma compariva pure una racchetta da tennis anni ’70, simbolo degli ozi campagnoli dei due amanti. Coloro che s’aspettavano un ossequio alle grandi regie di Visconti e Zeffirelli, sono rimasti dunque spiazzati da tante incongruenze d’ambientazione e di prossemica (non ultima la rissa tra il barone e Alfredo la cui gestualità era più adeguata alle gang rivali di West Side Story che ai salotti parigini) indicative, secondo la visione registica, d’uno slittamento temporale, quasi a dimostrare l’attualità della vicenda rappresentata (che del resto si configura essa stessa come un enorme flash back considerando l’anticipazione nel preludio del tema iniziale del terzo atto). Hugo de Ana ha, insomma, voluto giocare con il Tempo e con i suoi scorrimenti, attraverso discrasie stilistiche di oggetti e di costumi.
La direzione di Carlo Goldstein si è distinta per particolare asciuttezza e totale assenza di retorica, che in alcuni punti dell’opera particolarmente cari al pubblico, poteva finanche tradursi in eccessivo distacco. L’ottima Orchestra del Teatro Petruzzelli ha confermato il livello qualitativo raggiunto negli ultimi anni, distinguendosi in special modo per la bravura delle prime parti (un plauso va all’oboe di Gianluigi Cortecci e al clarinetto di Michele Naglieri). Inappuntabile, come sempre, il Coro del Teatro Petruzzelli preparato da Fabrizio Cassi, che in quest’occasione ha brillato per quanto concerne la dizione del testo e la compattezza degli insiemi. Il soprano croato Lana Kos ha interpretato più volte Violetta (nel 2013 a Verona, sempre con la regia di Hugo de Ana) e ha padroneggiato le difficoltà della parte con scioltezza, esibendo ottimi filati e preziose dinamiche. Il timbro della sua voce è ricco di armonici e la sua recitazione appare intensa e ragionata fin nei minimi gesti. Stentoreo (a volte sin troppo, nei salti verso la zona acuta) l’Alfredo di Luciano Ganci che nel primo atto è parso un poco in difficoltà ma che ha poi ripreso il dominio della parte, mantenendo corposità di volume e vigore gestuale. Si è già detto di un certo impaccio nei suoi movimenti scenici dovuto forse alle direttive del regista. Brunito il colore del baritono ucraino Vitaliy Bilyy che ha interpretato ottimamente la parte di Giorgio Germont evitando allentamenti agogici e mantenendo una dignità quasi sacerdotale, consona al personaggio (che non a caso parla di sé come un emissario del volere di Dio). Buona, anche se di volume contenuto, la Flora di Anastasia Pirogova. Ottima per bellezza timbrica la Annina di Sylvia Lee e notevole anche il Gastone del tenore leccese Marco Miglietta che rappresenta una delle voci emergenti più interessanti nel panorama italiano. L’intero gruppo di comprimari ha dimostrato un’ottima preparazione (si tratta di professionisti già affermati a livello nazionale) a conferma della cura che il Teatro Petruzzelli ha dedicato a questo allestimento che ha già registrato il sold out per tutte le recite. Foto Studio Fasciolo

 

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