Bologna, Teatro Comunale: “Don Giovanni”

Bologna, Teatro Comunale: “Don Giovanni”

Teatro Comunale di Bologna, Stagione d’Opera 2018
DON GIOVANNI”
Dramma giocoso in due atti, libretto di Lorenzo Da Ponte
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart
Don Giovanni ALESSANDRO LUONGO
Il Commendatore STEFAN KOCAN
Donna Anna RUTH INIESTA
Don Ottavio DAVIDE GIUSTI
Donna Elvira RAFFAELLA LUPINACCI
Leporello OMAR MONTANARI
Masetto ROBERTO LORENZI
Zerlina ERIKA TANAKA
Attori KLARA CYBULOVA, CYPRIEN COLOMBO, FEDERICO VAZZOLA
Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna
Direttore Michele Mariotti
Maestro del coroAndrea Faidutti
Regia Jean-Francois Sivadier
Ripresa da  Milan Otal
Scene Alexandre de Dardel
Costumi Virginie Gervaise
Luci Philippe Berthomé, Jean-Jacques Beaudouin
Nuova Produzione del Teatro Comunale di Bologna con Festival d’Aix-en-Provence, Opéra National de Lorraine, Théatres de la Ville du Luxembourg.
Bologna, 19 dicembre 2018
Esistono spettacoli belli ma sbagliati, in quanto tutti risolti in estetica pura ma vuota di significato e di dramma, ed esistono spettacoli brutti ma giusti, che nella messinscena urtano il nostro gusto borghese ma raccontano davvero qualcosa. Per fare un paio di esempi: cosa c’è di esteticamente bello in sé o di “appropriato” nella storia d’amore di una prostituta tisica parigina o di un buffone deforme che compra l’omicidio del suo capo dopo che questi gli ha stuprato la figlia? Lo tengano presente i fondamentalisti del melodramma che gridano ancora allo scandalo se quella prostituta tisica parigina non è coperta da una decina di chili di raso e taffetà o se il buffone deforme non indossa la calzamaglia (o peggio, se non è nemmeno troppo deforme). Per l’altro verso della medaglia, va rilevato che si può fare ottimo teatro anche con corsetti e parrucche, con tele dipinte e pugnali dalla lama retrattile, purché vi sia una storia da raccontare, una passione da svelare. Il Don Giovanni secondo Jean-Francois Sivadier, titolo conclusivo della stagione lirica bolognese 2018, è uno spettacolo brutto e sbagliato insieme: un’ardua impresa, ottenuta mettendo insieme una compagnia tutto sommato bene assortita di cantanti giovani e fotogenici con la superficialità di un meta-teatro spiccio eppure pretenzioso. L’impianto scenico di Alexandre de Dardel è minimale: un enorme piano inclinato, che solo a tratti prende vita con luci e colori, ospita le esasperate facezie del barcollante protagonista -prim’attore della storia e della propria vita- con lembi di sipario sintetico o lampadine colorate che salgono e scendono dalla graticcia e vogliono mostrarci la necessità di esibirsi del titolare; sul fondo un muro di cemento accoglierà la scritta “libertà”, per cui è usata anche una croce, destinata a scolorirsi nel finale. I costumi di Virginie Gervaise mescolano sin dalla pantomima iniziale fogge del tardo Settecento e mise contemporanee, con camicie maliziosamente semi-sbottonate, probabilmente per lanciarci l’innovativo messaggio dell’atemporalità del mito di Don Giovanni. In questa coproduzione (temo costosissima) ogni tanto qualche intuizione interessante c’è: ad esempio sul finale primo, un attore (il discolo Cyprien Colombo, ragazzaccio in calzoni corti immaturo eppure diabolicamente seducente, che si fa carico di tutte le vere azioni sceniche e malefatte del Don e del suo servo) comincia a picconare il muro di fondo, che rivelerà nel secondo atto un enorme buco. Poi queste intuizioni vengono buttate via in un mix confuso: nella scena del cimitero, la voragine nel muro è colmata dalla statua gigantesca di una morte incappucciata, mentre Don Giovanni e Leporello parlano ad un lenzuolo bianco e alle loro spalle canta il Commendatore in carne ed ossa (il cavernoso Stefan Kocan, che giunto alla quarta replica fatica ad azzeccare i fasci di luce a lui destinati): più che simbologia o molteplicità di metafore, c’è confusione in scena e in chi guarda. E poi, il Commendatore che somiglia ad un più vecchio Don Giovanni… figo, ma perché? Ci si aspetta un minimo sviluppo dell’idea in tre ore di musica… e invece no. Per il regista (leggasi l’intervista) Don Giovanni è indefinibile, è un tutto, con l’evidente rischio di non riuscire a mostrarne nulla.
L’irritante non-regia di Sivadier (“il personaggio sei tu”, ipse dixit) ripresa a sei mani da Rachid Zanouda, Federico Vazzola (anche in scena) e Milan Otal ha probabilmente richiesto molto ai cantanti durante le prove e, per la sua impostazione “sovversiva”, oltre a imporre assurdi girotondi intorno alla pedana in scena e stendere un fazzoletto a terra (bianco per le nozze, nero per il lutto), lascia supporre che ci sia stato ampio margine per ognuno nello scegliere la propria interpretazione. C’è chi è stato indirizzato chiaramente, chi tenta di trarne qualcosa di interessante, chi ripete in modo caricaturale i più triti cliché, che comunque si ritrovano in ogni personaggio, di fatto vestendo di post-modernità lowcost l’ennesima riproposizione delle macchiette tradizionali. Per esempio il protagonista, Alessandro Luongo, si prodiga in seduzioni e buffonerie con energia invidiabile, una linea di canto magari non immacolata ma solidissima, e grazie alla propria forma fisica regge persino quell’assurdo finale che lo lascia in mutande sotto una insensata luce divina a fare gesti di propedeutica teatrale mentre il resto della compagnia moraleggia sulla fuga. La Donna Anna di Ruth Iniesta è la classica afflitta bipolare, che qui sembra vocalmente troppo leggera: inizia infatti un po’ querula per guadagnare poi una crescente sicurezza durante l’opera e portare a casa convinti applausi anche nell’aria del secondo atto. Raffaella Lupinacci, Donna Elvira nevrotica e appassionata come ci si aspetta, ha mostrato da subito timbro più scuro, interpretazione più estroversa e vocalità più sicura ma anche, nel corso della serata, qualche lieve segno di stanchezza, in ogni caso molto buona la solitamente interminabile Mi tradì quell’alma ingrata. La Zerlina di Erika Tanaka, anch’ella leggerina, è relegata ad una malizia volgarotta da commediasexy tutta italiana, presa com’è a sculettare e palpare il suo Masetto: il quale è l’imponente e giuggiolone Roberto Lorenzi (bel timbro di basso, con proiezione migliorabile), azzeccato sì ma scontatissimo. Forse perché sulla carta Don Ottavio è la figura meno avvincente del dramma (un po’ come la mai troppo amata Lucia manzoniana), forse perché la preparazione del ruolo non è stata adeguata o semplicemente perché le prove non hanno prodotto granché, Davide Giusti sembra il meno interessato di tutti al proprio personaggio. In scena è inerme, i gesti minimi e un po’ goffi si limitano a protendere le mani a caso, evitando il dialogo ed il contatto visivo anche con la propria promessa Anna, la dizione è piatta, sfocata e faticosa tanto da creare il dubbio di un vero e proprio miscast; poi arrivano le arie e avviene il miracolo: il timbro cambia e acquista una luce nuova, con fiati lunghi, fraseggio elegante, vocalità calda e ben sostenuta da tenore italiano come raramente è dato sentire nel ruolo. Misteri della fede. Più composto, vocalmente forse il migliore in campo, è il Leporello di Omar Montanari, che canta sempre con gusto e voce non imponente ma nitidissima anche laddove la scena gli suggerirebbe le solite caccole, inserendosi nella migliore tradizione dei buffi eleganti e misurati come Bruscantini e Taddei. Se vi è stata una regia in questo insensato carrozzone, è quella musicale di Michele Mariotti, che con il titolo mozartiano dà l’addio al Comunale dopo undici anni di intensa relazione artistica: è qui molto amato e anche la sera del 19 ha riscosso più applausi di tutti, non solo per ragioni affettive. Non è forse la sua migliore interpretazione, né sarà quella definitiva del titolo (per non parlare della difficoltà di imporsi al ritmo scenico in ogni assieme fino a metà del primo atto) ma ha per pregio una costante teatralità, mantenendo continuità tra recitativi e pezzi chiusi con buon passo, tempi rapidi ma sensati. L’Orchestra del Comunale lo asseconda con “bella grafia”, suono asciutto e pulito, così come i ridotti ranghi del Coro, ben preparato da Andrea Faidutti. Teatro gremito e applausi calorosi per ognuno degli interpreti, con un più lungo ringraziamento al giovane maestro, che non si sa se e quando tornerà. Foto Rocco Casaluci

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2 comments

  1. Antonio

    Ho visto due volte lo spettacolo (purtroppo sempre con il primo cast)e non mi è parso una schifezza come viene ampiamente descritta.
    Colpa sicuramente non è di chi riprende una regia ma di chi la fa o l’acquista.
    Ho parlato personalmente con il reparto tecnico e problemi organizzativi ce ne sono stati parecchi…
    Iniesta è superlativa.
    Tanaka una Zerlina ideale dal punto di vista vocale.
    Chi piccona il muro non il figurante citato!

  2. Nicola Benois

    … ovvero il mistero delle grandi lampadine colorate, che salgono e scendono. Di quelle piú piccole fissate in scena. Ce ne sono per tutti i gusti e dimensioni. Forse celano un mistero criptato o forse qualcuno ha studiato a Murano e da qui la genialata. Non mi pare un allestimento costosissimo. Un pedanone e un muro di fondo, non saranno costati granché. Magari pagare regista, scenografo, costumista, datore luci, tre assistenti per rifare lo spettacolo… di sicuro non é costato una fischiata. E chissà perché il regista arrivato giusto per la prima, non é passato in ribalta x capire cosa ne pensava il pubblico. Prendi il cachet e…scappa? Ma almeno musicalmente le cose sono andate molto meglio.

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